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venerdì 23 agosto 2013

Aver così sonno da fidarsi

Dal Giornale del Popolo del 23 agosto
È un po' come guardare negli occhi la persona a cui ti sei legata piuttosto seriamente e realizzare che non conosci il suo segno zodiacale. Un giorno ti guardi allo specchio e realizzi che no, non lo hai fatto mai: mai una indagine seria e approfondita sul suo telefonino. Mai niente che eccedesse le sbirciatine occasionali. Mai il confronto tra i numeri e i nomi, ma il goglaggio seriale delle femmine della rubrica. Eppure poteva esserci materiale abbondante. A cominciare dai gorgoglii dopo mezzanotte e anche la più spicciola letteratura sul tema insegna che ogni messaggio o comunicazione telefonica dopo quell'ora viene automaticamente catalogata come sospetta. E invece al massimo a casa nostra quei suoni hanno provocato disprezzo manifesto per il fatto che fossero colleghi maschi e neppure conoscenti femmine, il tutto aggravato dalla confusione per il fatto che c'è un suono per le notizie, uno per i tweet, uno per i messaggi, uno per i whatsupp. E a volte sono la pigrizia e un sonno pesante a renderci donne che si fidano. Ma nessuna fiducia è per sempre. Perché anche le più assonnate sanno che se l'occasione fa l'uomo ladro è altrettanto vero che siamo tutti talmente ladri dentro che sappiamo cercarcele quelle occasioni di furto con scasso o innocenti rapine. Ci attrezzeremo. Perché il terrore che questa fiducia venga dal troppo amore o dal disinteresse ci sta togliendo il sonno.

venerdì 29 marzo 2013

Sigaretta elettronica, col vizio vanno in fumo anche le scuse

Dal Giornale del Popolo del 29 marzo
Che la sigaretta elettronica è un po' come il sesso virtuale lo dicono generalmente quelli che non hanno provato nessuna delle due cose e che però, per partito preso o semplice testardaggine, si ostinano a ritenere migliori le cose di una volta rispetto a quelle riviste e corrette dal progresso. Intanto ci sono gli elementi per osservare il cambiamento dell'ennesima abitudine comportamentale durante le nostre cene. Niente più incursioni nel terrazzo degli amici o fuori dal locale. Chi ha scoperto i meravigliosi vantaggi della sigaretta elettronica la mostra agli altri commensali con l'orgoglio di lasciarsi alle spalle un'epoca di privazioni: basta colpi di freddo e interruzioni di conversazioni appassionanti. E soprattutto basta con lo sguardo di disapprovazione di chi non capisce il vizio e ti guarda come uno smidollato che non è in grado di trattenere i propri istinti. «Proprio non mi ricordo di quella cosa importantissima che dici di avermi detto. Sicuramente ero fuori a fumare». Finisce così anche l'era delle scuse. Ora resteremo lì, attaccati ai nostri tavoli resi vivaci dai fumi dell'alcol e dal fumo inodore delle nostre sigarette non viziose. Noi reazionarie per natura ci interroghiamo su cosa resti di un vizio che non fa male. E siamo tentate di pensare che tanto varrebbe darsi alle parole crociate. Cominciamo a scuotere il capo, corrugare la fronte per gli scenari orwelliani dietro l'angolo: ancora un po' e inventeranno i matrimoni senza litigi, l'amore senza sofferenza e i bambini non rompiscatole. E se un giorno ci togliessero tutta la complessità che tanto ci tortura ma ci rende vive? Ci poniamo grandi problemi culturali per nascondere la domanda che ci toglie il sonno: adesso che non possiamo più alzarci a fumare che scuse troveremo per controllare i cellulari che abbiamo appena bandito dalle nostre tavole?

venerdì 13 aprile 2012

Lo sciacquacervello che funziona da 25 anni

Dal Giornale del Popolo del 13 aprile la terza ultima puntata della fenomenologia di Beautiful
Beautiful è a suo modo persino religioso nel credere nella risurrezione dei corpi. Certo, un po' prima dell'ultimo giorno. Bene o male sono “risorti” un po' tutti. Ridge dopo essere caduto in una fornace ardente, Taylor (madre di alcuni suoi figli e sua moglie a diverse riprese) dopo diversi incidenti, di cui uno in aereo che la fece risvegliare in un harem di uno sceicco impersonato da Kabir Bedi. Quello di ascendenze “sandokaniane” è uno dei pochi scenari esotici. Per il resto le ambientazioni sono ridotte al minimo, forse per questione di costi, forse per rassicurare le spettatrici che lo seguono con fedeltà intermittente ma passione immutata, da anni. Quindi l'ufficio di Ridge è teatro di litigi, riunioni aziendali e amplessi. Quello di Thorne (il fratello bamboccione) significativamente dislocato nello scantinato dell'azienda di moda di famiglia. Anche lo scenario della seduzione è sempre lo stesso. Candele accese, caminetto che scoppietta, lingerie sexy e l'inquadratura che sfuma quando i corpi si uniscono e lo fanno (beninteso) senza mostrare mai un centimetro di pelle più del necessario. È talmente facile e “troglodita”, come scriveva non senza un'ombra di malcelato disgusto la buona Natalia Aspesi su Repubblica qualche tempo fa, che sembra funzionare. E in effetti funziona come sciacquacervello dopo i pasti da ben 25 anni. Perché l'ultimo, grande, insegnamento di Beautiful è che non c'è cosa più geniale della frivolezza. (3. Fine)

giovedì 12 aprile 2012

Beautiful, le suocere e la "bionditudine"

Dal Giornale del Popolo del 5 aprile la seconda puntata della fenomenologia di Beautiful
Essenzialmente basato su princìpi conservatori (mai aborti procurati né relazioni omosessuali hanno trovato cittadinanza da quelle parti), il copione di Beautiful ha la missione di sfidare i luoghi comuni per conservarli. Da quelli sulle suocere a quelli sulle bionde. E non è un caso che la prima sia Stephanie Forrester, mamma di Ridge e cornificata più volte dal marito, e la seconda sia Brooke Logan, la “ragazza della vallata” che più volte ha impalmato Ridge e altri membri della sua famiglia (tra cui il marito di Stephanie). Il divertimento dei maschi costretti davanti a Beautiful è ricostruire gli amplessi e i matrimoni; quello delle femmine è nel capire che tutto accade perché niente mai accada. Rassicurante come una relazione ben rodata, Beautiful è irresistibile perché non sorprende mai. Ogni volta che Stephanie si mostra gentile e accondiscendente con Brooke una donna sa che c'è qualcosa sotto, perché non è dato conoscere pace tra nuora e suocera (le due restano tali anche quando momentaneamente Brooke non è sposata con Ridge). Analogamente non si conosce uno stato di onnipotenza, sex appeal e capacità manipolatoria come quello associato alla bionditudine. Per questo Brooke vincerà sempre sull'eterna rivale Taylor, di professione psicologa e donna per bene. Così, mentre Taylor psicanalizza Brooke e le sue tare mentali, quell'altra le seduce figli e mariti a ripetizione. A dimostrazione che non c'è strategia di una mora che possa battere l'istinto di una bionda. (2. Continua)

Beautiful ha dei princìpi

Sul Giornale del Popolo del 29 marzo è iniziata la fenomenologia di Beautiful firmata dalla Ficcanaso. Stiamo riflettendo sull'opportunità di avviare un dottorato di ricerca sul tema.
Diffidate di chi dice di non aver mai perso una puntata. Uno dei segreti di Beautiful è proprio il non richiedere allo spettatore quella fedeltà che nessuno dei suoi protagonisti conosce né pratica. Si possono passare mesi o anni senza guardarlo, poi basta capitare un giorno per caso su Canale 5 dopo pranzo ed è come tornare in un locale un tempo amato e frequentato assiduamente. Possono esserci personaggi nuovi e intrighi freschi, ma lo schema comportamentale è sempre lo stesso e generalmente è basato su alcuni princìpi rassicuranti che si ripetono negli anni e che ci hanno più volte fatto ripetere che Beautiful è come il greco e il latino: insegna il metodo. Primo: la famiglia viene prima di tutto. Non c'è tradimento, sotterfugio, bassezza che non sia motivato dalla pretesa salvaguardia della famiglia come bene supremo. L'unità della famiglia è ben più importante della sua composizione, dunque piuttosto che rischiare di romperla (la famiglia) è sempre meglio allargarla. Tanto i dividendi aziendali ci sono per tutti. A Beautiful l'amore trionfa per contratto e non sono ammesse turpitudini come l'incesto. Nel caso in cui ve ne sia l'orribile sospetto si ricorre al test di paternità. E qui siamo a un altro caposaldo della soap che ha da poco compiuto venticinque anni: nessun padre può essere ragionevolmente chiamato tale fino a che non ci sia un test di paternità ad attestarlo. E così si apre il gustoso capitolo dei test del dna manomessi, perché Forrester e compagnia sono degli amatori tali che non si contano le donne che sostengono di portare in grembo un frutto del loro seme. Perché Beautiful, a suo modo, è rigorosamente pro life. (1. Continua)

lunedì 26 marzo 2012

L'arte di rinnegare il passato

Dal Giornale del Popolo del 23 marzo
Quella di rinnegare il proprio passato è una moda antica come il mondo. Generalmente lo si fa ritenendo di aver compiuto un passo avanti nel presente. Solo da quel gradino più alto, infatti, si trova il coraggio di giudicare con inflessibile criticità ciò che si fece un tempo. E così ci ritroviamo in tempi di primavera incipiente a leggere l'importante presa di coscienza di Richard Gere che in un'intervista liquida come robaccia quel Pretty Woman con cui sbancò al botteghino al fianco di Julia Roberts. Evidentemente convinto di essere ormai cresciuto a forza di foto col Dalai Lama, il buon Richard si è sentito in dovere di far sapere al mondo che quel “filmetto” non era niente di che. Non solo. Veicolava pure diverse immagini sbagliate che hanno fatto male alla nostra società. Una dice: l'esistenza del principe azzurro? L'illusione che uomini emotivamente immaturi possano rinsavire nello spazio di una mattinata a piedi nudi nel parco? Forse, più ancora, l'idea che esista una giustizia contro la cattiveria gratuita delle commesse dei negozi di lusso con la puzza sotto il naso («Non sono mai gentili con le persone – diceva Richard alla prostituta Julia brutalizzata dalle commesse di una boutique. Lo sono con le carte di credito». E poi cominciava la musica che accompagna mentalmente ogni nostra sessione di shoppping anche se siamo all'H&M o alla Migros). O che cosa ancora? Forse l'idea che si possa imparare a usare l'argenteria a tavola o che sia possibile passare dagli stivali cuissard in lattice ai bermuda aranciati con camicetta di seta in una settimana. Niente di tutto questo. Il buon Richard Gere dice che il film dava un'immagine falsamente positiva dei ricchi finanzieri di Wall Street. Eggià. Prima di allora i prìncipi azzurri arrivavano su sobri ronzini e pallide utilitarie colo crema.

venerdì 16 marzo 2012

Il cambio di stagione, signora mia

Dal Giornale del Popolo del 16 marzo
È una sorta di sindrome da guerra imminente, per cui abbiamo il congelatore pieno di cibo e una madre in visita che ritiene vitale lavare le tende e la tappezzeria del divano. Sembra che da un momento all'altro potrebbe non esserci più tempo di fare nulla. Dormire, approntare uno straccio di sugo, mandare avanti una lavatrice. Sull'orlo del baratro bisogna fare tutto in fretta e non sarà un caso che il mobiletto portaverdure ordinato per Natale sia arrivato adesso. Certo che abbiamo vissuto anni con le tende zozze e senza un verduriere Foppapedretti. Ma giunge un momento in cui certe decisioni diventano improvvisamente urgenti. Così, per un amico che sta per recarsi a compilare la lista nozze con futura moglie e suocera c'è qualcuno che fa la famigerata pulizia del guardaroba. Eventi egualmente destabilizzanti, ma se il primo ha l'attenuante di accadere una volta nella vita; il secondo è potenzialmente ripetibile a ogni cambio di stagione. C'è l'amica che si giustifica dicendo che lei tiene tutte le stagioni insieme e dunque si ritiene dispensata dall'obbligo primaverile. Ma c'è anche chi quest'anno annuncia trionfante di aver buttato i vestiti immettibili, donato quelli riciclabili, fatto ordine nell'infinito regno delle possibilità che è il guardaroba di una ragazza. Fino alla frase impronunciabile: «Ormai alla mia età ho capito e accettato che non entrerò mai in una quarantadue». Devono essere questi, pensi nella sindrome da guerra imminente che ti ha portato a contare i jeans di tre taglie diverse che hai nell'armadio, gli effetti collaterali dell'iniziare a fare jogging: uno si accetta e corre via dai complessi di una volta. Sensazioni che nemmeno un verduriere e una tenda immacolata possono comprare.

venerdì 2 marzo 2012

Twitter saluta Lucio Dalla

È stata una veglia laica, tè e biscotti allo zenzero dell'Ikea con la comunione dei beni musicali in sottofondo. Tutto quello che avevamo sull'iPod di Lucio Dalla lo abbiamo ascoltato a ripetizione, un po' in sua memoria, un po' per rinfrescarci le idee in vista del giorno in cui si sarebbe detto di tutto. E in effetti è bastato consultare un paio di siti per rimanere sommersi dalle foto e dai ricordi. Tra i vari capitoli non poteva mancare quello dell'“addio del popolo di Twitter”. Ora, forse voi avete una vita sociale e persino un lavoro e ignorate l'esistenza di Twitter, ma vi basti sapere che è un social network meno impresentabile di Facebook, se non altro perché pone alle follie di chi lo utilizza il sacrosanto limite di 140 caratteri. Ieri i messaggi dedicati a Lucio Dalla, com'è comprensibile, non si contavano. Eppure le cose più importanti sono rimaste quelle non ripassate né “twittate”, ma scolpite nella mente da tempo immemorabile. Perché – lo abbiamo detto più e più volte – ogni volta che un cuore si spezza e si dice che bisogna andare avanti, altrettanto testardamente torna in mente quel “se d'amore è proprio vero che non si muore, cosa faccio nudo per strada mentre piove?” (Mambo). E perché per una canzone che ci interroga, sempre ce ne un'altra che ci fa piangere. E la primavera è di certo un'aggravante se ci vengono gli occhi lucidi persino su versi come «nascerà e non avrà paura nostro figlio e chissà come sarà lui domani, su quali strade camminerà cosa avrà nelle sue mani» (Futura). E forse non è un caso che l'unico verso di Lucio Dalla che ci sia venuto in mente a prova di Twitter sia questo: «Aspettiamo senza avere paura, domani». Ciao, Lucio.

venerdì 24 febbraio 2012

Alle due e mezza del pomeriggio

Dal Giornale del Popolo del 24 febbraio
Ci sono ore del giorno che non vedevamo dai tempi delle elementari. Certo che ogni pomeriggio sappiamo che il sole si inclina in un certo modo, ma da tempo immemorabile lo vediamo farlo alla sinistra del mouse, lì tra la testa del collega e la finestra del tizio che guarda la tv nel palazzo di fronte. Un giorno libero in mezzo alla settimana è destabilizzante. Vedi le cose da una prospettiva talmente nuova da sembrare inedita. Dunque alle due e mezza del pomeriggio, mentre tu di solito ciondoli tra la macchinetta del caffè e il terrazzo, il supermercato è pieno di signore che fanno la spesa senza fretta. Non ci sono, a quell'ora, gli assatanati del pre cena che devono accattarsi un etto di prosciutto prima che mariti, amici o parenti si piazzino a tavola famelici. Non ci sono, alle due e mezza del pomeriggio, le post trentenni nevrotiche che razziano il banco dei surgelati con precisione chirurgica e velocità invidiabile. Alle due e mezza si discute di quale tipo di prosciutto cotto sia più adatto agli involtini. Alle due e mezza del pomeriggio l'estetista di fronte al supermercato ha tempo di farti una ceretta e chiacchierare dicendo di trovarti un po' ingrassata, perché lei – dice – si ricorda di tutte e dunque anche di te e del tuo peso forma. Dice, l'estetista, che probabilmente le nostre figlie un domani non dovranno fare la ceretta. Magari per le nostre figlie possiamo immaginare un futuro migliore, sospira pensando alle magnifiche sorti e progressive della depilazione definitiva per davvero. Forse le nostre figlie potranno anche andare al supermercato alle due e mezza del pomeriggio senza vergognarsi di non avere nessun involtino da preparare ma solo un banco surgelati da razziare. E di trovarsi a disagio a farlo con tutta la calma del mondo.

venerdì 17 febbraio 2012

Mutande scomode

Dal Giornale del Popolo del 17 febbraio 2012
Allora forse bisogna intendersi sul concetto di mutande. E così anche la discussione su Sanremo prende la piega di una di quelle belle polemiche in cui si finisce ricominciando dall'inizio, ossia rinegoziando il significato dei termini. Che le nostre nonne portassero della biancheria più simile a un'armatura è un fatto. Altrettanto lo è il dato che ai nostri tempi a un paio di mutande si chiede di essere perfettamente mimetizzabili sotto abiti succinti e pantaloni a prova di raggi X. Dio solo sa che cosa ci riserverà il futuro e che cosa indosseranno le nostre figlie, nel frattempo abbiamo visto l'altra sera che c'è ancora una cosa che si può chiedere a un paio di mutande: fare presenza, timbrare il cartellino, coniugare la garanzia dell'esserci con il brivido di trasgressione di far finta di no. Sì perché la seconda puntata di Sanremo, signora mia, s'è infiammata su questo interrogativo di fronte allo spacco vertiginoso dell'abito da sera di Belen Rodriguez: indossava o no gli slip? La risposta è che indossava un manufatto appositamente creato per mettere al riparo le pudenda dalla censura e allo stesso tempo esporre sapientemente il caso alla polemica. Certo che non erano mutande. Come non era cervicale quella che avrebbe costretto la valletta annunciata a disertare la prima serata lasciando campo libero a Belen e Canalis. Ma, dico, la prima sera Pupo parlava di referendum costituzionale sottolineando che l'importante è essere alti dentro. Se l'apparenza non ingannasse che gusto ci sarebbe? Meglio, molto meglio parlare delle mutande. E lasciare al proprio destino chi si indigna perché la musica è in secondo piano. Un festival in mutande è sempre meglio di un festival trasformato in messa cantata da un Celentano soporifero. (p.s. di Belen, Sanremo, nudità e mutande parlavamo anche un anno fa. Così)

venerdì 10 febbraio 2012

La gestione delle lacrime (La Fornero non c'entra)

Dal Giornale del Popolo del 10 febbraio 2012
«Adesso faccio un bel pianto». Per mio padre è un proposito di liberazione come una doccia dopo una corsa di dieci chilometri. Da sempre sostiene che piangere sia bellissimo e salutare. C'è un ramo della famiglia dalla lacrima facile. Sono i “sensibili”, quelli simili al nonno che, buon'anima, se n'è andato per un colpo prima che noi nascessimo e prima che quella generalessa di mia nonna portasse a termine il compito di rendergli la vita una corsa a ostacoli tra divieti e scene di gelosia che lui seraficamente ignorava. Il ramo degli insensibili, in tutto simili alla generalessa, vanta una predisposizione molto meno spiccata alle lacrime. Beninteso, tutti piangono. Ma i secondi lo fanno quando è davvero necessario e pertinente; gli altri, invece, diventano delle fontane quando nessuna convenzione sociale lo prescrive. La gestione delle lacrime resta una questione complessa, soprattutto se si è uomini, perché una donna che piange non fa testo. Generalmente quando ti vedono piangere danno sempre la colpa agli ormoni, che è un po' come fare commenti razzisti di fronte ai crimini commessi dagli stranieri. Sta di fatto che lui dice che tu ultimamente piangi per tutto, perché il film su Margaret Thatcher è tutto tranne che strappalacrime. Così mentre lui si interroga sulla lettura politica dello sciopero dei minatori e del conservatorismo inglese tu non sai se sia più straziante la demenza senile della lady di ferro o il suo amore per il marito morto e nel dubbio piangi doppiamente. «Ma tu non piangi mai?». «Certo che piango». «E quando?». «Per lo sport, per lo sport piango». Chissà se pensa anche lui allo spot con David Beckham in mutande per H&M.

venerdì 27 gennaio 2012

Phoebe Philo e i temi impegnati

Dal Giornale del Popolo del 27 gennaio
Phoebe Philo è una stilista inglese prestata a marchi francesi che noi ragazze sogniamo ad occhi aperti. Prima Chloé, poi Celine. Mai neppure l'ombra di una collezione speciale per qualche catena low cost. Di lei ieri i giornali parlavano non per i suoi vestiti ma perché ha scelto di posticipare la sfilata prevista per marzo, dato che in aprile partorirà la sua terza figlia. Il caso fornisce uno di quegli argomenti di cui la pubblicistica femminile sedicente impegnata va ghiotta. Una donna in carriera che parla della sua vita privata e la lascia interferire col lavoro: roba da sguazzarci. Oggi probabilmente si eserciteranno sul tema le penne più rosa di cui ogni testata dispone. Ognuno ha da dire la sua: se torni a lavorare troppo presto sei una madre snaturata; se ti godi quei mesi di riposo insperato sei una profittatrice dello stato sociale. La stilista inglese ha scelto di fare quello che riteneva più comodo e intelligente. Insomma, ha scelto. Cosa che ogni donna vorrebbe poter fare. La ficcanaso stava arrivando alla fine della rubrica quando si è guardata indietro e si è riletta. Inorridendo, come si può fare solo davanti al primo capello bianco. Impelagarsi in una battaglia che interesserebbe solo a chi legge Vanity Fair e il resto della pubblicistica sedicente impegnata. E invece bisognerebbe indignarsi e prendere i forconi per ben altro. Perché la brava Phoebe Philo ha scelto di pontificare sul pallosissimo tema della conciliazione lavoro-famiglia. Quando poteva dedicarsi al ben più socialmente utile lavoro di disegnare abiti per donne incinte che non le facessero sembrare tendoni da circo.

mercoledì 25 gennaio 2012

È l'età, signora mia

Dal Giornale del Popolo del 13 gennaio 2012
Demi Moore avvistata con un modello ventenne, Jessica Simpson che sfrutta una delle gravidanze più pesanti della storia (in tasca ha già un contratto con Weight Watchers per mostrare il suo dimagrimento post partum). E infine: Charlotte Casiraghi paparazzata con un attore comico. Le prime notizie di gossip del 2012 confermano alcune granitiche certezze: non c'è lutto amoroso che non conosca il lenitivo passaggio del chiodo schiaccia chiodo; se sei famosa anche il grasso diventa un business e infine dentro ogni donna bella e giovane c'è l'implacabile ricercatrice di un uomo che la faccia ridere. Una ricerca, quella del simpatico umorista, che evidentemente perde di appeal man mano che passano gli anni. Così, mentre la figlia di Carolina di Monaco si fa grasse risate con la sua nuova fiamma, Demi Moore fa capire di non aver nessuna voglia di ridere, piuttosto il fermo proposito di non retrocedere in tema di addominali. Dev'essere una legge analoga a quella per cui più si è giovani più si cerca di sembrare “mature” e più si è mature più si cerca di agghindarsi da adolescenti. È il fenomeno per cui nelle nostre città in saldo vediamo figlie con borse di Gucci passeggiare al fianco di madri con borse H&M. Le prime hanno faticosamente ottenuto il marchio come regalo di Natale; le seconde hanno capito che certi loghi, accompagnata alla loro cofana fresca di parrucchiere, giocano decisamente contro l'anagrafica. Poi c'è quel periodo di mezzo, quello in cui un giorno in un negozio ti chiamano “signora” e il giorno dopo ti danno del “tu” guardando le tue giovanissime scarpe da ginnastica borchiate. È l'età più difficile. Quella in cui bisogna essere temerarie e tirare fuori la carta di credito per mostrare di avere il gusto fresco di una ee la capacità di spesa di una signora che sa ottenere quel che vuole.

Liberateci dai maschi modaioli

Dal Giornale del Popolo del 20 gennaio 2012
«Cos'è una giacca tecnica?». Certe domande da certi amici maschi non fanno impressione. Rassicurano, come soltanto può rassicurare un gesto che rimette le cose al loro iconico posto, quello in cui le femmine si occupano di vestiti e capelli e i maschi spaccano la legna e si fanno il bidet col Cillit Bang. «Insomma cos'è una giacca tecnica? Ho letto che non vanno più di moda». Basta indicargli quella che ha addosso per spiegargli e contestualmente farlo rendere conto che è fuori moda. Ma per un maschio mediamente tradizionale che se ne fa una ragione, ce ne sono dieci altri che non si rassegnano ad affrontare il prossimo inverno in piumino mentre le passerelle impongono cappotti tanto gelidi quanto eleganti. Vorremmo dar loro il benvenuto nel club di quelli costretti a sentire freddo e invece tocca occuparsi degli effetti collaterali dei maschi eterosessuali che si mettono in testa di seguire la moda. Perché non possiamo ignorare che le nostre città sono piene di maschi con pantaloni col risvolto, stivaletti sopra la caviglia, cappottini e, soprattutto, cuffietta in testa. Devono averla vista da David Beckham, la cuffietta. Quella con cui il calciatore inglese si fa fotografare mentre insegna ai figli maschi a giocare a pallone, spupazza la figlia femmina, posa accanto alla magrissima moglie. Una sorta di calzino che ha il potere di rendere irresistibilmente sexy il buon David e al contempo segnare la distanza siderale che lo separa dai maschi che si aggirano dalle nostre parti. Non ci credete? Guardatevi intorno sull'autobus un sabato pomeriggio qualunque. E rimpiangerete i vostri amici che teneramente si interrogano sulle giacche tecniche.

Le vacanze e i beni rifugio

Dal Giornale del Popolo del 30 dicembre 2011
Dice che va bene il mito del relax e dello svuotarsi la testa dalle preoccupazioni lavorative, ma non si può stare per quasi una settimana in quel modo: buttati sul divano di fianco al camino con la tv accesa e un libro perennemente in stand by. Puntate intere di Beautiful a ripetizione e neanche uno smartphone o uno straccio di collegamento a internet per controllare Twitter o i siti di riferimento. Dice che non si può vivere così, ché se una guerra fosse scoppiata il 24 tu lo scopriresti sì e no a Capodanno, quando quello straccio di socialità coatta più che residua ti impone di riemergere e prestare attenzione al cellulare, ormai disabituato persino al servizio sveglia. Dice, dicono, insomma che almeno un quotidiano per salvare le apparenze si poteva trovare. Eppure non siamo così fuori dal mondo come sembra. Tanto per cominciare siamo certe che euro e franco esistano ancora, se no le carte di credito non si sarebbero comportate così bene nei tradizionali acquisti di fine anno. Ancora. Se fossimo totalmente fuori dal mondo non saremmo qui a tifare che Brooke non si arrenda. Deve riuscire a convincere Ridge che se ha baciato il di lui figlio ventenne, l'ha fatto nel sonno e mica è colpa sua se a cinquant'anni suonati è ancora la meglio bonazza di Los Angeles e comunque ora è il caso di guardare avanti e scordarsi il passato. Per il bene della famiglia, si intende. Ridge si convincerà come mille altre volte ha fatto in passato, anche se bisogna dire che dopo l'ultimo dialogo con la sua bionda moglie aveva la stessa faccia di quella volta che è morto per la prima volta cadendo in una fornace ardente. Se fossimo totalmente fuori dal mondo non sapremmo tutte queste cose e non ne sapremmo cogliere la morale fondamentale: gli anni passano, i figli crescono, le feste ci appesantiscono e le borse si imbizzarriscono, ma i beni rifugio che non si svalutano sono sempre gli stessi.

venerdì 23 dicembre 2011

La tombola in crisi

Dal Giornale del Popolo del 23 dicembre Che sia per confermarla o per smentirla siamo sempre lì, a parlare di questa cavolo di crisi, come un ex fidanzato ingombrante che non s'è ancora rimosso. Dunque se al brindisi di auguri in ufficio c'erano solo due panettoni invece dei soliti cinque ricoperti di glassa, è perché (sguardo contrito) «è stato un anno difficile e il prossimo lo sarà ancora di più». Viceversa se fuori da Tiffany (Milano, via della Spiga) ci sono dei poveracci in coda per comprare ammenicoli d'argento noi sculettiamo lontano prima di sbuffare un «poi dicono che c'è la crisi!». Manco ci si potesse augurare di trovare la gente rantolante e morente per strada per certificare l'esistenza di questa immonda situazione economica. Il panettone non ha i canditi? «Ringraziamo che sia lievitato, che è già tanto». Il panettone ha i canditi? «Ma come si fa a mettere i canditi nel panettone in un momento come questo?». L'altro giorno un lettore di Repubblica scriveva indignato per osservare che c'è la crisi e pure il riscaldamento globale, ciononostante nelle trasmissioni tv si vedono donne vestite come fosse agosto, dal che si deduce che ci sono temperature tropicali negli studi televisivi e santo Iddio meglio augurarsi uno stile sovietico con ballerine in calzamaglia grigia e guanti che sgambettano per scacciare il freddo. Ancora. Compri solo libri a Natale? «Si vede che c'è la crisi». Ma il colpo di coda più subdolo potrebbe arrivare domenica sera. Quando sarete tutti intorno a un tavolo e metà del parentado sarà già mezzo ubriaco. Vi chiederanno di rispolverare l'ambo, che alla tradizionale Tombola natalizia non si premiava da quando non ci sono più bambini da far vincere e quindi tacere. Ma è lì, quando invocheranno il prezzo calmierato per le cartelle e la possibilità di fare il terno nella stessa riga ove s'è fatto l'ambo che dovete alzarvi e andarvene. E lasciarli nella loro cavolo di crisi.

venerdì 16 dicembre 2011

Son tutti regali vostri

Dal Giornale del Popolo del 16 dicembre
Questa domenica con gli amici, domenica prossima con i parenti. Al momento di scartare i regali si arriverà al termine di giornate molto difficili. Dopo pomeriggi passati a comprare compulsivamente candele e tazze (cosa c'è di più unisex, economico e non pretenzioso?) e di serate a imprecare incartando oggetti già comperati. Già perché ogni volta pensi che aspettare perché ti confezionino il pacchetto sia un'eccessiva perdita di tempo, in fondo cosa ci vuole, abbiamo ottenuto il diritto di voto vuoi che ci mandi in crisi un nastro da legare intorno a un ammenicolo da ficcare sotto l'albero giusto il tempo di essere sbranato dal destinatario? Mai osservazione si rivelerà più sbagliata e lo constaterete domani sera imprecando contro i primi doni che vi sarete decise ad impacchettare. Come se la parte più difficile fosse farli i regali, e non riceverli. A occhio e croce, in vent'anni di vita, ciascuno avrà ricevuto 7 regali azzeccati. Tre dei miei erano “Indovina chi?”, “Gira la moda” e l'orsetto di peluche Dante che conservo di fianco al letto. Per il resto tutti abbiamo la dispensa piena di tazze di ogni foggia candele per ogni momento della giornata. E poi dio solo sa quante schiere di oggetti carini, passabili, che ti strappano un sorriso autentico perché comunque basta un pacchetto colorato per farti diventare euforica. Ma sempre roba che a te stessa non avresti regalato mai. Guardi l'oggetto e non gioisci borghesemente per l'euforia dell'accumulo, ma pensi a quante cose che ti piacevano davvero avresti potuto comperare custodendo gelosamente quei soldi. Eccolo, il pensiero più orrido, infido e pericoloso nel Natale della recessione. L'idea che scegliere sia meglio che accumulare cianfrusaglie e oggetti da riciclare. Hanno cominciato a cambiarci, state attenti.

venerdì 9 dicembre 2011

Prima, la sobrietà


Dal Giornale del Popolo del 9 dicembre
Peggio dei compleanni ci sono solo gli anniversari. Peggio di entrambi ci sono le ricorrenze in clima di austerity. Solerti organi di stampa ci informavano che l'altra sera, alla prima della Scala per cui noi venderemmo madri, mariti e fidanzati, le signore della borghesia bene indossavano abiti eleganti ma sobri. Le calzature delle signore Napolitano e Monti sono state lodate a più riprese, i visoni delle più audaci sono stati prontamente attribuiti a lasciti ereditari. Alle croniste che popolavano il foyer, le sciure hanno fatto sapere che non hanno certo comprato gioielli o abiti per la serata, ma solo tirato fuori dall'armadio vecchi capi. E mai avremmo pensato di trovarci un giorno a ringraziare il cielo per l'esistenza di Valeria Marini, fieramente anticongiunturale con quel suo vestito sgargiante, prezioso e generoso nel mostrare la natica abbondante in mezzo a quella palude di signore timorose di mostrarsi troppo ricche o troppo curate. Abbiamo avuto un sussulto di indignazione che avremmo potuto portare in piazza con cartelli impopolari: “Ridateci i ricchi di una volta”. Perché i ricchi sono ricchi per un motivo, che è quello di mostrarsi splendenti a noialtri e prestarsi alle nostre critiche. Quei loro vestiti agli eventi mondani sono fatti perché a casa qualcuno come noi, accomodato sul divano, possa osservare che «non serve a nulla avere tanti soldi se poi ti vesti così male». Questo è essenziale a convincerci che noi saremmo comunque meglio vestite perché dotate di un gusto ineguagliabile che quelle là non possono comprare. I ricchi sono ricchi perché noi possiamo invidiarli, criticarli e ritenerci migliori di loro. Sono ricchi perché noi possiamo occuparci di loro invece che dare retta a quel tizio che dice che quella macchina è adatta al caso nostro. Spaziosa, confortevole. Tra un attimo dirà che è una familiare e allora non ci resterà che prenotare la pensione Anna a Rivabella di Rimini per la prossima estate.

venerdì 25 novembre 2011

Che amore l'influenza

Dal Giornale del Popolo del 25 novembre 2011
Lei crede fermamente che un bicchiere di acqua bollente con lo zucchero (senza limone) e una borsa dell'acqua calda sullo stomaco possano risolvere il disastro. Lui non vuole sentire parlare di ingerire alcunché e preferisce rantolare un'intera notte e tenersi un secchio di fianco al letto per ogni evenienza. L'unica cosa su cui un uomo e una donna possono concordare in caso di costipazione intestinale e sospetta influenza è che un medico non va chiamato se non in presenza di indizi inequivocabili di morte imminente. (E comunque sempre insistere perché l'altro lo chiami, mai farlo per se stessi). Probabilmente il giorno dopo la notte infernale i giornali scriveranno che il virus tal dei tali è in giro e la vaccinazione è consigliata, nel caso fosse già troppo tardi meglio stare leggeri, aspettare che passi e poi imbottirsi di fermenti lattici e vitamina C. Già perché l'influenza sta all'inverno come il caldo sta all'estate, il che significa che non ci sono mai abbastanza luoghi comuni per registrarne l'arrivo, né abbastanza modi diversi per litigare su come affrontarlo. Perché ognuno ha le sue nonne e i suoi rimedi e vivere insieme significa per forza di cose trovare un compromesso che salvaguardi la reputazione di entrambi i rami del parentado. E sembra ieri che parevano insormontabili i litigi sulla disposizione dei libri e quelli sulla razionalizzazione degli scaffali della cucina. Sembra ieri che concedevate «Ok, le uova vanno in frigo purché non tolgano spazio agli smalti ché se no si seccano». Oggi il tema è ben più scottante e l'incognita più grande. Soprattutto se non avete neppure un termometro in casa e il frigo è vuoto. E vi sentite ancora troppo giovani per non credere che l'unico toccasana sia rifugiarsi nel letto dei genitori a guardare le televendite.

venerdì 18 novembre 2011

Il castigo è innanzitutto estetico

Dal Giornale del Popolo del 18 novembre
È una parte scomoda della storia, ma qualcuno dovrà pure analizzarla. Ai vostri figli laureati in economia e possessori di qualche titolo di studio riassunto da acronimi impronuciabili lasciamo la parte meno interessante. Quella che dovrebbe capire come diavolo si sia passati dalla crisi dei mutui americani a quella degli Stati europei. Perché che gli americani fossero dei consumatori quantomeno avventati, lo abbiamo sempre saputo (noi che frequentavamo i negozi di Manhattan nei tempi d'oro). Ora c'è da capire come diavolo questo disastro abbia attraversato un Oceano e tenti di sommergere le formichine del Vecchio Continente. Come sia successo che internazionalmente siamo finiti a lodare la sobrietà e la morigeratezza. E non parliamo solo dei vestiti da poche sterline di Kate Middleton. Né di quelle scarpe color tortora col plateau che la moglie di William d'Inghilterra indossa ogni due per tre ignorando una delle regole fondamentali di Paris Hilton («Mai farsi fotografare due volte con lo stesso vestito»). Quello che succede Oltremanica è ancora poco. Nel continente ci ritroviamo a lodare il rigore di una signora tedesca che indossa giacche uscite dalla DDR. Oh se solo ci fosse un Berlusconi a paragonarla a una Rosy Bindi noi potremmo ancora indignarci e passare ad argomenti più seri, invece ci tocca guardare in faccia la realtà e farlo da soli. Guardare con occhi sbarrati questo nuovo governo italiano che è un monito culturale per tutto il continente. Fate pure le cicale, ma prima o poi il castigo arriva. E avrà l'immagine di una squadra di signori in grisaglia, signore con plantare Valleverde e neanche un capello (trapiantato) da annodare al pettine.