domenica 10 ottobre 2021

Sistemiamo l'inglese

Da Ticino7 del 9 ottobre 2021 

Con gli amici più fidati condivido una frase in codice, il campanello d’allarme che ciascuno sente suonare quando l’altro, consapevolmente o meno, si lamenta della propria vita e degli obiettivi mancati in anni di studio e di lavoro e, in uno slancio di reattività che cerca di far passare per risolutezza, proclama: “Mollo tutto e vado via per un po’ a studiare l’inglese”. 

Succedeva spesso poco dopo la fine dell’università, quando, esaurito l’entusiasmo per gli stage sottopagati che promettevano tanta esperienza, iniziavano i lavori in cui l’esperienza dovevi applicarla e il mercato appariva all’improvviso tutt’altro che entusiasmante. In quei contesti periodicamente ci sentivamo non apprezzati, al contrario di quanto succedeva agli ex compagni di studio, che sembravano aver trovato il proprio posto mentre noi annaspavamo nella perenne insoddisfazione. Allora, in quei momenti, nelle chiamate agli amici per sfogarsi ecco il sogno: sistemiamo questa lingua che mastichiamo senza padroneggiare, basta far pratica guardando le serie in tv, prendiamo il torno per le corna. Abbiamo salvato più volte almeno un paio di amici dal “mollo tutto e sistemo l’inglese”, lo stesso hanno fatto loro con noi. Inserisco nel novero anche quelli che volevano imparare il francese o disseppellire il tedesco. 

Anni dopo, a università finita da un pezzo, quell’analogo slancio si sposta su un tema nuovo, apparentemente più adeguato all’avanzare dell’età e della carriera: “Basta, mi metto in proprio”. Qui il miraggio è la flessibilità, la libertà, la possibilità non tanto di realizzare un sogno nel cassetto, ma di costruirne uno per metterci dentro il primo sogno che capita. Ancora una volta chiamiamo gli amici, chiediamo consiglio, ci lamentiamo della nostra inconcludenza, sempre sbirciando i traguardi degli altri sui social. A quest’età fingiamo di perdere meno tempo su Instagram e stiamo su LinkedIn, in quella popolazione di mobile evangelist, digital enthusiast, visionar enterpreneur, manager e head of. 

Trovare una strada, incanalare le energie in qualcosa di davvero costruttivo, che porti a costruire quello che si desidera più che a distruggere la credibilità di quello che c’è. Per questo, davvero, ci vogliono dei veri best friend. Perché prima o poi, sistemato o no, l’inglese si impara a usarlo per ciò che serve.


Dieci minuti per tutto

Da Ticino7 del 2 ottobre 2021 

Giulia è una tonica signora di mezz’età con un passato di surgelati seppellito da ventiquattro comode rate a tasso zero. Il robot da cucina che oggi mi sta presentando (spoiler inutile: me l’ha venduto) è diventato prima il suo alleato in casa e poi io suo lavoro a tempo pieno. Il primo figlio l’ha tirato su a pane confezionato e bastoncini Findus, l’ultimo porta a scuola tegolini fatti in casa dalla mamma, perché con questo marchingegno il pan di Spagna si fa in dieci minuti e i bambini, se li tiri su con i sapori genuini, le merendine te le tirano dietro. Sull’onda del pan di spagna in dieci minuti, il sugo in altrettanti, il riso un po’ di più con l’inestimabile vantaggio di dimenticarsene, Giulia ha lasciato il lavoro a tempo pieno in una multinazionale per darsi a sessioni di presentazione e formazione, guadagnando l’agognata flessibilità e soprattutto soddisfazioni senza pari. Perché una donna a cui hai insegnato a fare il budino in dieci minuti e a pianificare la spesa settimanale tramite app in altri dieci minuti, non sarà solo una cliente, ma una devota estimatrice. 

Le altre invitate alla presentazione ascoltano a bocca aperta. Immaginano un futuro radioso. Ogni volta che nessuno risponderà alla fatidica domanda “cosa cuciniamo oggi?”, ogni volta che qualche distratto componente della famiglia dirà “quello che vuoi”, ritornando ad armeggiare con il telefono e facendoci ripiombare nella solitudine di quella che ha un mestolo in mano e non vuole decidere nulla, ma solo togliersi un’incombenza; ogni volta basterà accendere il robot da cucina, digitare il nome di un qualche avanzo rimasto in frigorifero oppure chiedere suggerimenti a caso. E non solo lui avrà una risposta. Non solo mostrerà centinaia di ricette selezionate per noi, ma ci seguirà passo passo, avvisandoci con una musichetta ogni volta che è tempo di passare allo step successivo della ricetta. Ci ascolterà, troverà una soluzione e ci seguirà.

Io non lo so se faremo mai davvero il sottovuoto, il formaggio, il dado fatto in casa. Non lo so se questo è un ultimo tremendo effetto collaterale di questa pandemia che ha ribaltato tutto. So che ho dieci minuti per il pan di spagna, dieci per gli addominali, dieci per sistemare il guardaroba, dieci per curare le piante sopravvissute all’estate, dieci per leggere un paio di pagine. E tutto il resto del tempo potrei usarlo per mangiare il pan di Spagna.


Tutti i corsi del mondo

 Da Ticino 7 del 25 settembre 2021 

A questo punto del mese di settembre i giochi sono fatti e le iscrizioni finalizzate. Passati i mesi estivi a prenotare prove e prendere appuntamenti, settembre scivola via tra valutazioni e decisioni. La bambina con il sogno dell’atletica è stata accontentata senza che in famiglia nessuno si prendesse la briga di capire dove potesse aver pescato un’idea sportiva tanto spinta. La grande prosegue coi fondamentali già confermati: equitazione (unico sport che consente outift realmente presentabili) e calcio. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, raggiungiamo il traguardo anche con il corso di teatro, quest’anno approvato di slancio dalla piccola di casa. A entrambe, al grido di “questo non è uno sport da scegliere, bensì un obbligo”, viene imposto il corso di nuoto. Ortopedici e dentisti frequentati nell’ultimo anno hanno spazzato via l’approccio rilassato di due anni fa e ora siamo nella pletora dei genitori che raccomanda “lo sport più completo” perché “non basta stare a galla”. Le convinciamo con lezioni individuali, comodissime mentre anche la mamma può nuotare sacrificando quello che in altri tempi sarebbe stato un sabato di shopping. Il conto è salato ma ortopedici e dentisti saranno fieri di noi. L’entusiasmo per atletica, selvaggio sulla carta, non sopravvive a cinque minuti di realtà. I protocolli anti Covid impediscono ai genitori di entrare ad assistere, l’uscita dell’atleta in erba è sufficiente a capire tutto: “Una cosa da pazzi, si corre troppo in questo sport. Ma sai quanto è lungo un campo?”. 

Giunti alla fine del mese con una sola vittima (atletica, appunto), facciamo i conti. Le cifre sono alte, ma mai quanto i rischi. Ogni palestra, piscina o centro che abbiamo frequentato in questi giorni di matte e disperatissime valutazioni, ci teneva a chiarire subito una cosa sola: quest’anno niente voucher o possibilità di recuperare lezioni perse per cause di forza maggiore (nessuno dice pandemia, la segretaria della palestra sorride e fa simpaticamente le corna, esorcizza il terrore porgendoti un foglio da firmare che come titolo dovrebbe avere “sono tutti cazzi vostri”). Proviamo a farci mettere per iscritto dalla maestra di teatro che comunque vada si continuerà, siamo disposte a portare i bambini nel cortile innevato pur di scongiurare le lezioni su Zoom. Nessuno ci garantisce niente. Simpaticamente fanno tutti le corna. Quest’anno sono tutti cavoli nostri. Benvenuti nella giungla.

Fantacalcio, i gonfiabili degli adulti

Da Ticino7 del 18 settembre 2021

 Il lievito facilmente disponibile nei supermercati, le scorte di farina stabili in casa, l’abitudine di avere sempre in tasca una mascherina da indossare alla bisogna sostituita da quella di dimenticarsela sempre più spesso (e doverne comprare di nuove). Ma forse il segnale più grande che siamo in una fase nuova è il rinnovato entusiasmo dei maschi. Che hanno smesso di essere nervosi smart worker a tempo pieno e ritrovano vecchie passioni quasi sepolte e incomprensibili ai più: il fantacalcio.

Condividono la convocazione con la solennità di una riunione di condominio cruciale: “Non aspettarmi, mercoledì c’è l’asta”. Si preparano, non rispondono al telefono, le donne restate in casa a governare la prole li immaginano come Fantozzi in canotta di fronte alla tv con birra ghiacciata e rutto libero, ma chi li ha visti da vicino dice che c’è qualcosa di più. Nessun relax, nessun abbandono degli istinti: qui il tifo dev’essere governato dalla strategia, dalla competizione dall’agonismo matto e disperatissimo di chi deve ad ogni costo avere la formazione vincente. Durante la settimana, poi, si accusano a vicenda di essere diventati tifosi della propria fanta formazione più che della propria squadra del cuore.

Alcune di noi, privilegiate proprietarie di case grandi e non sovrappopolate, sono chiamate ad ospitare le aste che si svolgono in presenza. Nei giorni precedenti chiedono consigli su cosa preparare a cena per cotanta competizione: suggeriamo cose nutrienti, soddisfacenti ma soprattutto semplici da mangiare. Come se dovessero prendere la borraccia con una mano sola in bicicletta mentre scalano il Monte Bianco. Chi li ha visti da vicino dice che le similitudini con i compleanni dei bambini si sprecano: percepiscono la solennità della situazione, si ingozzano con voluttà per poi lasciarsi andare. Diventano a tutti gli effetti minorenni ai gonfiabili, con l’unica differenza che tolgono le scarpe (se gli adulti in casa lo permettono) senza indossare gli antiscivolo. Danno il peggior spettacolo di sé abbandonandosi agli istinti più vitali. A guardarli, accomodati nelle sedie dedicate a chi non entra e non toglie le scarpe, adulte attonite e curiose. Scandalizzate ma allo stesso attratte da una gioia tanto selvaggia e incomprensibile. 

Cosa diresti al te stesso di dieci anni fa?

Da Ticino7 dell'11 settembre 2021

Cosa diresti al te stesso di dieci anni fa? La domanda, tra le più gettonate nei box di Instagram che gli influencer caricano periodicamente nei propri profili per farsi sentire più vicini dai propri follower e soddisfare le metriche dei social assetate di engagement, è tutt’altro che noiosa. 

Quasi tutti gli influencer che ho visto rispondere, che siano muscolosi, bellissime, consapevoli paladine dei diritti o mamme blogger impegnate, raccontavano che avrebbero raccomandato soprattutto tranquillità, approccio sereno, niente ansia, fiducia nel fatto che la felicità arriva a chi sta bene con se stesso e apprezza la bellezza nascosta in ogni giornata. È incredibile, mi dico ogni volta, quanti buoni sentimenti inondino Instagram. Viene quasi da rimpiangere le gare di rutti su TikTok.

Io alla me stessa di dieci anni fa avrei suggerito di non piegare nel guardaroba quella meravigliosa borsa di Vivienne Westwood che oggi un calzolaio gioielliere e filosofo ritiene difficilissima da riparare. Avrei anche suggerito di studiare meglio l’inglese e non seppellire il tedesco. Avrei suggerito di non rispondere a certe telefonate e di rispondere ad altre. Avrei suggerito persino di richiamare qualcuno, di scrivere lettere di dimissioni al momento giusto, di organizzare fughe oltre oceano, di adottare il gattamortismo in dosi sufficienti a fare di me stessa se non proprio una sfasciafamiglie almeno una discreta stronza. Avrei suggerito di rischiare e di non preoccuparsi. Alla me stessa di dieci anni fa avrei anche raccomandato di leggere più libri classici e di vedere più film importanti. Perché – si sa – arriva un momento della vita in cui ci si rende conto della propria ignoranza. Alla me stessa di dieci ani fa, e qui concordo con la vulgata degli instagrammer, avrei suggerito anche di essere più tranquilla e positiva. Molte di noi alle loro stesse di dieci anni fa avrebbero suggerito di criticare meno e crederci di più. Di comprare Prada e Bottega Veneta, che hanno ancora un futuro nel mercato dell’usato invece di continuare a fare le alternative con Marni e tutti quei marchi non pubblicizzati. 

Gli amici interpellati concordano, tutti accomunati da questa smania tipicamente post quaranta di rivedere le proprie scelte e di farsi esami di coscienza. Tutti concordano. Soprattutto sul fatto che dieci anni fa non sono abbastanza: dovremmo fare due parole coi noi stessi di venti anni fa. Almeno.


Quante poche stories in vacanza

Da Ticino7 del 4 settembre 2021 

Il cellulare ha sostituito facilmente la Settimana Enigmistica in bagno e sotto l’ombrellone. La vita degli altri ci scorre davanti come un film troppo veloce senza sottotitoli: Chiara Ferragni in barca, l’Estetista Cinica a Porto Venere a crucciarsi perché dovrà trattenere la pancia per entrare nel vestito del red carpet di Venezia. Mezzo mondo a Marzamemi, un’altra metà in Grecia a scoprire che è bella quasi quanto l’Italia. Ex colleghi a Scicli, famiglie felici a Riccione. Famiglie spezzate al mare. Non sono a Marzamemi. Perciò sono in Puglia. Le compagnie numerose vagano tra agriturismi sparsi in Umbria e Toscana. Poi però ogni nucleo famigliare si sposta al mare. La Sardegna è sempre in testa. La barca è una grande scoperta anche per i non ricchi di nascita. Paolo Stella, influencer e tante altre cose, ha costruito una casa meravigliosa a Cefalù. Sicilia, ancora. Chiara Ferragni si sposta a Capri e mangia degli ottimi spaghetti alle vongole, le sorelle pubblicano analoghe foto dal ristorante. I cannoli siciliani hanno fatto ingrassare tutti. Sicuramente quelli di Marzamemi. Alcuni si lamentano infatti di essere ingrassati e cominciando a tornare a casa ci ammorbano con i propositi detox. Qualcuno tira il fiato in montagna, mostrando il maglione “di cotone pesante” dello stilista che ci svelerà nella prossima stories. Quasi tutti abbiamo scoperto l’Afghanistan. Dolore, rabbia, invito a seguire quei giornalisti che raccontano l’esodo tremendo dal loro telefono, tanto di cappello a quegli influencer che sensibilizzano il popolo. Raccolte fondi, swipe up per donare. Poi di nuovo Marzamemi, la spazzatura di Noto, le denunce di Selvaggia Lucarelli in Sicilia. Il rientro in città, il freddo, la canottiera.

Qualcuno mi ha chiesto se siamo stati in vacanza, quest’anno. L’assenza di stories con sfondo di mare cristallino deve essersi fatta notare. Il paradosso è che quello che non vediamo nel telefono (o meglio nei social, che frequentiamo con somma indolenza) non esiste, mentre quello che lì vediamo ci sommerge fino a diventare irrilevante. Dice: devi seguire le persone giuste, quelli che hanno qualcosa di interessante da dire. Dico: realmente qualcosa può emergere dal mucchio per restare? Davvero sentir parlare di Afghanistan o di letteratura può trasformare in produttivo il nostro scrolling compulsivo sul water o sul tram? Dicono che sono la solita cinica. Però ammetto che Marzamemi è bellissima e gli spaghetti con le vongole una bontà.

Il diario di Chiara

Da Ticino7 del 28 agosto

La cartoleria vicino alla scuola ha fatto i saldi a luglio, prima di chiudere e riaprire in attesa del periodo più temuto dalle madri di ogni latitudine: il back to school. Un momento che le persone normali non conoscono e non attendono. Perché le persone normali fanno un paio di settimane di vacanza in estate e poi tornano alle consuete faccende, mentre chi gestisce dei bambini vive sulle montagne russe per settimane tra campi estivi, vacanze e soggiorni benedetti dai nonni. Back to school significa ritorno alla normalità, ai ritmi di sempre. Riposanti e benedetti come la monotonia. Back to school significa anche spesa per la scuola. Qui le nevrosi variano perché ci sono scuole che a fronte di un contributo forniscono tutto il necessario, dai libri alla cancelleria; altre che consegnano liste dettagliatissime con le caratteristiche che ogni penna e quaderno deve avere. 

Il solito lungo preambolo è per arrivare al punto: come ogni grande leader e interprete del proprio tempo, Chiara Ferragni non ci abbandona in un momento così difficile. E sfodera una linea di diari, quaderni e astucci per tornare sui banchi in grande stile. Pubblicizzata dal soggiorno in Sardegna pochi giorni prima di dare inizio a quel genere letterario e sociologico che sono le foto con i fornitori di servizi a fine vacanza (la foto con l’insegnate di nuoto di Leone, con la massaggiatrice, con lo staff della villa, con i cuochi in una selva indistinguibile di hashtag #adv #supplied che dovrebbero indicare variazioni nel grado di servitù), la linea distinguibile dall’arcinoto occhio azzurro stilizzato, offre tutto l’armamentario necessario per una scuola di successo. Successo nel vero senso della parola.

Il diario è infatti infarcito di esortazioni motivazionali di Chiara: “be your own hero”, “boss babe”, “il segreto è amare sé stessi incondizionatamente”, “il futuro è di coloro che imparano ad essere la versione migliore di sé stessi”. Forse le frasi di Gino e Michele e di Jim Morrison (“Darei la vita per non morire”, sicuramente la hit del genere) della Smemoranda hanno fatto di me la cinica inconcludente che sono, mentre le ragazzine di oggi potrebbero davvero diventare ragazze positive e di successo. Sì, probabilmente il diario di Chiara Ferragni è un’ottima idea. Insieme ad ogni altro diario che ci consenta di sfuggire da quello dei Me Contro Te.

domenica 22 agosto 2021

Un guardaroba pieno di sentimenti

Da Ticino7 del 21 agosto 2021

etty25 di Rifiano, paesino nelle vicinanze di Merano, si è offerta di acquistare il soprabito in lana e cotone che ho comprato oltre dieci anni fa in uno dei negozi più belli del lungomare di Cattolica. Ketty25 non lo sa, ma quando lei era probabilmente impegnata ad aspettare la fatina dei denti, io avevo bisogno di un soprabito che non fosse scuro, da poter usare nelle occasioni speciali e nelle cerimonie. Ketty25 non lo sa, ma sta per diventare proprietaria del soprabito che indossai la prima volta che andai alla Scala, a piangere sul “Vissi d’arte, vissi d’amore” e sul bacio di Tosca. 

Appena deciso il prezzo metterò in vendita, su una di quelle app che mi tartassano da mesi con la loro pubblicità, anche la borsa di Balenciaga marrone. Il modello di oggi è praticamente identico e potrei davvero guadagnare qualche soldo, oltre a sgomberare l’armadio. Lo specchietto appeso alla borsa, vorrei dirlo a Pucci14 o a SabriRoma, è rotto perché mi ci sono seduta sopra pochi giorni dopo averla ricevuta in dono. La Balenciaga marrone era per l’appunto il regalo di mia mamma dopo la nascita della mia seconda figlia. La venderò perché quello della borsa marrone (specie se una borsa famosa) è un concetto che mi rende triste da sempre (se un giorno vedrete una tizia con una Birkin color bubblegum sarò io, venite a salutarmi) e sono sicura che non mi sentirò in colpa per aver abbandonato così un regalo di mia madre per un’occasione tanto speciale, perché con il ricavato di quella vendita (sommato a quello di tante altre) acquisterò una borsa nuova e che mi piaccia davvero e mi comporterò come se quello fosse il regalo per la nascita della mia seconda figlia fatto da mia madre.

Se volete dare una sfoltita al vostro guardaroba e avete deciso di mettere sul mercato dell’usato alcuni dei vostri abiti e accessori scegliete una app, trovatevi un nickname che vi possa far interagire con Ketty25, Pucci14 o SabriRoma e cominciate a fotografare i vostri abiti. Stabilite i prezzi, accettate le richieste di sconto, state pronte a spedire. In poche settimane il vostro armadio sarà svuotato e potrete ricominciare a riempirlo con nuovi capi. Dovete essere determinati, forti e non sentimentali. Non certo come me, che ho ritrovato il biglietto con cui mia mamma mi fece trovare la Balenciaga all’uscita dall’ospedale e devo ancora smettere di piangere per aver solo pensato di poterla vendere. Sicuro poi che Ketty25 apprezzerà a dovere il soprabito che ha conosciuto Tosca?


Ol lieto fine di serie

Da Ticino7 del 14 agosto 2021

Solo uno stolto può pensare che l’estate sia una stagione morta per i cultori delle serie tv. Al contrario, si parte mettendo nella valigia un elenco di titoli adatti a trascorrere ogni tipo di serata, ormai senza sensi di colpa da quando la pandemia ha imposto quello che si sospettava già da tempo: restare in casa is the new uscire. E allora ecco che magari si va al mare o in montagna, si esce a cena, si fanno due passi. Ma la serata si conclude sempre davanti a Netflix e affini, tanto che la presenza di un Wi-Fi performante conta più della vista mare nella scelta del luogo di villeggiatura.

Dalle parti del nostro divano l’elenco di serie da vedere viene compilato periodicamente: finita una si ritorna alla lista originaria (nel frattempo aggiornata con i consigli di parenti e amici) e si ricomincia il giro.

È in uno di quei giri poco prima dell’inizio dell’estate che siamo approdati nel mezzo di Los Angeles a LAPD SWAT, a seguire le gesta di quella che esiste davvero come una squadra speciale della polizia cittadina. I duri e puri della SWAT (acronimo di Special Weapons And Tactics) sono infatti squadre speciali chiamate a intervenire in situazioni particolarmente complesse e rischiose: come operazioni anti terrorismo, salvataggio di ostaggi e antisommossa. 

Alla fine del primo episodio mi aspettavo il compagno di divano pronto a un “bello, grazie, arrivederci”. Cosa ci può essere di interessante, mi dicevo, in questi tizi armati fino ai denti che si calano dagli elicotteri per salvare qualche innocente? Quanto può essere attraente un inseguimento su una moto o una testata ai cattivi? Mi sbagliavo. Dopo un inverno di thriller, polizieschi sottilmente psicologici e ambientazioni distopiche, questo mondo di buoni che vincono sempre e cattivi che soccombono con disonore sembra una boccata di aria fresca. Qui nessuna ingiustizia viene tollerata e lo spazio per la misericordia non manca mai, che sia quella del poliziotto testa calda o del ragazzino dei sobborghi più poveri che finisce nei guai ma si ravvede grazie a un agente tutto muscoli e buon cuore. Ero pronta a una delle mie tirate contro queste serie tv da maschi. “Giusto un’altra puntata ti concedo”.  Sono passate delle settimane e siamo ancora in mezzo a tutto ciò. Perché non potete immaginare quanto sia rilassante e rinfrescante un mondo in cui tutto si aggiusta sempre.


L'amore è uno sport per chi ha il fisico


Da Ticino7 del 7 agosto 2021

l periodo più torrido dell’estate arriviamo con alle spalle un turbine di emozioni inedite: gli europei, con le imprese epiche e impensabili; le Olimpiadi con la solita girandola di sport assurdi della cui esistenza la maggior parte di noi si ricorda ogni cinque anni; Ben Affleck e Jennifer Lopez, protagonisti del ritorno di fiamma più paparazzato e chiacchierato dell’estate.

Di Bennifer, coppia d’oro di Hollywood poco meno di vent’anni fa, abbiamo ammirato in queste settimane le foto innamorate, i baci a favore di telecamera, la forma fisica sensazionale. Non più tardi di un paio d’anni fa, Ben era su tutte le riviste di gossip, fotografato bolso e trascurato dopo la fine della storia con la moglie Jennifer Garner. Di J-Lo, invece, abbiamo da anni unicamente testimonianze di invulnerabilità al tempo e alla forza di gravità. Che sia qualche anno fa al Super Bowl, in occasione di qualche sfilata o oggi spaparanzata su uno yacht con il celebre fondoschiena a portata di fidanzato e di teleobiettivo: di Jennifer Lopez da anni non si fa che dire come si mantenga bene e come non dimostri gli anni che ha (52). Ora il ritorno tra le braccia di Ben, col quale si dice fosse finita perché lui non voleva impegnarsi, ci rimette di fronte a domande cruciali dal punto di vista esistenziale: è più probabile che il fondoschiena regga all’andare del tempo o che l’amore ricominci? E mentre Ben era impegnato a trascurare i propri addominali e a lasciare la barba incolta, prima di ravvedersi e tornare in forma, dov’era Jennifer? Probabilmente in palestra, probabilmente a lavorare sodo per far fruttare con quintali di motivazione il patrimonio datole dalla natura.

Esattamente come gli atleti olimpici, allenati a prepararsi per anni con disciplina e rigore. Per quelli come noi, che guardano le gare in tv con lo spirito da tifoso con cui sfogliano le riviste di gossip, il lieto fine importa relativamente: quello che conta è la passione, la fotogenicità, il pensiero di un ipotetico riscatto e di un momento, anche se fugace, di gloria dopo anni di sofferenza e sacrifici. L’amore è uno sport olimpico. E senza il fisico adatto non si può essere all’altezza del destino. Figuriamoci del ritorno con un ex.