mercoledì 2 gennaio 2008

Buone feste

Dal Giornale del Popolo del 28 dicembre

È perché "Le parole sono importanti" (come diceva Nanni Moretti), che ce ne sono tantissime. Per tutte le occasioni. Ci sono parole per studiarsi, per conoscersi, per coinvolgersi. Ci sono parole per riempire il tempo e intrattenersi. Parole per non parlarsi più, parole per amarsi o per non amarsi, parole per restare senza parole. Infinite, le categorie. Di questi tempi, per dire, c'è il classico "buon Natale" per i timorati di Dio o il disimpegnato "buon anno" per quelli che più che il cielo vogliono ingraziarsi la buona sorte. Ecco, con tutte le parole che ci sono perché uno deve ridursi a dire a un altro "Buone feste"? Come se non fosse abbastanza c'è anche chi, oltre all'augurio, sbaglia il mezzo. La mattina di Natale mi alzo di buon ora per scartare i regali e dare una soddisfazione a Babbo Natale (lavoratore usurato e ben oltre i 65 anni) e non faccio in tempo ad alzarmi dal letto che sono sommersa dai biip. Gli auguri di buone feste direttamente sul cellulare. Un incubo, una tortura: lo stesso messaggio mandato a tutti i numeri della rubrica. Il mio spirito reazionario e retrogrado si ribella ma mentre medito una vendetta a suon di biglietti scritti a mano e con pensieri che sgorgano dal profondo del cuore altri biiip a raffica sommergono il mio spirito libero e alternativo. Finché non mi ricordo di quel tale. Quello che a una lettera strappalacrime, spaccacuore, una lettera verità partorita in una notte insonne dopo anni di incubazione più o meno inconsapevole, ha risposto "ok". A quell'altro che dopo orde di parole importantissime mi ha salutato con "ci sentiamo". A tutte le amiche dei falsi "non prendertela", "l'amicizia è più importante di qualunque cosa" eccetera eccetera. Allora con giorni di ritardo ho scritto a tutti un sms. Diceva: "Buone feste".

L'invidia sotto l'albero

Dal Giornale del Popolo del 21 dicembre

Giardini addobbati come luna park, presepi di venti centimetri quadrati con una densità di pastori e pecore che neanche in centro la vigilia di Natale e poi dolci calorici, cotechino e zampone, regali impacchettati con carte riciclate dall'anno precedente, nonne sovrappeso che frugano sotto il materasso per cercare le banconote da distribuire ai nipoti. L'elenco delle cose che non succederebbero mai a casa di Carla Bruni è tanto lungo quanto impresentabile. Ci penso da giorni e ormai so che il motivo per cui quella donna genera tanta antipatia da queste parti è l'invidia. Scuotevo la testa mentre commettevo il solito abuso edilizio costruendo alla Sacra famiglia una campagna pericolante con legne rubate al camino e realizzavo che trattasi di invidia antropologica. Il concetto è complesso e merita di essere approfondito prima che il panettone ci ottunda definitivamente la mente. L'invidia, capite, non è per le gambe lunghe come autostrade, il sorriso perfetto, la carriera da modella e da cantante, il flirt col presidente Sarkozy. Perché uno a dieta ci si può mettere, a strimpellare una chitarra può imparare, persino a concupire un presidente si può impegnare. In un sacco di campi la dedizione rappresenta un ottimo surrogato del talento. Solo che, ecco, pronunciare frasi del tipo: "sono fedele soltanto a me stessa e mi sento una gatta e non sono fatta per la monogamia", fino al sublime "non sono snob" con la noncuranza e la delicatezza di una che dal salumiere ordina un etto di prosciutto non può che essere una dote innata. È l'invidia viscerale per uno spirito da vera snob che si libra alto nel cielo, mentre il nostro resta incastrato alle luci dell'albero di Natale.

lunedì 17 dicembre 2007

A pugni in faccia

Tutti a dire che è finita male, mentre è finita nel migliore dei modi. A schiaffoni e insulti e grida e stoviglie tirate addosso. Vabbè niente stoviglie, ma giusto perché erano in vasca. Laure Manaudou e Luca Marin sono i due giovani belli come il sole e sodi e muscolosi come noi non siamo neppure nei più spinti sogni di fitness (nonostante quegli addominali mattina e sera ai piedi del letto). Lei francese, lui italiano. Si amavano tra una gara di nuoto e l'altra non risparmiando baci ed effusioni di fronte alle telecamere. Sono le loro effusioni ad aver affrancato per un attimo il nuoto dalla zona grigia degli “sport minori”. Adesso loro due si sono lasciati, lui trova alquanto percorribile (sempre secondo il gossip da vasca) una diciannovenne italiana (sempre nuotatrice, eh, perché uno abituato a quei bicipiti non torna mica indietro), tale Federica Pellegrini. Anche lei pare tornata alla patria e sembra si spupazzi un francese. Solo che si sono incontrati in vasca e lei gli ha tirato dietro l'anello. Il pegno d'amore che si trasforma in arma colpisce un altro nuotatore (il pesarese Filippo Magnini), mentre Marin esce dalla vasca e va a insultare la tatuata ex. È finita nel migliore dei modi. Niente esercizi di comprensione della stronzaggine dell'altro, niente silenzi carichi di dolore e sentimento, niente discorsi con tanta profondità e tanti congiuntivi degni del più triste cinema italiano, niente scambi di opinioni dannatamente ragionevoli e urbani. Solo un'ondata di rabbia. Cieca, assurda, stronza. E liberatrice.

Carla e Nicolas. Uno schiaffo alla miseria.

Ma c'è giustizia a questo mondo?!
Ci hanno sempre insegnato che non si può avere tutto dalla vita che, ok non sarai una top model ma hai un briciolo di intelligenza da spendere. Non sarai intelligente ma ti configuri come mediamente carina. E via dicendo, con teorie più o meno "compensative".
Allora perché 'sta cavolo di Carla Bruni ce le ha tutte? È bella, sa cantare, parlare e adesso si spupazza pure il nostro oggetto del desiderio francese. E vorrei precisare che NON SONO una coppia zsa zsa zsou. Ovviamente è l'invidia a dettare questo giudizio. Ma insomma, suvvia. Questo è uno schiaffo alla miseria.

venerdì 14 dicembre 2007

Darla o non darla. Alitalia


Io spero che questa immagine si veda perché è imperdibile. Si parla di Alitalia e Repubblica intervista Passera. Titolo:
Passera contro Air France: "Darla a loro sarebbe buttarla via".
Fantasticooo!

Non cambiate canale

Per capire l'antefatto della ficcanasata di oggi bisogna capire cosa è successo nella politica svizzera negli ultimi tre giorni. Cosa che si può fare visitando il blog di un esimio giornalista con targa svizzera. Tutto il resto, è soap.

Dal Giornale del Popolo del 14 dicembre
Il primo problema è logistico-giornalistico. Provate voi a farci stare Widmer-Schlumpf in un titolo di giornale. Il soggetto occupa il posto di qualunque predicato. Con Blocher soggetto c'era posto per fior di predicati e pure di aggettivi. E in effetti forse il problema era proprio questo. Troppi verbi, indisciplinati, forti, irritanti e tutto quello che volete. Se avessi opinioni politiche e capissi il significato della parola perequazione (oddio, l'orticaria lo sapevo mi succede tutte le volte) non scriverei qua in fondo ma davanti, certo. Sotto al titolo, di fianco alle vignette del Boneff. Però, ecco, se fossi a scuola e mi dessero il classico tema "Cosa è successo negli ultimi due giorni" procederei con la stessa sicurezza con cui raccontavo i weekend dalla nonna alle elementari. Perché alla fine, se uno è cresciuto con Beautiful, è tutto molto più semplice. La famiglia Forrester, come la nostra amata politica, viveva in tranquillità (più o meno) a Los Angeles fino a che non è arrivata una bionda ragazza della vallata di nome Brooke. Una outsider, non la voleva nessuno, men che meno la matriarca Stephanie che, pur essendo vipera, ci vede giusto da subito: infatti l'avvenente Brooke le seduce in un batter d'occhio il figlio primogenito (Ridge, volubile e desiderato come solo un corpo elettorale potrebbe essere) e pian piano anche il marito (Eric, il capofamiglia scontato e apparentemente inutile come solo la concordanza potrebbe essere). Ora, io in politica arrivo a stento alla divisione dei poteri di Montesquieu, però vi dico, telecomando alla mano che Beautiful va avanti da venti (e dico venti anni). E Brooke è più bionda e agguerrita del primo giorno.

giovedì 13 dicembre 2007

Santa Lucia

Santa Lucia, per tutti quelli che hanno gli occhi
e gli occhi e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito.


Un pezzetto di questa bella canzone che m'accompagna ché oggi, coincidenza, è Santa Lucia. Il giorno più corto che ci sia e forse un bene.
Ma la verità è che vorrei segnalare la scoperta di Flower (si fa per dire, è noto per rubare battute e segnalazioni agli altri...), che ci dice cosa dice Bill Murray a Scarlett nel finale di Lost in translation. Me lo sono guardato e ho pensato che potevo anche non saperlo. Sarà la solita afasia sentimentale, ma in fondo importa il come? Dicevano i mr. Brace in quella canzone profetica che conobbi un secolo fa in un viaggio con Bart: "finisce bene finisce male restiamo per intanto che finisce". Appunto.

lunedì 10 dicembre 2007

Sozzani alle Invasioni barbariche

Una settimana dopo il massacro di Report, Carla Sozzani accetta l'intervista di Daria Bignardi alle Invasioni Barbariche. Si procede, come di consueto da queste parti, a colpi di domande moralizzatrici, sicché ci tocca vedere lo scambio di sguardi tra l'intervistatrice e l'intervistata, mentre basterebbe un'inquadratura delle scarpe della Sozzani (e magari il mocassino della Gabanelli sullo schermo in studio) per sapere quel che è necessario sapere e chiudere la trasmissione. Comunque. I meglio trenta secondi dell'intervista vanno in scena quando la Bignà domanda come faccia la signora della moda a restare così magra e perché sia lei che Anna Wintour pesino meno dei vestiti griffati che indossano. Sozzani sorride sempre altera e perfida e dice che “loro non hanno tempo di mangiare”, poi paga l'obolo alla cantilena contro l'anoressia (“Ma no, non è vero che sono tutte magre le modelle”), finché, quando la Bignà le chiede coome faccia a rinunciare a tagliatelle e tiramisù, lei non si dà nemmeno la pena di cercare di essere credibile e fa: «Ma no, mangio tutto». Un attimo di pausa. Sorride si vede che pensa a noialtre flaccide spalmate sul divano con un bidone di gelato davanti e fa, «Bè a dire il vero il tiramisù credo di non averlo mai mangiato in vita mia».

venerdì 7 dicembre 2007

Vivienne al museo

dal Giornale del Popolo del 7 dicembre

È un artista. Lo si dice per nobilitare qualunque tipo di attività o giustificare qualunque tipo di obrobrio. Dici "è un artista" e metti automaticamente una distanza tra te e l'oggetto, che poi quella distanza si riempia di sdegno o ammirazione importa fino a un certo punto. È un po' come quando ti dicono "sei la mia donna ideale, ti voglio troppo bene per mettermi con te". La madre dei potenzialmente innamorati è sempre incinta e i suoi figli restano sempre lì a discutere sui tempi di un verbo che andrebbe declinato sempre e solo al presente ("ti ho amato" è una bugia) e sulle gradazioni di un sentimento che in realtà o è assoluto o non è ("amo più lei che te o un po' te e un po' lei" son robe buone per le chiacchiere). Quindi quando sono andata a vedere la mostra dedicata a Vivienne Westwood a Milano (Palazzo Reale), ho provato un disagio strano. I musei di questa regina della moda inglese sono sempre stati i suoi negozi, giungle di vestiti assurdi e geniali e commessi improbabili. E invece con l'ascesa di "Queen Vivienne" nell'Olimpo dell'arte ci ritroviamo a guardare i suoi abiti dietro teche di vetro senza avvicinare le manacce perché un addetto alla sicurezza ci guarda a vista. E insomma, mi rendo conto che questo ragionamento, se così si può chiamare, mi porta a conclusioni insostenibili. Tipo che la moda, come l'amore, non può che vivere addosso e ci sono gli eterni ritorni dei capi che credevi ormai buoni per la soffitta e le novità di tendenza che durano il tempo di una stagione e quelli indispensabili e quelli che se cerchi la qualità devi mettere in conto sentimenti dispendiosi e quelli che non ti donano e quelli che non puoi permetterti. Ma la verità è che ho adocchiato, dietro una teca di vetro, un corsetto che sembra nato per me. E non c'è carta di credito che tenga.

giovedì 6 dicembre 2007

Ornella Vanoni, Averti addosso

Al decimo ascolto a ripetizione ho deciso di pubblicare questo capolavoro sul blog. Semplicemente disarmante.