Dal "tira su le maniche quando lavi le mani" all'arcinoto "questa casa non è un albergo" e "io non sono mica la cameriera assegnata a questi 85 metri quadrati". L'infanzia di tutti noi è piena di frasi che giuriamo di non ripetere mai quando per caso dovessimo diventare genitori. Arrivano i bambini e partiamo con il piede giusto ripetendo a destra e a manca che le maniere forti non portano a nulla e che le minacce sviliscono innanzitutto chi le fa, rinvigorendo gli istinti indisciplinati e pestiferi di chi le subisce. Poi arrivano le bambine giudiziose che sviluppano anche doti retoriche. "Tu non vuoi mai avere torto, ripeti solo le cose che ti dico io ma in maniera diversa, ma non hai ragione!". Sotto Natale diamo il peggio di noi e tiriamo fuori la minaccia del sempre efficace Babbo Natale: "Guarda che non porta regali ai bambini disobbedienti!". "Se non li porterà mi dispiacerà un po' e poi mi passerà". Continuiamo a cercare merci da prendere in ostaggio, giocattoli da negare, cartoni da censurare. Fino a che non ci accorgiamo che sono carne della nostra carne ma sono inesorabilmente distanti da noi. Hanno la forza di volontà e la decisione che noi non abbiamo avuto mai e incolpiamo il DNA del padre, che inevitabilmente deve avere preso il sopravvento e forse pure l'inesistente metodo educativo con cui le abbiamo tirate su. Poi arrivano risposte come quella di poche righe sopra e alziamo le bracci: non possiamo farci niente. E a Babbo Natale chiediamo tanta pazienza. Oltre alla borsa firmata giusta, si intende!
giovedì 26 gennaio 2017
venerdì 16 dicembre 2016
La febbre del giovedì mattina
Dal Giornale del Popolo del 16 dicembre
Già li senti se si svegliano la notte, la mattina aspetti un po', perché al risveglio si è sempre un po' accaldati. Poi l'occhio da pesce lesso e un'insolita indolenza nell'aprire la casellina del Calendario dell'Avvento ti inducono a prendere il termometro. L'aggeggio non può che confermare ciò che persino tu avevi capito: febbre, alta ovviamente, perché per i bambini o è alta o non è. La febbre infrasettimanale per il genitore non supportato da nonni a distanza di cortesia è una sciagura inenarrabile che rivela una volta per tutte il nostro vero volto di genitori cialtroni. “Ma se sto male non posso mangiare la Nutella” “Certo che puoi, è comfort food”, dici stoppando quella bambina di buon senso inspiegabilmente atterrata nella casa della confusione. Parallelamente alla caccia alla baby sitter comincia la battaglia delle agende, dove l'uomo e la donna adulti e irresponsabili di casa cercano di capire chi abbia una giornata trascurabile e possa immolarsi per la salute della creatura. Vince lui perché lei ha pure sempre la riunione più importante dell'anno ma può connettersi via skype. La bambina, ovviamente resuscitata grazie alla Tachipirina, è allegra e felice e non le pare il vero di poter fare tutto quello che vuole: Winx e altri cartoni diseducativi sono tollerati purché faccia silenzio e non entri troppo nell'inquadratura della riunione. Così a mezzogiorno passato, tra briciole ovunque e un carico di ore di televisione che basterebbe per tutto l'anno la creatura si affaccia al computer: “Hanno finito di parlare quelli lì? Dai che guardiamo un po' di tv!”.
Già li senti se si svegliano la notte, la mattina aspetti un po', perché al risveglio si è sempre un po' accaldati. Poi l'occhio da pesce lesso e un'insolita indolenza nell'aprire la casellina del Calendario dell'Avvento ti inducono a prendere il termometro. L'aggeggio non può che confermare ciò che persino tu avevi capito: febbre, alta ovviamente, perché per i bambini o è alta o non è. La febbre infrasettimanale per il genitore non supportato da nonni a distanza di cortesia è una sciagura inenarrabile che rivela una volta per tutte il nostro vero volto di genitori cialtroni. “Ma se sto male non posso mangiare la Nutella” “Certo che puoi, è comfort food”, dici stoppando quella bambina di buon senso inspiegabilmente atterrata nella casa della confusione. Parallelamente alla caccia alla baby sitter comincia la battaglia delle agende, dove l'uomo e la donna adulti e irresponsabili di casa cercano di capire chi abbia una giornata trascurabile e possa immolarsi per la salute della creatura. Vince lui perché lei ha pure sempre la riunione più importante dell'anno ma può connettersi via skype. La bambina, ovviamente resuscitata grazie alla Tachipirina, è allegra e felice e non le pare il vero di poter fare tutto quello che vuole: Winx e altri cartoni diseducativi sono tollerati purché faccia silenzio e non entri troppo nell'inquadratura della riunione. Così a mezzogiorno passato, tra briciole ovunque e un carico di ore di televisione che basterebbe per tutto l'anno la creatura si affaccia al computer: “Hanno finito di parlare quelli lì? Dai che guardiamo un po' di tv!”.
martedì 13 dicembre 2016
L'importante è non prenderla sul personale
Dal Giornale del Popolo del 9 dicembre
A scuola, in ufficio, a casa, siamo circondate da maschi e anche quando pensiamo di conoscerli fin troppo bene rimaniamo di sasso di fronte all'imperturbabilità che li contraddistingue. Dopo una giornata di ingiustizie e di ferite arrivi sfinita e pensi: ora ne parlo con lui, mi abbraccerà, guarderemo un film dopo aver steso una bottiglia di rosso in questa vigilia di anniversario. Racconti, spieghi, dici e quello obietta come un poliziotto che dovesse mettere a verbale: “Non raccontarmi quello che pensi tu, per favore, raccontami quello che è successo”. Racconti quello che è successo, ti attieni ai fatti, concedi che non bisogna mai aspettarsi granché, che in fondo è fisiologico che tutto deluda. E loro ascoltano. Non tirano fuori il cellulare perché tu hai già gli occhi iniettati di sangue e fiutano il pericolo. Poi dicono quello che dicono tutti i maschi in situazioni analoghe: “Non prenderla sul personale”. Neanche stessi parlando del parrucchiere low cost che ti ha fatto tornare a casa come un incrocio tra Milly Carlucci e Re Sole. Neanche stessi inveendo contro l'ingiustizia dei prezzi di Hermès. Tu racconti che la tua vita è in discussione che ti senti sola, incompresa, in un vicolo cieco e loro vorrebbero che tu non la prendessi sul personale. La situazione precipita e in un momento ritrovi tutta la forza che ti mancava perché finalmente hai un nemico chiaro. È lui, tutta colpa sua, perché non capisce, perché non ha il cavallo bianco, perché non ti ha regalato un brillante perché, esattamente sei anni fa a quest'ora, rifiutava di ballare al suo matrimonio che casualmente era anche il tuo. È lui. Ma è solo un piccolo sfogo. L'importante è non prenderla sul personale.
giovedì 8 dicembre 2016
I nostri bambini e il trattamento "laboratorio"
Dal Giornale del Popolo del 2 dicembre
In questa stagione fredda e invernale, che rende impraticabili parchetti e zone aperte, molti adulti ci cascano. Cascano nella tentazione di iscrivere i propri figli ai laboratori organizzati in ogni dove, purché siano in luoghi chiusi e riscaldati. Tentiamo in questo modo di risparmiare alle nostre case l'effetto post atomico che ha un pomeriggio di gioco con gli amichetti, quando bastano un paio d'ore a ritrovarsi Barbie nel frigorifero, macchinine nella vasca da bagno e più oggetti non identificati del solito sotto il divano. Beninteso, c'è anche chi lo fa pensando a degli scopi educativi e credendo dunque che imparare a fare il pane, a riparare biciclette, a colorare con i piedi e a fare Yoga sia un'esperienza imprescindibile per la crescita di bambini di quattro anni. In questo modo cerchiamo anche di avvicinarli all'arte, appioppandoli a guide appositamente istruite per fargli fare visite “multisensoriali” al museo di turno. I poveretti vanno, imparano, socializzano con altri bambini sottoposti al medesimo trattamento laboratoriale e poi tornano a casa. Mangiano cibo a km zero, biscotti senza olio di palma, imparano cose che la maggior parte dei loro genitori, che nei meravigliosi anni Ottanta si ingozzava di Tegolini come se non ci fosse un domani, non sapranno mai. Bambini così preparati dovrebbero essere allenati ad essere portati in alberghi da mille e una notte, quelli in cui scegliamo di passare gli unici due giorni di vacanza dell'anno. Rimpiangeremo di non avere una tata a cui affibbiarli quando, nel salone dove le colazioni costano come una cena di gala, loro strepiteranno chiedendo PANGOCCIOLE E SUCCO! Non c'è laboratorio che tenga. E forse questo è soltanto un bene.
In questa stagione fredda e invernale, che rende impraticabili parchetti e zone aperte, molti adulti ci cascano. Cascano nella tentazione di iscrivere i propri figli ai laboratori organizzati in ogni dove, purché siano in luoghi chiusi e riscaldati. Tentiamo in questo modo di risparmiare alle nostre case l'effetto post atomico che ha un pomeriggio di gioco con gli amichetti, quando bastano un paio d'ore a ritrovarsi Barbie nel frigorifero, macchinine nella vasca da bagno e più oggetti non identificati del solito sotto il divano. Beninteso, c'è anche chi lo fa pensando a degli scopi educativi e credendo dunque che imparare a fare il pane, a riparare biciclette, a colorare con i piedi e a fare Yoga sia un'esperienza imprescindibile per la crescita di bambini di quattro anni. In questo modo cerchiamo anche di avvicinarli all'arte, appioppandoli a guide appositamente istruite per fargli fare visite “multisensoriali” al museo di turno. I poveretti vanno, imparano, socializzano con altri bambini sottoposti al medesimo trattamento laboratoriale e poi tornano a casa. Mangiano cibo a km zero, biscotti senza olio di palma, imparano cose che la maggior parte dei loro genitori, che nei meravigliosi anni Ottanta si ingozzava di Tegolini come se non ci fosse un domani, non sapranno mai. Bambini così preparati dovrebbero essere allenati ad essere portati in alberghi da mille e una notte, quelli in cui scegliamo di passare gli unici due giorni di vacanza dell'anno. Rimpiangeremo di non avere una tata a cui affibbiarli quando, nel salone dove le colazioni costano come una cena di gala, loro strepiteranno chiedendo PANGOCCIOLE E SUCCO! Non c'è laboratorio che tenga. E forse questo è soltanto un bene.
mercoledì 30 novembre 2016
C'è un volto, dietro i nostri acquisti on line. E ci capisce benissimo
Dal Giornale del Popolo del 25 novembre
Per noi femmine costantemente affannate gli acquisti on line sono una via d'uscita miracolosa. Da mesi consultiamo le offerte acquerelli di Amazon, scandagliamo il web alla ricerca di vestiti da principessa non trash, buttiamo un occhio al sito della Apple con la tentazione di un autoregalo più costoso del solito. E però: niente. Aspettiamo l'ultimo minuto, sempre pensando che magari ci sarà un offerta migliore o (povere illuse) che avremo il tempo un giorno di fare uno di quei faticosissimi giri per negozi nei giorni prima di Natale. Non sarà così, non lo faremo e arriveremo fuori tempo massimo con la carta di credito in mano, il mouse dall'altra e il dubbio atroce che la reception degli uffici dei nostri maschi di casa sia chiusa nei giorni in cui dovrebbero arrivare i pacchi cruciali. Il tutto ora ha anche implicazioni sociali molto serie. Le ultime inchieste shock, infatti, ci hanno rivelato quanto sia difficile e dura la vita di coloro che lavorano nei giganti dell'on line, che sacrificano la loro vita per fare sì che i nostri regali arrivino in tempo sotto l'albero. Una volta era la produzione dei nostri oggetti che ci poneva dilemmi sociali, ora anche la consegna solleva dei problemi La mia amica bionda fedelissima di Zalando ha avuto un serio scompenso leggendo la storia di colei che è addetta a controllare le merci rese dai clienti. Ha letto la sua storia in un'inchiesta e le è sembrato di conoscerla. "Ti giuro - mi ha detto con gli occhioni spalancati - che io piego sempre benissimo la merce che restituisco!". E così, tra noi donne stritolate in tempi impossibili, tra noi che non promettiamo mai ai nostri figli che andremo a prenderli perché sappiamo che non potremo mantenere le promesse, si è creata una strana e sincera anche se virtuale solidarietà.
venerdì 11 novembre 2016
Quattro anni dopo, alla Casa Bianca
Dal Giornale del Popolo dell'11 novembre
La sera dell'election day qualunque maratona televisiva otteneva l'effetto di farmi venire voglia di aprire un libro. Poi la notte qualcuno ha tentato di svegliarmi dicendo che aveva vinto lui. La mattina ho fatto quel che facevo da piccola quando andavo a letto prima di conoscere il vincitore di Sanremo. Con la differenza che allora scoprivo verità come “trionfa Massimo Ranieri” e oggi mi toccano le analisi di Beppe Severgnini. Oggi, come quattro anni fa, continuo a domandarmi perché la nostra politica non interessi a nessuno (men che meno a noi) e la loro scaldi il mondo intero. E non parlo solo dei nerd che padroneggiano concetti come grandi elettori, Ohio, swing state. E neppure dei geopoliticamente consapevoli che ti guardano dall'alto in basso perché “non può non interessarti, sono loro i padroni dell'Impero”. Parlo della gente normale che non sa cosa sia la perequazione finanziaria ma di fronte alla parola “election night” sfodera i pop corn. E oggi siamo tutti qui. Disperati perché non ha vinto la parte giusta della storia, dimenticando che, democratici o conservatori, da quelle parti non si esce dallo schema di mogli in gonnella, figli sorridenti e partecipativi e fede cieca, ingenua, solida e ottusa nella propria nazione (con una sincerità francamente inesportabile al di qua dell'Atlantico, perché per noi il cinismo è per noi quello che per loro è il burro di arachidi). Forse il segreto è tutto nell'estrema televisività di tutto il côté, sempre a prescindere dai contenuti. Perché l'America produce Tarantino. Ma resta sempre quella di Peyton Place.
Queste righe la Ficcanaso le scrisse quattro anni fa, quando vinse di nuovo Obama. Oggi le ricicla, un po' qualunquisticamente e provocatoriamente, mutando in preoccupazione quella che allora era soddisfazione.
mercoledì 9 novembre 2016
Del terremoto e di noi, scampati alla catastrofe di noi stessi
Dal Giornale del Popolo del 4 novembre
La paura ti chiude in casa. Ci sono anche studi che attestano che è aumentato il tempo che passiamo davanti alla tv in questi tempi bui di attentati e terrorismo. Qualche giorno fa, quando con tutta la truppa eravamo in quelle che i vostri giornali definiscono, con pietà e commozione, zone terremotate, in casa non ci voleva stare nessuno. La mattina, mentre la bambina lavava i denti con la solita indolenza, la terra ha iniziato a tremare per dirle di sbrigarsi. Lei ha continuato con il suo solito modo, fino a che non ha visto il terrore immobile negli occhi dell'adulto. Se davvero è il terremoto, mi dicevo, perché non viene giù tutto? La terra ha tremato tanto da far svegliare i maschi di casa. Ci siamo ritrovati tutti sotto gli stipiti delle porte e il fatto che avessimo avuto il tempo di arrivarci significava che era andata bene. Qualche ora dopo sorridevo comprensiva ma incredula a quegli amici e parenti che, a pranzo, avevano scelto di stare fuori alla griglia piuttosto che mettersi sotto un tetto, insicuro come lo sono tutti i tetti di quella zona da giorni, settimane, mesi. La sera abbiamo pensato con sollievo che quel vecchio letto non ha alcun cassetto porta cose sotto: se arriva una scossa possiamo metterci sotto al letto. Forse meglio dormire vicino alle bimbe, per essere pronti. Forse meglio non dormire affatto, o dormire con un occhio aperto e uno chiuso. È passata così una notte infinita, tra pensieri assurdi e preghiere sussurrate. Quella notte in cui abbiamo capito che non siamo al sicuro da nessuna parte e che ogni giorno siamo degli scampati alla catastrofe di noi stessi. Mi è tornata in mente una frase, letta secoli fa: la più grande poesia è un inventario.
Segretarie
Dal Giornale del Popolo del 28 ottobre
Nel mondo in cui siamo tutti manager di qualcosa (project manager, team manager, sales manager) ci sono poche persone che accettano di buon grado qualifiche come quella di segretaria. Possiamo immaginare una lieve inversione di tendenza dopo la notizia che la segretaria (non personal assistant) del fondatore di Esselunga Bernardo Caprotti ha ricevuto in eredità dal suo capo svariati milioni di euro. La verità – e ve lo dico mettendomi addosso un'espressione compassionevole e sconsolata come quella che abbiamo noi reazionarie quando guardiamo le orde di tredicenni ricchissimi pascolare nei centri commerciali il sabato pomeriggio – è che di certo non esistono capi come Caprotti, ma neanche noi corrispondiamo all'identikit dell'impiegata semper fidelis. Vorrei dirvi che è colpa dell'euro, dell'Europa, dei fascisti e dei comunisti e probabilmente delle colpe le hanno tutti in egual misura. La verità è che pensare di stare 45 anni con la stessa persona è impossibile in casa, figuriamoci al lavoro. Mi domando se anche la signora Germana, al pari di tutti noi miseri impiegati con la qualifica di manager sul biglietto da visita, periodicamente si sentisse frustrata e incompresa e sul punto di non farcela più. E mi domando se saremmo capaci di dare del lei ai nostri capi come ha fatto la sciura Germana per quaranta e rotti anni. Noi, che i nostri manager li aggiungiamo su WhatsApp e li “laikiamo” su Facebook. Mi domando se della signora Germana siano più da invidiare – dopo i milioni di eredità – l'umiltà o lo fedeltà.
Le parole sono (ancora) importanti
Dal Giornale del Popolo del 21 ottobre
Puoi farci da bridge? Pensavi a un main sponsor o a un village con tanti partner?
Puoi avere un point dove andare? Ci vediamo alle 4, ma vuoi che ti mandi un calendar? Mi è arrivato un complain perché non ero riuscito a fissare la call. Avevo pensato di riempire tutta questa rubrica delle espressioni che sentiamo tutti i giorni nei nostri uffici. Ma temevo che la reaction dei miei lettori potesse essere pessima. E il look&feel della rubrica ne avrebbe indubbiamente risentito. I luoghi che frequentiamo hanno un idioma tutto loro, primo segno di appartenenza a un gruppo di persone. In fondo non è abitudine degli amanti darsi dei soprannomi e condividere un linguaggio? E allora perché i luoghi in cui spendiamo il 90 per cento del nostro tempo dovrebbero fare eccezione? Abbiamo bisogno anche lì di un linguaggio per riconoscerci e di un codice di comportamento per capire chi mettere in copia nelle nostre mail. Tanti di noi imparano ad essere subito degli ottimi Forward Manager, altri si perdono nel reply to all e inviano ai clienti gli epiteti poco carini che avrebbero voluto affibbiargli condividendoli con il compagno di banco. Forse dovremmo fare un bel respiro, aprire una nuova mail, mettere nel campo destinari tutti i nostri colleghi e in cc i nostri clienti e poi inviare a tutti quell'indimenticabile spezzone di Palombella Rossa in cui Nanni Moretti prendeva a schiaffi una giornalista intenta a usare parole come “kitsch”. Non avremo modo di calcolare la redemption di un gesto del genere, ma ci prenderemmo delle belle soddisfazioni in cc. Perché “le parole sono importanti”.
L'amore liquido
Dal Giornale del Popolo del 7 ottobre
Ancora alle prese con gli strascichi del Brangelina gate abbiamo dovuto affrontare l'enorme scandalo scoppiato nella casa del Grande Fratello Vip, dove Stefano Bettarini ha elencato le donne con cui ha tradito l'ex moglie Simona Ventura. Il suo compare, l'ex pugile Clemente Russo, non l'ha redarguito, anzi ci ha messo il carico come un guascone da bar qualsiasi ed è stato cacciato dal bar più moralista d'Italia che è il Grande Fratello Vip. Pensatela come volete, ma per me la punizione noialtri voyeristi l'abbiamo avuta ieri, quando la vicenda ha provocato la resurrezione, nientemeno, della Gattamorta. Trattasi di Marina La Rosa, star del primissimo Grande Fratello, quello condotto da Daria Bignardi e dotato di un immenso Pietro Taricone, quello che bisognava commentare anche senza averlo visto, quello che andava disprezzato ma anche analizzato come fenomeno dei nostri (decadenti) tempi. A Dagospia Marina La Rosa ha detto cosa pensava della vicenda, raccontato gli anni di quel successo acerbo e travolgente, finendo per rivelarsi l'ennesima citazionista seriale di Zygmunt Bauman e della sua società liquida. È così liquida, questa società, che i protagonisti del Grande Fratello si trasformano in commentatori del Grande Fratello come i giocatori di serie A e che a coppia vip che divorzia, corrisponde coppia vip che si forma. Chiara Ferragni e Fedez starebbero ufficialmente insieme. Probabilmente il grado di liquidità di una società si misura in Like.
Ancora alle prese con gli strascichi del Brangelina gate abbiamo dovuto affrontare l'enorme scandalo scoppiato nella casa del Grande Fratello Vip, dove Stefano Bettarini ha elencato le donne con cui ha tradito l'ex moglie Simona Ventura. Il suo compare, l'ex pugile Clemente Russo, non l'ha redarguito, anzi ci ha messo il carico come un guascone da bar qualsiasi ed è stato cacciato dal bar più moralista d'Italia che è il Grande Fratello Vip. Pensatela come volete, ma per me la punizione noialtri voyeristi l'abbiamo avuta ieri, quando la vicenda ha provocato la resurrezione, nientemeno, della Gattamorta. Trattasi di Marina La Rosa, star del primissimo Grande Fratello, quello condotto da Daria Bignardi e dotato di un immenso Pietro Taricone, quello che bisognava commentare anche senza averlo visto, quello che andava disprezzato ma anche analizzato come fenomeno dei nostri (decadenti) tempi. A Dagospia Marina La Rosa ha detto cosa pensava della vicenda, raccontato gli anni di quel successo acerbo e travolgente, finendo per rivelarsi l'ennesima citazionista seriale di Zygmunt Bauman e della sua società liquida. È così liquida, questa società, che i protagonisti del Grande Fratello si trasformano in commentatori del Grande Fratello come i giocatori di serie A e che a coppia vip che divorzia, corrisponde coppia vip che si forma. Chiara Ferragni e Fedez starebbero ufficialmente insieme. Probabilmente il grado di liquidità di una società si misura in Like.
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