giovedì 24 agosto 2017

La ficcanaso e il bagnino: una storia vera


Dal Giornale del Popolo del 7 luglio 
Può un amore finire per problemi di grammatica? La domanda, per niente banale, ha fornito lo spunto per una riflessione del New York Times. Del resto non si vede perché oggi, che usiamo emoticon e faccine per parlarci, dovremmo dimenticare le buone regole della nostra cara amata lingua. Ai tempi in cui non usavamo ancora WhatsApp e i cellulari, di vecchia generazione, non disponevano di controllo ortografico (dunque miliardi di anni fa) sono uscita - udite udite - con un bagnino. Piacevole, simpatico fino al giorno dopo quando mia mandato un SMS. "Sei tu con i tuoi occhi che mi ai conquistato". Mentre scrivo il correttore corregge quell'acca che il povero bagnino ha avuto l'ardire di dimenticare e manualmente devo correggere il testo perché sia scorretto. Per i miei lettori specificherò che trattavasi proprio di un bel ragazzo, di quelli che già allora sapevo non mi sarebbero più capitati nella vita. Eppure quell'acca dimenticata ha spezzato la poesia, togliendo al bagnino la possibilità di spezzarmi il cuore. Oggi, che ripenso a quella manciata di caratteri con la saggezza che il tempo dovrebbe regalarmi, non so se a farmi più male sia stato l'errore o il contenuto del messaggio. Ebbene: non so se la grammatica possa davvero far finire un amore, ma di sicuro la sdolcinatezza stereotipata può impedire che ne nasca uno, per quanto estivo possa essere. Anche in presenza di un fisico da bagnino da manuale. 

Il messaggio è sempre ingannevole

Dal Giornale del Popolo del 23 giugno
Qualche giorno fa l’hashtag #ad (advertising) su un post di Chiara Ferragni ha scatenato discussioni dotte: ma allora è la pubblicità occulta l’anima dei social? Solo uno sciocco poteva pensare che una volpe come Chiara Ferragni si mettesse un paio di mocassini Tod’s aggratis, ma la riflessione semantico-sociologico-culturale su dove ci stanno portando i social non conosce soste. Alcuni amici, ad esempio, non finiscono di ringraziarmi per avergli segnalato il profilo Instagram di Emily Ratajkowski, che da svariate settimane è impegnata in giro per l’Italia a compiere in costume da bagno azioni da casalinga, tipo stendere i panni e asciugarsi i capelli con un turbante in testa. Tutte cose che noi facciamo con i mutandoni panciapiatta dopo aver aperto tutte le finestre per creare un briciolo di corrente e che ovviamente non fanno sudare la nostra Emily, ma, semmai, solo i suoi milioni di follower abbagliati e sconvolti da una bellezza tanto indescrivibile e potente. A uno degli scopritori di Emily ho chiesto spunti, prima di scrivere queste righe, per la rubrica che state leggendo. Abbiamo vagliato la notiziabilità di cartelli come quelli apparsi sulla metropolitana di Londra, che invitano gli utenti a usare il deodorante per non appestare la giornata dei vicini. Abbiamo ragionato sul caldo e sulla sua nota aggravante che si chiama umidità. Ma poi siamo tornati sempre lì, alla nostra Emily: perché non c’è niente di più rinfrescante che spiare la vita delle irraggiungibili su Instagram. Quelle a cui neanche la pubblicità fanno fare, perché l’ingannevolezza del messaggio ce l’hanno scritta in fronte. O almeno nei numerosi centimetri di pelle scoperta a portata di like.  

Noi e quelli che ieri è sempre meglio di oggi

Dal Giornale del Popolo del 9 giugno
Sono i giorni della nostalgia del vecchio letto. Risponderle che altri bambini lo staranno usando la fa diventare pazza e così diciamo che era rotto e comunque era diventato troppo piccolo. “Ma non eri tu quella che voleva cambiare la sua vita?” “Voglio cambiare vita, non letto!”. Proviamo a obiettare che magari si può iniziare cambiando il letto e poi – chissà – la vita può cambiare davvero. Stavamo per iniziare una filippica sulla bellezza di crescere e in fondo “anche Filippo, quello che dici di voler sposare da grande, ecco, lui sta per cambiare casa no?”. Tra le lacrime ha detto che non c’entrava nulla, che lei non è Filippo e che lei vuole indietro il suo vecchio letto, quello in cui ci possono stare lei e sua sorella se si mettono l’una con i piedi in su e l’altra con i piedi in giù. Si è addormentata – in meno di trenta secondi, va detto – tra le lacrime. E noi una sera a pensare che questa cosa del “si stava meglio quando si stava peggio” non è solo una fissa da bambini. Io che rimpiango me stessa dieci chili fa (quando a mia volta ero impegnata a rimpiangermi tre chili prima – e dico tre perché se non potete pensare che una volta sono stata magra veramente) e due, tre lavori fa. Quando per vivere scrivevo. E allora ero sempre alle prese con la mia inadeguatezza, ma almeno era diverso da oggi. Ma almeno, era un prima. Un prima a cui pensare con nostalgia, quel sentimento che uccide noi terrorizzati dal cambiamento. Che viviamo nostro malgrado anche se raccontiamo in giro che le novità sono il sale della vita. Perché in fondo desideriamo tutti il nostro vecchio letto. Anche se quello nuovo e comodo e dovrebbe significare che siamo cresciuti.
  

Il lusso di perdere tempo

Dal Giornale del Popolo del 2 giugno
Tra capi che non ci capiscono e mariti che stanno troppo al telefono siamo arrivate, come sempre, stremate sul bordo del weekend. Di fronte a noi ci sono un paio di giorni senza creature, partite per una breve villeggiatura con il solito corredo di bambole, pupazzi e giochi. La prospettiva di ore di calma e silenzio irreale fa allungare la lista delle “faccende” irrinunciabili: sgabuzzini da sistemare, vecchi abiti da vendere on line, disegni da buttare sentendosi in colpa ma contemporaneamente liberate. E poi libri da leggere, momenti per dormire, occasioni per tentare l’ultimo disperato tentativo di rianimare le piante stremate sul davanzale. Facendo la lista è arrivato il tempo di partire. C’è anche il tempo di telefonarsi tra femmine senza il sottofondo di grida, il tempo per chiacchierare e fantasticare sul futuro. “Quello in cui saremo capi di noi stesse”. “No, troppa responsabilità”. “Quello in cui cambierà tutto e oltre ad essere magre – ovviamente – saremo soddisfatte in pace con quello che abbiamo e che non abbiamo”. Tra una chiacchiera e l’altra si è fatto tardi e lo sgabuzzino può aspettare. Anche quel gravoso compito di buttare i giocattoli rotti adesso che siamo in zona di sicurezza. E anche quell’idea di buttare le croste di formaggio che colonizzano il frigo da settimane. E a correre? Ma sì, possiamo andarci anche la settimana prossima. Tutto rimandato. Perché non c’è lusso migliore che perdere tempo e occasioni e sfruttare il peggio possibile il proprio tempo.