sabato 11 aprile 2020

Pane per i nostri denti

Da Ticino7 dell'11 aprile 2020

Nei giorni dell’ossessione per il lievito mi è stato ricordato che abbiamo posseduto, svariati anni fa, una macchina del pane. Pare che a gridare gli insulti più svariati all’indirizzo degli autori del regalo fosse proprio la sottoscritta. “Perché dovrei fare in casa qualcosa che posso uscire a comprare?”. La macchina del pane ha stazionato per diversi mesi nel ripiano alto della cucina, ancora imballata. Poi si è trasferita in cantina. Poi ha preso il volo per altri lidi, verso qualcuno che spero fosse dotato di lievito in questi tempi strani. Anni dopo ci ritroviamo a sorvegliare con prudenza un impasto che lievita.

Mia figlia ha severamente proibito l’utilizzo delle espressioni “in questo periodo” e “di questi tempi”. Ritiene, a ragione, che la sua partecipazione al dramma collettivo si debba limitare al lavaggio frequente delle mani cantando due volte di seguito la sigla della Pimpa. Ciascuno di noi sceglie qualcosa da fare per onorare l’emergenza. Molti adulti scelgono la cucina nella sua variante più complessa e primitiva: il pane.

Sgombriamo il campo da un equivoco: non lo si fa per occupare il tempo. È importante chiarirlo a tutti coloro che mettono a disposizione tutorial, corsi di aggiornamento, audiolibri. Tutto gratuito nell’ambito dell’imperdibile offerta-speciale-periodo-di-reclusione. Ci iscriviamo a tutto il possibile e teniamo in considerazione tutto, ma non concludiamo niente. È il nostro modo di difendere la normalità e una possibilità di fine dall’incubo: procrastinare è sempre importante, possiamo imparare a fare il pane (anche se farlo una volta non significa imparare) ma non vogliamo certo rinunciare al diritto ad una quarantena improduttiva.

Al termine di tutto questo avremo ancora libri non letti e programmi non rispettati. Direi che ne avremo molti di più perché stare in casa significa non avere mai tempo per fare niente. Alcune di noi lavorano per avere venti minuti di libertà verso l’ufficio in cui telefonare senza nessuno che si arrampica sulle gambe, lo sapevate? Ricominceremo. Diremo che abbiamo imparato la pazienza aspettando la lievitazione del pane. E soprattutto aspettando di trovare una bustina di lievito acquistabile.

 

venerdì 3 aprile 2020

Metà alfa, metà metrosexual

Da Ticino7
Come l’amicizia tra uomini e donne, le relazioni a distanza, il vestito elegante-sportivo e il mostro di Loch Ness quello del maschio Alfa è un mito sul quale siamo periodicamente condotte a ragionare causa avvistamenti. Come tutti i miti, anche quello del maschio Alfa esiste e affonda le radici in esigenze e osservazioni reali. Il mito esiste quando ci lagniamo del fatto che nessuno più ci paghi il conto al ristorante, ci ceda il passo in ascensore, apra i barattoli con la sola forza delle mani e le birre con l’accendino. La realtà è che noi donne non vogliamo affatto il Maschio Alfa, ma vogliamo un pizzico di alfa nel maschio che ci siamo scelte. Ed esercitiamo con metodo il diritto (sacrosanto) di risentirci se quel pizzico di “alfitudine” non viene espresso nei modi e nei tempi che desideriamo.
Prendiamo il caso, ovviamente ipotetico, di una coppia in isolamento e convivenza coatta. Ciascuno ha il suo computer, una connessione internet potente, nessuna necessità di chiacchierare. Niente di diverso dal solito, insomma, se non fosse che gli spazi sono affollati ad ogni ora del giorno e là dove un tempo erano tutte borse e cabine armadio, sta parcheggiato il Camper dei Sogni di Barbie. Si dirà: non c’era bisogno di catastrofi pandemiche globali per rendersi conto d’aver perso per strada ampi pezzi di libertà.
Il maschio di casa ha resistito fino all’ultimo andando in ufficio, usciva solo e armato come chi si inoltrasse nella giungla per portare a casa qualcosa da mangiare. Finito l’eroismo la giungla è arrivata dentro casa. Ogni mattina, armato di pazienza fino ai denti, esce dalla cucina a vista per chiudersi in camera da letto. Cinque passi richiedono un abbigliamento adeguato. La parte femminile della famiglia è vestita e truccata alle nove del mattino, il pigiama è severamente vietato dopo quell’ora, perché ci è stato insegnato che bisogna essere sempre in ordine e rendere giustizia a un guardaroba che non basterà una vita ad ammortizzare. Lui non fa una piega. Si avvia alla camera da letto indossando camicia bianca perfettamente stirata, golfino blu e pantaloni della tuta. Metà maschio alfa, metà metrosexual. A stretto uso di video call.

In sella al cambiamento

Da Ticino7 del 25 marzo 2020
Dice: sarebbe bello che anche tu parlassi di moto.
Dico: la cosa più vicina a una moto che conosca è la bicicletta, ma è come paragonare una scarpa e una ciabatta.
Dice: Non sarà mica la prima volta che parli di cose che non conosci e ti esibisci in paragoni arditi?
La redazione ha i modi giusti per riportare all’ordine i collaboratori scansafatiche, pertanto eccoci qui. A mettere in primo piano, come sempre, l’interesse del lettore. Perché questo è il fatto: anche il lettore e la lettrice che in questo momento non abbiano altra urgenza che quella di idratare i propri talloni, prima o poi si imbattono nel tema moto e dintorni. Qui non parliamo infatti di chi nasce centauro, di chi da sempre affronta le vacanze con un bagaglio grande quanto un forno a microonde. Qui parliamo di neofiti, mogli e compagne che alle moto arrivano per vie traverse, spesso condotte dallo sfizio che lui, sull’orlo dei quaranta, ha deciso di togliersi. Aveva la moto da giovane e oggi, arrivato a un giro di boa tanto significativo, vuole condividere la passione. Avere un uomo che si entusiasma non è cosa da tutti i giorni, così lei cede.
Lui passa giorni a scegliere il modello confrontandosi con gli amici. Ha negli occhi il sollievo di chi ha già allocato il budget e deve soltanto decidere i dettagli. Fa tenerezza: è lo stesso senso di trepidazione che proviamo noi scegliendo la borsa dell’anno. Certo, il suo sfizio costa come le borse degli ultimi cinque anni messe insieme, ma non si può essere pusillanimi con i desideri.
Un giorno esce soddisfatto come un medico dalla sala parto e pronuncia un marchio noto seguito da una sequenza di numeri e lettere. Lo schema prevede che si annuisca convinte. Il grosso sembra fatto e invece il bello inizia adesso. Come un Fred Flintstone qualunque sente il dovere di occuparsi della tribù. I bambini non sono contemplati (se c’è una cosa bella delle moto è che hanno due posti), ma lei non può tirarsi indietro. Lui sfodera il sorriso accondiscendente con cui si propone la caramella per la gola alla creatura: dobbiamo comprare dei vestiti adatti. La parola vestiti dovrebbe essere quella rassicurante.
L’abbigliamento da moto, in effetti, può regalare certamente più occasioni di utilizzo di quello da sci (verrà il giorno in cui vi racconterò della 39enne condotta in un negozio sportivo ad acquistare gli scarponi la vigilia di Natale). L’altra parola magica è riutilizzabili. Solo il tempo chiarirà che per ammortizzare davvero la spesa e soprattutto utilizzare realmente l’outfit bisognerebbe indossare la giacca con le imbottiture tutti i sabati andando a fare la spesa.
A un anno esatto dall’acquisto si tirano le somme. I viaggi in moto in due si contano sulle dita di una mano. Di quelli contati lei ricorda: il caldo devastante al semaforo che sale dai piedi e arriva in un secondo al cervello; la giacca di pelle troppo stretta; l’impossibilità di parlare perché i microfoni del casco, per un motivo o per l’altro, non funzionano mai; l’impossibilità di prendere in mano il telefono per paura di volare via alla prima accelerata.
Quella era la primavera scorsa, questa sarà tutto diverso. Sceglieranno le giornate meno calde, sistemeranno i bambini, ripareranno i microfoni per avere tempo di parlare del suo sfizio dei quarant’anni. Per lui la moto, per lei la borsa di Hermés. In fondo è già primavera e tutto questo allarme finirà. E si potrà uscire di casa, per passeggiare, per morire di caldo ai semafori, per provare l’ebbrezza di litigare a gesti (no, i microfoni non funzioneranno ancora) dopo settimane di allenamento a casa. E per rispondere a una fondamentale domanda: si litiga meglio su due ruote o tra quattro mura?

Performing love

Da Ticino7 del 18 marzo 2020
Un gentiluomo, tenero, con un look improbabile e affascinante. Ricordando il primo incontro con Ulay, che diverrà suo compagno di arte e di vita per dodici anni, Marina Abramovic raccontava la fascinazione della ragazza ben educata (“io studiavo inglese, studiavo pianoforte, lui lavorava già”) di fronte a un ragazzo rimasto orfano durante la seconda guerra mondiale e già noto nel mondo della performing nel 1976, anno del loro primo incontro ad Amsterdam. Intuiscono di avere bisogno l’uno del corpo dell’altra. Il loro amore diventa un terreno di sperimentazione.
Nei video e nelle foto di repertorio emersi qualche giorno fa, quando Ulay è morto di cancro, ci sono un ragazzo alto, magro, dinoccolato e bellissimo e una ragazza giovanissima, esile e determinata. Per diversi anni Marina e Ulay vivono in un furgone. L’opera si chiama Permanent movement. La performance più famosa è certamente “Imponderabilia” in cui Marina e Ulay sono nudi appoggiati in piedi agli stipiti della stessa porta, si guardano negli occhi mentre il pubblico deve scegliere se dare le spalle all’uno o all’altra per passare. Non ci vuole molto perhé la polizia intervenga a chiudere la mostra. Le sperimentazioni continuano, con performance in cui si schiaffeggiano o si corrono incontro per sbattere l’uno contro l’altra con violenza crescente. Sempre in una vecchia intervista, Ulay racconta che Marina ha una resistenza incredibile quando si tratta di infliggersi qualcosa.
Quando decidono una delle loro performance più clamorose non sanno che sarà l’ultima insieme. Si intitola “The Lovers”. Scelgono di percorrere la muraglia cinese a piedi, partendo da due parti opposte per incontrarsi a metà. Sono tre mesi faticosissimi, a Marina tocca il percorso più impervio. Quando incontra Ulay – racconta nella biografia – scopre che lui era lì fermo da tre giorni, la aspettava nel punto più scenografico in cui farsi fotografare. Nel frattempo, aveva avuto una relazione con l’interprete, che aspettava già un bambino. Sulla muraglia cinese l’amore finisce. La storia dei tradimenti – da entrambe le parti – è ricca e confusa.
“La cosa più triste – scrive Marina nella sua autobiografia – era che fallissimo per il più stupido e banale dei motivi, la vita domestica”. Bisogna avere molta resistenza per infliggersi l’amore.

Bello lo smart working ma non ci vivrei

Da Ticino7 del 6 marzo 2020
Anni fa guardavamo con ammirazione l’amica assunta in una grande azienda. Cinquecento impiegati, duecento scrivanie, nessun posto assegnato. Una mattina potevi arrivare e trovarti al fianco l’amministratore delegato, accomodato con il suo pc portatile in un punto qualunque dell’open space, all’esterno del quale si trovavano acqua e frutta fresca a disposizione di tutti. Ma poi perché andarci, in ufficio? La tecnologia ci consente di fare qualunque cosa a distanza e le magnifiche sorti e progressive erano finalmente a portata di mano (almeno per lei).
Del resto, siamo talmente moderne da aver sempre creduto nelle relazioni a distanza. a convivenza, Dio sa se oggi ne abbiamo le prove, peggiora tutto e tutti e l’ecosistema di un ufficio non è così distante da quello di una coppia e di una famiglia. Ci si odia ad intervalli regolari. Si gode infinitamente nei momenti di solitudine. Quando i biscotti durano per settimane, la stampante non è intasata, il cesto della biancheria rimane vuoto per più di cinque minuti, alla macchinetta del caffè non c’è coda né aspettativa sociale di chiacchiera.
Galvanizzate dai racconti dell’amica e dalle profonde analogie tra rapporti di coppia e rapporti di lavoro affrontiamo lo smart working con la positività delle persone di larghe vedute. Vestite di tutto punto sediamo al tavolo del soggiorno a riaprire quel file che in ufficio non riusciamo a completare. In due ore il lavoro finisce e non c’è neanche una collega con cui chiacchierare; la situazione peggiora quando la prole resta a casa per qualche motivo. Dopo pochi giorni, l’esperimento sociale si trasforma in incubo: si sgomita pur di uscire, si inventano riunioni fondamentali, si accusa l’ottusità dei capi: “Sai, lui odia fare le call devo andare io in ufficio”.
Vorrei dirvi che il sogno è durato poco. La favola delle scrivanie in difetto è finita pochi anni dopo, quando un terzo dei dipendenti dell’azienda luminosa e progressiva è stato licenziato. La loro presenza, nella sede ricca di acqua e frutta e povera di scrivanie, era così aleatoria da essere diventata accessoria. I rapporti a distanza devono sempre sfociare in qualche forma di convivenza: occorrerà pure dare sostanza ai litigi, no? L’amore non è sempre cosa per gente di larghe vedute.


Ultim'ora Tik Tok

Da Ticino7 del 28 febbraio 2020
Immaginate di essere di fronte alla televisione, sintonizzati su uno di quei canali all news dotati di fascetta sottopancia con le notizie dell’ultim’ora. Saprete che esiste una legge (certamente scientifica) per la quale una persona qualunque che si trovi di fronte a questo fenomeno sarà condotta a leggere sempre e solamente le stesse due notizie. Leggerete dieci volte che un cervo ha attraversato il centro abitato ma non riuscirete mai a sapere come finisce la notizia successiva. Proverete a concentrarvi ma qualcosa arriverà a distrarvi, sempre subito dopo la notizia del cervo. Ecco. Questa è l’esperienza più simile che conosco a quella di un adulto che si trovi di fronte Tik Tok.
È il social degli adolescenti, come vi spiegano bene le autorevoli firme che scrivono in queste pagine. Qui, nell’enclave di non autorevolezza e tripudio di idiosincrasie caratteriali che è questa colonna, vi diremo che è il social che ci meritiamo, punizione per tutto quello che abbiamo fatto come l’Alberto Sordi di Ecce Bombo. Il “rullo” delle notizie dell’ultim’ora è solo in parte simile a Tik Tok: una volta entrati non avrete nessun appiglio, tanto meno quello di notizie o elementi ripetitivi che vi consentano di orientarvi. Sul vostro telefono apparirà senza soluzione di continuità una cascata di contenuti idioti e divertenti (balletti, gente che parla con voci strane). L’algoritmo di Facebook ci propone indignazione e pettegolezzi, quello di Instagram cose da comprare per sentirci finalmente perfette. Quello di Tik Tok pare avere il solo scopo di stordire fino ad asfaltare.
Certamente alla Ficcanaso sfuggono le potenzialità infinite dello strumento. Da qui la vediamo in modo molto basico: Tik Tok è un ritorno sfacciato all’essenza stessa di ogni social, ossia il cazzeggio. Per anni ci siamo arrabattati su professioni come il social media manager e sulle attività “editoriali” legate ai social. Il futuro, Tik Tok, è un ritorno alla preistoria. Con l’aggravante che bisogna allenarsi tantissimo. Quasi tutti i video degli influencer “tradizionali” (Chiara Ferragni in testa) che sbarcano sull’ex Musically iniziano con constatazioni di quanto sia difficile usarlo. Servono infatti un allenamento pazzesco e una dedizione metodica. Occorre allenarsi tantissimo per non dire assolutamente nulla. E farlo in modo assolutamente divertente. Del resto, ci voleva metodo anche per la gara di rutti alla cena di classe delle medie.

Educazione siberiana e lavaggio di mani

Da Ticino 7 del 14 febbraio 2020
«È inutile che tu faccia finta di nulla: so del Coronavirus. Ne hanno parlato a scuola e per capire ho letto sul giornale». A quanto pare del Corona Virus hanno parlato i bambini durante l’intervallo e il giornale trovato in bagno è stato ritenuto attendibile quasi quanto i genitori non allarmisti. «Ce ne hanno parlato anche le maestre, quando ci dicevano che dovevamo lavarci le mani». Interessante, mi sono detta galvanizzata al pensiero di quante possibilità di minaccia e coercizione aprisse la parola epidemia. Ma perché la minaccia e il ricatto (insuperabili metodologie educative) siano efficaci occorre una base di paura e di ignoranza. E nel nostro caso il tema Corona Virus non suscitava né l’una né poteva contare sull’altra. A quanto pare, infatti, l’unica cosa rilevante durante l’intervallo sono i rapporti sociali.
«Le bambine di terza e le bambine di quinta dicono che noi abbiamo i pidocchi e quindi non possono stare con noi». L’isolamento sociale non le turba, prevale una sorta di sollievo per essere lasciate in pace da bambine tiranne, ma la madre che ha già combattuto la buona battaglia non ci sta. «Alle bambine che dicono così dite che i pidocchi si possono debellare, cosa che noi abbiamo fatto. Purtroppo invece la stupidità non può essere debellata. Poi mi fate un elenco di nomi e cognomi e vado a prendere i genitori uno ad uno».
Credo sia stato quello il momento in cui ho capito che il “fregatene e lasciali parlare” non poteva essere più accettato. Abbiamo sempre cercato di evitare i conflitti, siamo pacifisti e troppo pigri intellettualmente e fisicamente per qualunque tipo di guerra. Fino a che le creature non sono finite nella giungla. E noi genitori della casa sull’albero abbiamo scoperto il gusto del coltello tra i denti. Così ci siamo impegnate nel training, frasi semplici e ben chiare pronunciate con la sicurezza che sola può tenere a bada i seccatori. Poi un giorno la grande torna a casa interdetta. «Io e tizia abbiamo litigato. Le ho detto che è lei a dovere cambiare carattere, non io». Forse ho esagerato, pensi mentre cerchi capire come introdurre il tema della morbidezza e dell’importanza sociale del compromesso. «Mi ha detto che sua mamma ha ragione a dire che io sono strana». Sangue gelato. «Sarò strana, ma a me piace come sono». L’autostima, tesoro mio, è il miglior regalo che puoi fare a te stessa per San Valentino.

mercoledì 12 febbraio 2020

Mamma, ridi a bassa voce

Da Ticino7 del 7 febbraio 2020
In questo febbraio che comincia con Sanremo e finisce con il carnevale abbiamo a disposizione decine di progetti per renderci ridicoli agli occhi del mondo. Su tutti svetta il sempreverde “attrezziamo 90 metri quadrati come se fossero 200”, che questa estate ci vedrà impegnati in nuovi lavori in zona notte. I progetti vanno rivisti a breve per inventare magicamente spazio per armadio delle scarpe e baule delle borse e per evitare la crisi di nervi delle bambine comprando il loro consenso con una casa di Barbie grande poco meno della nostra. Abbiamo anche abbozzato un programma per le vacanze, che ovviamente ci vedrà impegnati nel concederci pochi giorni spezzettati in posti carissimi, sempre per quel solito saggio mantra: facciamo pochissime vacanze ma spendiamo come se ne facessimo dieci.
La settimana bianca, per dire, s’è conclusa da poco con l’opportuno cambio di denominazione in tre giorni bianchi. Abbiamo sciato come persone serie, trovandoci il mattino preso sulle piste. Bambine appena sopra il metro perfettamente equipaggiate per lanciarsi sulle piste nere ad esibire una sportività inspiegabile con la genetica. Di fronte alle creature non abbiamo fatto neppure una sosta ai bar a bordo pista per il classico Bombardino. Solo colazione proteica e via a sciare a rotta di collo fino a sera. In seggiovia si cantava, con padre che indicava i nomi delle cime e madre che faceva la stupida. E loro ridevano come pazze. È molto probabile che la cosa funzionerà ancora per qualche anno al massimo.
C’è questa situazione singolare, nelle famiglie, per cui solitamente quando i genitori iniziano ad entrare in una fase della vita che seppellisce i freni inibitori (e forse anche la dignità) i figli iniziano a vergognarsi di loro. Ricordo ancora quando nella monotonia del litorale adriatico si camminava con mia madre, ore con l’acqua fino alla vita per rassodare le chiappe e coprire i cuscinetti. Chiacchierando di tutto e di più lei agitava le braccia in grandi cerchi per fare esercizio e tentare di ottenere un avambraccio alla Michelle Obama. Io mi allontanavo, la pregavo di smettere perché qualcuno senz’altro da riva ci avrebbe riconosciute. E non importa se c’erano soltanto vecchietti in cerca delle vongole. Io dovevo pensare alla mia dignità e lei improvvisamente era un ostacolo insormontabile. Non importava che anni prima mi avesse aiutato a scendere dalla seggiovia, tirato per minuti interminabili con la racchetta a mo’ di skilift e preparato panini per la merenda facendo provviste nel buffet pantagruelico dell’hotel. Neanche che mi avesse aiutato a fare la cosa più difficile del mondo, ovvero scendere le scale del rifugio con gli scarponi (perché i bagni sono sempre e solo al piano di sotto) e liberarmi dalla morsa della tuta antivento e antifreddo per poter far, finalmente, la pipì in equilibrio precario.
D’un tratto iniziava a ridere troppo forte a essere troppo buffa e cretina. Il fatto che stesse simpaticissima alle mie amiche non faceva che peggiorare la situazione. Il tempo di una settimana bianca in versione ristretta e realizzi che sei dall’altra parte, anche se scendere le scale del rifugio con gli scarponi resta un’impresa al di sopra delle tue possibilità. È un periodo difficile. E per non scomodare cifre importanti vi dirò che è l’anno in cui abbiamo l’età che avevano i nostri genitori nelle foto con noi da piccoli. Quando ancora ci facevamo fare le foto con loro.

martedì 28 gennaio 2020

No, non si dimagrisce per la salute


Da Ticino7 del 24 gennaio 2020
Nel giorno in cui un “digital humanist” vi apparisse come collegamento LinkedIn potreste imbattervi, come è accaduto a qualcuno di mia conoscenza, in una foto della cantante Adele, notevole in quanto enormemente dimagrita. Divorziata da poco e mamma di un bimbo di sette anni, la talentuosa cantante avrebbe perso circa una trentina di kg grazie ad una dieta che prevede sport, no alcol, no zuccheri e soprattutto una combinazione di cibi particolare in grado di “attivare il gene della magrezza”. Prima di cerca su Google Maps il gene della magrezza e cliccare su “calcola percorso” vorrei che i miei quattro lettori si fermassero un momento per seguire alcuni ragionamenti che solo inizialmente parranno divagazioni, ma a un determinato punto del percorso appariranno nella loro indiscutibile e convincente chiarezza.
Cercando le foto di “Adele dimagrita” vedrete la circonferenza della vita, quella delle braccia, la possibilità (impensabile per un grasso) di incrociare le gambe con i polpacci sotto le cosce. Vedrete anche un seno non più prosperoso, delle guance smunte, un’espressione smarrita di chi non sa come dirigere un corpo improvvisamente ridotto a un terzo di quello precedente. Ascolterete qualcuno notare quanto fosse sorridente prima e quanto paia preoccupata adesso. Come a dire che prima pensava di addentarsi una mortazza e ora è schiacciata dalla mestizia della vellutata di finocchio.
A quel punto qualcuno vi farà notare che si può anche perdere il sorriso (perché i grassi sorridono sempre, probabilmente cantano svuotando la dispensa accompagnati da un nero con il senso del ritmo), se in ballo c’è la salute. La salute, sia ben chiaro, non la magrezza. Del resto i tabloid ci informano che la stessa Adele avrebbe deciso di rimettersi in forma per suo figlio, Angelo, che evidentemente merita una madre sana. Il fatto che questo coincida con una madre magra, signora mia, è solo un caso fortuito.
Eccola la contraddizione inaccettabile: se un’agenda per i risparmi di casa (ricorderete il Kakebo della settimana scorsa) può e deve prometterci la felicità, da una dieta non possiamo aspettarci nulla se non la salute. A questo punto la rubrichista, che casualmente è reduce dalla perdita di svariati kg e impegnata nel folle volo della prosecuzione per gli ultimi cinque maledetti che la separano dalla felicità eterna, sbotta e dà in escandescenze. Nessuna donna grassa o anche solo pingue ha il coraggio di dire che si è messa a dieta per muoversi con più disinvoltura sugli uomini che le interessano e per allacciare la zip dell’abito nuovo senza rischiare l’asfissia. Nessuna racconta della soddisfazione inenarrabile di portare al braccio la borsa che ci si è regalate al traguardo dei primi 10 kg persi.
La salute è una roba da maschi oppure per chi non ha il coraggio di rivelare quante materialissime e frivolissime soddisfazioni ci si possa prendere con dieci e dico dieci kg in meno. No, la dieta non si fa per stare bene con sé stesse. La dieta si fa per indossare cose sbracciate e strette in vita anche in inverno, tornando a casa con la polmonite pur di sentirsi chiedere: “Ma come hai fatto? Stai benissimo!”.


Harry e Meghan: li si nota di più se non


Da Ticino7 del 17 gennaio 2020
Da ormai diversi giorni la monarchia britannica deve fare a meno di Harry e Meghan e del loro primogenito Archie, che il destino porterà inevitabilmente a seguire i genitori nella scelta di rinunciare al ruolo di “senior royals”. Difficile capire cosa significhi per gente tanto plebea da fare caso al prezzo della benzina praticato dai distributori. Quello che sappiamo è solo che l’8 gennaio scorso i duchi di Sussex hanno annunciato che lasceranno i loro impegni ufficiali (pur senza rinunciare ai titoli nobiliari, almeno per ora) per avere più spazio per sé e ottenere maggiore autonomia economica. Il che non significa certamente espandere la propria rete su LinkedIn e consigliare banali post di conoscenti di successo per mostrare di essere sempre sul pezzo e appetibili per il mercato, bensì dedicarsi con maggiore dedizione alla beneficenza.
La notizia, comprensibilmente rimbalzata su tutti i mezzi di informazione, ha alimentato le maldicenze che si rincorrono da tempo e che parlano di distanza crescente tra Harry e William nonché di evidente preferenza della regina per la famiglia di William e Kate. È infatti superfluo ricordare che nell’immagine natalizia della vegliarda intenta a fare gli auguri, solo poche e selezionatissime foto stazionavano sulla scrivania e in nessuna c’era traccia dei membri della famiglia apparentati con l’ex attrice americana.
Del resto, in tanti gloriosi e faticosi anni di mestiere, la presente rubrica ha dedicato a Harry e sua moglie, non più di poche righe. E poiché per certe persone che scrivono sui giornali la realtà null’altro è se non un pretesto per le proprie fissazioni vi dirò come la penso: l’unico modo perché Harry e Meghan potessero minimamente diventare interessanti per noialtri Middletoniani di ferro era esattamente questo. Se hai una cognata che pesa 45 kg, ha tre figli, è una borghese ma al contrario tuo non avrà mai la colpa di essere americana né di essere stata attrice puoi fare una e una sola cosa. Sceglierti un altro campionato, crearne uno tuo, giocare alla zia fricchettona che gira il mondo con caftani di seta giocando a rifiutare le convenzioni. Farti vedere giusto a Pasqua e a Natale. L’unico modo per ottenere una foto sulla scrivania e non smaniare per averla.