venerdì 10 aprile 2015

La guerra dei Pan di Stelle

Dal Giornale del Popolo del 10 aprile

No more morning dramas. La mail pubblicitaria di uno dei siti di shopping che non frequento da troppo tempo stamattina ci ha visto giusto. Peccato che, con questo inizio di primavera e gli strascichi di jet leg da ora legale, i drammi mattutini in casa siano tristemente lontani da quelli del guardaroba. Sono quelli esistenziali di una bambina di tre anni che ha gli stessi problemi degli ultratrentenni che dormono nella camera a fianco alla sua e semplicemente, candidamente, non vuole alzarsi perché sta bene a letto e la luce che entra dalla finestra è insopportabile per chi è ancora stanco e vuole rimanere sotto le coperte. Se, per qualche combinazione astrale, riesce ad alzarsi la colazione è il primo campo minato. I Pan di Stelle di forme diverse, che probabilmente la Mulino Bianco s’è inventata per smaltire le rimanenze dei biscotti natalizi, sono un casus belli comunque vada. Se una pesca quello a forma di cuore, lo vuole anche l’altra, se una trova quella senza buco, lo vuole anche lei, salvo poi incominciare a strillare perché ha cambiato idea e il livello del latte nella tazza è troppo basso. Ci vuole molta concentrazione e una buona dose di sangue freddo per continuare a passarsi l’ombretto senza tentennamenti mentre imperversa la guerra dei Pan di Stelle. E per continuare a pensare a come candidare la propria casa come set cinematografico per quando il Mulino Bianco deciderà di buttarsi sul pulp. E raccontare finalmente cosa accade nelle case vere a colazione. 

giovedì 9 aprile 2015

Quando in vacanza si cercava tutto tranne il relax

Dal Giornale del Popolo del 3 aprile

Il vantaggio di essere in una zona della vita in cui i 40 si vedono senza bisogno del cannocchiale è che guardare indietro, e soprattutto farlo in compagnia, è infinitamente più bello e più divertente. Così una discussione iniziata sbuffando perché non si trova un posto dove andare in vacanza con i bambini senza sentirsi una famiglia media con station wagon e canotti gonfiabili nel baule, è finita in un amarcord sulle vacanze di tanti anni fa. Quando non si cercavano location rilassanti o tariffe convenienti, ma posti in cui divertirsi in infradito senza andare mai a dormire e in cui si chiudeva facilmente un occhio sulla pulizia della stanza e il rifornimento del minibar, se si tornava a casa con un pieno di occhi dolci da parte di qualche ragazzo, preferibilmente del posto. I vitelloni di allora ricordano le imprese di gioventù e parte dell’epica è quella di denigrare i giovani d’oggi, che non sanno offrire da bere a una ragazza senza chiederglielo prima su WhatsApp. Seguono discettazioni su come erano bravi loro e quanto erano professionali nel dedicarsi con passione e metodo a tutte le ragazze, belle o brutte. È un altro mondo e qualcuna di noi rimane perplessa, pensando a una gioventù con molti libri e molti sogni e troppo poche infradito. E resta che gli anni passano. Ma uno smeraldo è sicuramente un modo splendente per ricordarselo.

Alla fiera degli ammiccamenti

Dal Giornale del Popolo del 27 marzo

Alle fiere le hostess hanno sempre e ancora lo stesso ruolo: decorativo e piacevole. Il condannato chiuso in una struttura con moquette in terra e neon al soffitto per otto ore al giorno per almeno due o tre giorni ha diritto a un rancio fatto di occhioni, chiome fluttuanti e cosce in bella vista. Detto questo bisogna discutere del fatto che non esiste niente di tanto serialmente costruito per il piacere di noi donne: il che significa che di bei ragazzi, nelle manifestazioni fatte per vendere qualcosa, ce ne sono troppo pochi e di sicuro non esposti con il metodo e la visibilità che invece vengono riservati alle donne e tutto ciò che gira loro intorno. Poi bisognerebbe discutere del fatto che i leggings sono per gli anni Duemila quello che le minigonne furono per gli anni Settanta; sicché oggi nelle fiere le hostess si sentono legittimate a non mettersi la gonna ma i pantaloni. Ma soprattutto bisognerebbe discutere di quanto sia grottesco e imbarazzante questo continuo salutarsi e darsi pacche sulle spalle e fare sempre battute ammiccanti. Soprattutto quando accade tra uomini e donne di una certa età. E adesso, adesso che anche la Ficcanaso ha davvero una certa età, quella di invecchiare in maniera decorosa è una priorità. Una priorità che non vendono alle fiere.

Di principesse e bambole di pezza

Dal Giornale del Popolo del 20 marzo

Siamo moderni. I nostri figli sono piccoli e noi pensiamo a già a come raccontargli cosa succede nel mondo. Compriamo per loro libri importanti (quell'edizione di Alice nel paese delle meraviglie illustrata da Yayoi Kusama aspetta solo qualcuno che la sfogli avidamente), ci attrezziamo alla meglio per comprenderli con qualche rudimento di psicologia infantile. I più previdenti di noi hanno anche pronta la spiegazione di come nascono i bambini, ci hanno pensato hanno costruito una narrativa che ritengono credibile e aspettano con sostanziale serenità il momento delle domande. Domande che sono comunque meno scabrose di quelle sulle principesse. Di fronte a un mega poster di Cenerentola la bambina che sta per compiere tre anni ha notato subito le cose importanti: il vestito, azzurro e un po' scollato e la scarpetta. «Ma perché deve perdere la scarpa?». «Questione di destino, bambina mia. Se Cenerentola non perdesse la scarpetta non incontrerebbe il principe». La bambina di cinque anni, uscita dal cinema, si sente chiedere dal padre cosa pensi del principe azzurro. «Sei più bello tu, papà», risponde a un uomo ormai definitivamente schiavo della sua bambina. Peggio che coi grandi classici va quando le bambine chiedono della principessa Sofia. Su internet la Disney spiega che è una principessa che insegna che «sono gentilezza, generosità, lealtà, onestà e grazia che rendono speciale ogni persona, e non ciò che indossa». Con buona pace di noialtre, che ci illudevamo di poterle tirare su con le bambole di pezza, dribblando il consumismo con il radical chic. 

venerdì 13 marzo 2015

Team building e terapia di coppia

Dal Giornale del Popolo del 13 marzo

Tu che ti lamenti che lui non ti racconta mai niente, lui che non contempla distrazioni adesso che c'è un'intera serie di House of Cards da smaltire, i colleghi che scuotono la testa alla macchinetta del caffè perché “è mai possibile che cambiano il cappuccino con il caffè d'orzo senza avvisarci?”. Che sia in un matrimonio o in un'azienda è sempre la comunicazione il problema. Fatevi un'esame di coscienza e pensate se le liti non iniziano così. Non importa quale sia l'oggetto del contendere: le vacanze al mare, l'aumento del prezzo del caffè alla macchinetta, una quotazione in borsa o un sospetto di corna. Non importa neanche che si invochi chiarezza in situazioni che di chiaro non potrebbero avere nulla nemmeno nel migliore dei mondi possibili. Importa riferirsi sempre a un altro (presunto) universo in cui le cose funzionano e le comunicazioni arrivano, un altro mondo la cui unica caratteristica certa e di non essere quello in cui viviamo noi. E allora più comunicazione per tutti. Dovrebbero fregarsi le mani i laureati in Scienze di quella cosa lì e fare il tifo per chi propone soluzioni mirabolanti e certificate per rispondere a questi problemi. Dovremmo anche noi tifare per le sessioni di team building invece di domandarci in cosa si differenzino dalla terapia di coppia. Dovrei mettermi una mano sulla coscienza e credere alla laurea che ho nel cassetto. E smettere di pensare a mio padre, che non sa cosa siano i team né gli esperti di comunicazione, ma ha sempre ricevuto polli, conigli e damigiane di vino buono dai suoi operai. E non ha mai speso un euro in web reputation e team building.

Senza screenshot che Facebook sarebbe?

Dal Giornale del Popolo del 6 marzo

Ti telefonano come chi aspettava il cadavere sulla riva del fiume da tempo: «Hai ceduto eh?». Qualunque giustificazione li scatenerebbe: «Sì, figurati! Imparare a usare Facebook per lavoro!». Bisogna dissimulare, perché la gente digerisce meglio una conversione che una resa. E quindi occorre mostrarsi entusiasti e desiderosi di sapere: chiedere informazioni su tag, politiche di privacy, foto dei bambini, trucchi tecnologici per evitare richieste di amicizie indesiderate. Nell’insegnare al neofita gli amici danno un senso al loro essere su Facebook da un secolo: raccontano che un tempo non c’erano certe opzioni di privacy, che alcuni album fotografici possono essere visibili solo a chi vuoi, che i tag sono roba superata, che un “mi piace” non si nega a nessuno e non significa certo approvazione per il contenuto. Ti forniscono un codice di comportamento che tu devi vagliare per costruirne uno tutto tuo e se non hai nessuna intenzione di farlo puoi sempre dire di non avere tempo. Che in fondo ti si nota di più se su Facebook ci sei ma non lo usi. Che ti sei convertita per dedicarvi un’attenzione discontinua e distratta, come a tutto, del resto. Dà sempre l’idea che tu abbia altro da fare. Soprattutto se la tua principale occupazione è fare screenshot di cose ridicole e dibattiti imbarazzanti su Facebook per mettere legna sul fuoco sempre acceso del pettegolezzo via WhatsApp.

Mamme, figli e allergia alle storie edificanti di conciliazione

Dal Giornale del Popolo del 27 febbraio

Donne che si mettono in proprio, che diventano madri e decidono di cambiare lavoro, magari su gentile suggerimento di capi che proprio non tollerano di non vederle più davanti al computer fino alle sette di sera, a fare compagnia a quei maschi decisi a non tornare a casa finché ci sarà qualcuno sveglio. A volte succede che tutto va per il meglio e così quelle storie di successo discreto e conciliazione raggiunta arrivano sui giornali, corredate da fotografie di belle ragazze con un taglio corto e mai trascurato che spiegano quanto è bella la vita da padrone di se stesse. Certo, le bollette del negozietto di abiti vintage per bambini che hanno aperto le pagano per miracolo e in fondo se non ci fossero dietro padri, mariti o eredità tutta questa padronanza di se stesse non farebbe tornare i conti. Però vuoi mettere quanto è facile chiedere un occhio su tutto questo trovando il filtro giusto di Instagram? Così fiorisce una letteratura di storie edificanti. Che leggere fa piacere, per carità, ma fa anche un po' di rabbia. Chi lo dice che per far figli e lavorare si debba per forza diventare imprenditrici? E se una, dico una di voi, non avesse lo spirito imprenditoriale ma neanche quello della massaia?

venerdì 20 febbraio 2015

Il tuo mondo in un ufficio


Dal Giornale del Popolo del 20 febbraio
Nell’ultimo cassetto ci sono i cucchiaini per lo yogurt, lo spazzolino da denti, un’aspirina, un paio di bustine di tè. Persino un deodorante spray da diffondere discretamente nell’ambiente quando l’ascella del vicino di scrivania si fa troppo invadente. Sarà perché tutto sommato ci trascorriamo più tempo che a casa, ma nei nostri uffici ricreiamo un po’ del nostro ambiente, facendo provviste di oggetti di prima necessità, segnando il territorio con oggetti che dicano chi siamo. Dalle foto ai disegni dei bambini, passando per i fiori e i ricordi. Per questo cambiare scrivania è un po’ morire e fa paura come un trasloco dalla casa di una vita. Ritrovi cose sepolte sotto anni di polvere e ricordi. Ho visto ragazze piangere al momento di firmare una lettera di dimissioni, altre farsi venire gli occhi lucidi perché il capo le ha spostate al piano di sotto, lontano dai colleghi con cui condivideva i cucchiaini per lo yogurt. Cambiano vita, si ritrovano in ufficio con poche finestre e aria pesante. E il primo giorno non mangiano per non sbagliare, poi la fame vince e si aggregano a chi sta uscendo per un panino. Fino a che una mattina non arrivano abbastanza presto da origliare i discorsi alla macchinetta del caffè. E così, tra Cinquanta sfumature di grigio e dissertazioni sulle ultime tendenze della depilazione, capiscono che forse tutto il mondo è paese. Un paese dove i grafici hanno sempre qualcosa da ridire sulle foto che gli sottoponi e i tecnici dei computer insultano chi usa i Mac.

venerdì 13 febbraio 2015

Sanremo è uno specchio. E allo specchio non ci si piace mai

Dal Giornale del Popolo del 13 febbraio

Che sia per insultare gli zotici che non lo capiscono o per biasimare gli zotici che lo guardano. Che sia per reale passione per Anna Tatangelo o per vezzo ultra snob di intrattenersi con manifestazioni care alla massa. Che sia per colpa del brutto tempo o per colpa del franco messo com'è (ché ormai se parli di qualunque cosa senza mettere in mezzo valutazioni di politica monetaria da quattro soldi non sei nessuno). Insomma: qualunque sia il motivo, di Sanremo bisogna parlare. È pur sempre un festival e della canzone italiana e qui si scrive in italiano. Perciò: Arisa è più infastidente di un secchio di sabbia nel costume; Emma impalata, Charlize Theron di una bellezza imbarazzante, con l'unica colpa di non aver trascinato sul palco dell'Ariston anche quel pezzo d'uomo di Sean Penn (suo attuale fidanzato). La famiglia con 16 figli e il cantante dal genere sessuale indefinito scelti con la logica della par condicio dei fenomeni da baraccone. Carlo Conti funziona, ma vuoi mettere quanto ci divertivamo l'anno scorso a prendercela con Fazio? O anni fa quando il direttore artistico era Tony Renis e Giuliano Ferrara lo definì il Gramsci di Berlusconi? Alternativamente ogni anno rimpiangiamo il festival quando era di sinistra, quando era di destra, quando aveva ospiti costosi, quando ne aveva di low cost, quando le vallette si presentavano scosciate o coperte come per andare alla Messa. Come ogni anno dà un senso al nostro essere su Twitter, a cercare la battuta fulminante da digitare velocemente, almeno prima di addormentarci. Sempre a dire come sarebbe stato meglio se. Perché è uno specchio. E allo specchio, si sa, non ci si piace mai.

Uscirà il sole, come dice Barbara D'Urso

Dal Giornale del Popolo del 6 febbraio

Passerà. È sempre stata la mia terapia segreta per più o meno qualunque cosa. Resto convinta che sia una filosofia di vita niente male, applicabile (con la leggerezza e il buon senso che andrebbero venduti in ogni supermercato) ai campi più diversi del nostro esistere. Passerà questa moda dei risvolti ai pantaloni, passerà la mania dei tatuaggi e ci ritroveremo over 80 col deambulatore eun teschio sull'avambraccio o un fiocchetto nella nuca. Passerà quest'età in cui sembra impossibile fare dei figli e lavorare e voler fare tutte e due le cose senza essere accusati di maternità irresponsabile o di manie carrieriste. Passerà questa lunga Isola dei Famosi in cui ogni cocco e ogni onda del mare ci ricordano Simona Ventura, con lo stesso turbamento con cui ogni maglietta di gioventù ci ricorda un concerto vissuto con qualcuno di importante. Passerà la mania antiossidante e ci ritroveremo a regalare agli amici il succo di melograno e le bacche di Goji. Passerà il risentimento per quei regali di Natale e compleanno che non sono ancora arrivati e forse anche quello per aver ricevuto in dono un libro in edizione economica e persino usato. Passerà l'inverno e come dice Barbara D'Urso “Tanto prima o poi esce il sole”. Tornerà primavera. E non ci sembrerà così grave avere la stessa filosofia di vita di Barbara D'Urso.