domenica 23 maggio 2021

A una certa età

Da Ticino7 del 15 maggio 2021

La rivincita delle rotondette arriva intorno ai quaranta, perché zampe di gallina e rughe sono spesso meno evidenti in chi non è propriamente magrissimo. Secondo un algoritmo complesso e geniale degno della Silicon Valley, arriva un preciso momento della vita in cui la lotta ai chili di troppo va sostituita con quella all’armonia. Niente body positivity, qui il tema è la scelta delle priorità, la consapevolezza, il realismo e il pragmatismo che guarda caso proprio l’età dovrebbe portare in dote.

Le amiche che fino a ieri si interrogavano sul prodotto miracoloso anticellulite oggi sono attanagliate da nuovi, enormi problemi. I principali sono il botox e i capelli bianchi. Le migliori, quelle che alle medie si vantavano d’aver già smesso di fumare, rivelano che non bisogna avere paura dei ritocchini. Che contrastare i segni del tempo è un dovere, purché con modalità discrete e non invasive. Sorridono di fronte alle neofite che temono di diventare come le tante attrici devastate dalla chirurgia estetica. “Ma cosa ti metti in mente? Qui parliamo solo di cose naturali, piccoli trattamenti invisibili di cui nessuno si accorgerà. Non vedi come sono in forma? Io ho iniziato più di 5 anni fa”.

Non lo sapevi ma cinque anni fa, mentre tu ti interrogavi ancora, con un piglio pensoso e da ventenne fuori tempo, sull’opportunità di comprare abiti fast fashion, le tue amiche pensavano al futuro. Affiancando a un solido fondo pensione dei trattamenti estetici mirati a contrastare rughe e segni del tempo. Sorridono di fronte alla tua bizzarra teoria del grasso che minimizza le rughe, ti tolgono il tiramisù dal tavolo e ti guardano negli occhi. Basta scuse, bisogna pensare al futuro. 

L’altro tema di grande discussione sono i capelli bianchi. Anche in questo caso, le previdenti rivelano di tingerli da tempo. Scopri così che erano tutte favorevoli a lasciare i capelli naturali, fino a che si parlava dei capelli delle altre. Oggi le più agguerrite sfoderano senza pietà le foto di amiche che recentemente si sono mostrate senza tinta ai capelli e ti sfidano: “Non mi dirai che questo è stile”. Noi che ieri ci dividevamo su Dior e Chanel e su Zara e H&M, oggi ci accapigliamo di fronte ai capelli bianchi. Del resto, non siamo tutte Helen Mirren.

La discussione vira su La Vacinada, la canzone irresistibile di Checco Zalone che fa il manzo italiano con una bella e attempata signora, la meravigliosa Mirren appunto, ingolosito dal suo essere vaccinata. Le ultras dei capelli tinti non si lasciano intimidire: “Bellissimo il video, bellissima la canzone, ma non vorremo mica arrivare a una certa età per rivalutare l’uomo che ti fa ridere?”.

domenica 9 maggio 2021

Guardatevi dal tatagattamortismo

Da Ticino7 dell'8 maggio 2021

Pochi giorni dopo aver mostrato la sua ciccia post partum come segno di body positivity, Chiara Ferragni mostrava in una storia su Instagram il volto di tata Rosalba nel giorno del suo compleanno. Pochi giorni prima sorridevo imbarazzata vedendo una conoscente che postava su Instagram foto mandate dalla tata dei suoi figli taggandola. Andando a controllare subito il profilo come si conviene in questi casi, notavo che la tata era giovane e bella, evidentemente italofona e soprattutto taggabile, a differenza della Rosalba di casa Ferragnez. Ho pensato che avrei più volentieri dato in pasto al pubblico il numero della mia carta di credito e i dati di accesso al mio conto in banca, certamente meno preziosi della persona più importante della nostra vita che ne rende, semplicemente, possibile lo svolgersi.

Le madri di oggi, specialmente quelle che lavorano più di due ore al giorno e non passano le estati in villeggiatura con la prole, sanno che non è dalle gattemorte ruba mariti che occorre guardarsi le spalle; bensì dalle madri svenevoli sempre pronti a rubarti la tata. “Ah, ma mi daresti il numero della ragazza che accompagna al parco le tue figlie?”, chiedono serafiche se ti incontrano fuori da scuola. Più spesso approcciano direttamente la malcapitata al parco. Specificano subito che è solo per un eventuale backup di qualche ora al pomeriggio, oppure solo in caso di malattia. Vorresti rispondere che tu devolvi tre quarti del tuo stipendio ad un’altra donna proprio per evitare queste situazioni e che auguri anche a loro un impiego pieno di eventualità e nessuna certezza. 

Spesso le giovani e inesperte cedono, soprattutto pensando di fare un favore alla tata in questione, che magari ha piacere ad allargare il proprio giro di conoscenze e occupre qualche ora libera. Tutte quelle che lo hanno fatto si sono pentite amaramente. Non sarà un caso se tra le informazioni inaccessibili dei famosi, ci sono proprio le identità di collaboratori domestici e tate. Si tratta di gente che ha una patente di uccidere (vi immaginate sapere quante ore al giorno guarda la tv il figlio dei Ferragnez o quanti detersivi inquinanti si utilizzano in quelle case? Non sognate anche voi intere paginate di gossip sul tema?), che probabilmente viene remunerata anche per la delicatezza del compito che ricopre. Ora, anche se non siete famosi, ricordate: la prossima volta che qualcuno vi chiede informazioni sulla vostra tata, proponetele di uscire con vostro marito. La vostra famiglia sarà certamente meno in pericolo.


sabato 1 maggio 2021

No, non recupereremo niente

Da Ticino7 del 1 maggio 2021

Il compleanno di aprile è stato accorpato all’anniversario di dicembre e festeggiato in giugno, a una distanza talmente equa dai due avvenimenti da esserne completamente slegato. Un’abitudine che nei casi migliori moltiplica i regali, in quelli più frequenti rende assolutamente trascurabile qualunque tipo di ricorrenza.

Lo scorso anno, in pieno lockdown, la bambina è riuscita a ricevere la Barbie che tanto desiderava. Una sorta di bambola magica, che cambiava colore sotto l’acqua. Al telefono con l’amica del cuore ha promesso: l’aprirò con te quando ci rivedremo a settembre, altrimenti faremo una videochiamata. Noi adulti abbiamo sorriso commossi, nell’ordine: della determinazione della bambina, dell’affetto tra le amiche, della assoluta disinvoltura con cui si dichiarava pronta, a mali estremi, ad estremi rimedi come le videochiamate. Tutto è andato come doveva andare e la Barbie si è aperta a settembre con un evento dal vivo immortalato dalle macchine fotografiche ricevute anch’esse per il compleanno di tanti mesi prima. La grande festa, quella al parco con i palloncini, la caccia al tesoro, le ginocchia sbucciate dopo le corse e il meraviglioso momento di collettiva apertura dei regali era stata comprensibilmente rimandata all’anno successivo. Arrivato l’anno successivo abbiamo rimandato all’estate. Ora siamo qui, inebriati dalla possibilità di sederci in un bar all’aperto, a domandarci come organizzare le feste di recupero. Con noi un esercito di titolari di compleanni, cresime, comunioni, anniversari che hanno festeggiato in maniera frugale con il proposito di recuperare con gli interessi a tempo debito.

Adesso però il tempo debito pare più vicino e sarà che non abbiamo neanche più il fiato per gonfiare i palloncini, ma siamo tutti titubanti. I parenti risponderanno alla chiamata alle armi della comunione con un anno di ritardo? La festa dei 18 anni funziona lo stesso a 19? I 40 si possono festeggiare dopo i 41? Discutiamo di scaramanzia, di regole, di buon senso, di pigrizia. Ripensiamo a tutti i biglietti di auguri ricevuti in questi ultimi mesi, tutti rimandavano a recuperi e tempi migliori. La verità, ce lo diciamo oggi che i tempi migliori sembrano davvero a portata di mano, è che potremo inventare modi nuovi e creativi di fare altro ma non di recuperare il passato. No, non recupereremo niente. Ed è incredibile quanto siamo in forma, noi che non abbiamo mai compiuto 40 anni.


 

Su cosa dovremmo piangere, se non su latte versato?

 Alla bambina che torna a casa con un brutto voto diamo una carezza nell’esatto momento in cui la spingiamo a guardare avanti. Da Ticino7 del 24 aprile 2021

Quelle lacrime devono diventare carburante per studiare di più, scrivere meglio, evitare le orecchie ai quaderni, avere una grafia più comprensibile e così via. Essere genitori, lo dico spesso, significa predicare perfettamente nell’esatto momento in cui ci si accorge di non avere neppure la forza per razzolare. Lo stesso vale con gli amici e con l’assortita gamma di delusioni di cui dobbiamo occuparci nel corso degli anni. Elenchiamone alcune, per aree tematiche: la vita di coppia (“capisci, non è solo che lui non è più quello di una volta, è che lui è sempre stato così e io dov’ero? Non me ne accorgevo?”); la delusione amorosa (“Ho sposato un’altra ma ancora giro la faccia dall’altra parte se lei, bellissima e con i figli per mano, si presenta sulla mia strada”); la delusione lavorativa (“Ho quarant’anni passati, non ho ancora scritto il libro della vita, non so l’inglese come vorrei e tutti sembrano avere lavori più interessanti del mio”); l’invidia sociale (“È imbarazzante, lo so, ma ogni volta che vedo qualcuno che posta foto in case grandi dotate di giardini e terrazzi mi viene il sangue amaro”). 

Agli amici diciamo che è importante farsene una ragione. Ai figli diciamo di reagire e di imparare dai propri errori. Ora, rivendico con orgoglio l’esortare gli altri a fare cose che noi stessi non riusciamo a fare, ma non posso fare a meno di domandarmi (come una Carrie Bradshaw dei poveri): quando, esattamente, abbiamo iniziato a confondere l’affetto con il coaching?

Quando, esattamente, abbiamo dimenticato che la cosa più preziosa sono gli amici che non hanno niente di saggio da dirti? In qualche momento della nostra vita dobbiamo aver pensato che voler bene significasse dire sempre le cose giuste come esortare a guardare avanti, passare oltre e imboccare il portone aperto da quello che potrebbe essere un duro ma in fondo provvido destino. Persino noi, per natura contemplatori malinconici e disperati delle porte che si chiudono, diciamo agli altri di comportarsi com’è giusto e di farsene una ragione. Quando la prima cosa ragionevole sarebbe dire che non c’è cosa più sacrosanta, giusta e liberatoria che piangere. Piangere. Piangere e piangere. Specie sul latte versato. Quanto meno per imparare che le lacrime possono finire.


sabato 17 aprile 2021

Il principe Filippo e i ruoli della vita

 Apprendendo della morte del principe Filippo ho pensato alla frase che, due anni fa, aveva fatto finire sulla graticola Amadeus, colpevole di aver definito la modella Francesca Sofia Novello (cito a memoria) una donna bellissima capace di stare sempre un passo indietro rispetto al fidanzato, il pilota di Moto GP Valentino Rossi. Si era scatenato un finimondo per dire che non si può definire una donna rispetto al proprio uomo, che le donne non stanno un passo indietro, che il fatto che una donna sia bella non deve far passare in secondo piano la sua intelligenza.

Ora dimenticate il paragone sanremese volutamente enorme, ma oggi, nel giorno in cui i funerali in forma privata del principe verranno celebrati al castello di Windsor, mi domando se il rispetto che proviamo per lui non sia proprio in questo avere fatto, per decenni, ciò che oggi pochissimi – anche nella famiglia reale – sembrano in grado di fare: assolvere al proprio dovere, rispettare e onorare il compito. 

Filippo è sempre stato un passo indietro, non so per naturale ritrosia, di sicuro per obbedienza al ruolo di marito della Regina che il destino gli aveva dato in sorte. Ho la sensazione che se al suo posto ci fosse stata una donna avremmo tutti sentito il diritto di elencarne i doveri, i pensieri, le azioni collaterali destinate a mitigare il ruolo di “consorte di”. Con il principe Filippo questo è accaduto solo moderatamente. Non c’è vergogna nel ricordarlo come “marito di”. Come colui, lo ha scritto la Regina nel messaggio di lutto, che è sempre stato “la mia forza”. Ricordiamocelo oggi, quando tutti gli obiettivi saranno puntati sugli sguardi tra Harry e il resto della famiglia nel primo incontro dopo l’intervista esplosiva con Oprah Winfrey.

In un mondo in cui tutti devono essere ciò che vogliono, Filippo era di quelli che hanno voluto essere ciò che dovevano. 


domenica 11 aprile 2021

Di elastici, trampolini e regali boomerang

Da Ticino7 del 10 aprile 2021

Non solo il corso di uncinetto, comunque mai popolare come quello di knitting (lavoro a maglia) a quello di cucina, ma anche quello di alimentazione salutare (no, la dieta non si porta più, sa di punizione e noi cerchiamo la consapevolezza). Ultimamente sono bersaglio di tipologie di offerte sempre più motivazionali. È pieno di gente che non vuole vendermi nulla, se non la mia felicità. Saltellavo sul trampolino di Jill Cooper quando ho ricevuto l’illuminazione ascoltando le parole della star del fitness: “Stare bene con il proprio corpo è la cosa più importante”, mi ha spiegato Jill mentre saltellava sul trampolino che ho sapientemente regalato alla creatura per il compleanno. “La forma fisica è solo una conseguenza”, ha detto Jill continuando a saltellare con un esercizio facilissimo per togliere la ciccetta dal punto vita. Volevo ripetere che la conseguenza è ciò che mi ha spinto a pagare tutto in contanti e ad aggiungere, per soli pochi spicci, gli elastici speciali fitness, corredo perfetto al trampolino che occupa metà soggiorno e ci farà odiare dall’inquilino del piano di sotto, ma servirà ai bambini per scrollarsi di dosso un po’ di questi mesi terrificanti e alla mamma per fare altrettanto e tenersi in forma. Divertendosi, ovviamente. 

I tutorial di Jill Coper su YouTube stanno all’oggi come le videocassette dei workout Cindy Crawford negli anni Novanta. Allora ci ritrovavamo tutte insieme per vederla. La supermodella sgambettava in televisione, la promessa era quella di un corpo perfetto, in cambio dovevi dedicare a Cindy almeno un’ora al giorno e una disponibilità al sacrificio senza riserve. Niente traguardi minimi e facilmente raggiungibili, mentre Cindy faceva gli affondi in costumi in riva al mare o in una terrazza di New York, tu sapevi che la tua tuta impresentabile nel soggiorno angusto della tua amica del cuore era il prezzo da pagare per migliorare. Sudare era importante. L’irraggiungibilità di Cindy si nutriva della nostra dedizione: non saremmo mai state come lei, ma avremmo lavorato duramente per provarci. Almeno fino a quel momento. Quel momento magico in cui ci sedevamo sul divano per vedere meglio come faceva l’esercizio. E una andava in cucina a prendere i Kellogg’s (non le patatine, avevamo ancora del pudore). E il pomeriggio finiva così: una scatola di cereali finita mentre discutevamo su come fosse meglio fare gli esercizi. Cindy sgambettava e noi continuavamo a chiacchierare. Chissà se anche il tappeto elastico avrà lo stesso effetto collaterale. 

Dante e i settecento anni di tifoseria

Da Ticino7 del 3 aprile 2021 

Anche i più distratti avranno notato, negli ultimi tempi, un fiorire di iniziative e articoli legati a Dante Alighieri, del quale ricorrono quest’anno i 700 anni dalla morte. In Italia si è pensato di celebrarlo coniando persino il terrificante nome di Dantedì per il 25 marzo, data in cui secondo gli studiosi sarebbe iniziato il celebre viaggio del Sommo nell’aldilà. 

Essere adulti significa anche affrontare gli incubi dell’adolescenza con serenità, pertanto ci accostiamo nuovamente all’opera con l’onestà intellettuale di chi ha superato il ricordo delle notti passate a studiare le parafrasi, capendo quasi tutto all’Inferno e dannandosi trai canti del purgatorio a quelli del Paradiso. Fa parte del gioco, dicevano i professori, Dante eleva il linguaggio progressivamente spingendolo il lettore a compiere un viaggio a propria volta.

Nel fioccare di iniziative per l’anniversario, c’è solo da scegliere dove ricominciare. Sono questi i momenti in cui si benedicono la banda larga, gli airpods e i contenuti meravigliosi che si trovano su Youtube o Spotify, come i podcast di Alessandro Barbero, storico dell’università di Genova ormai diventato icona pop per la capacità di raccontare storie e consentire a gente di mezz’età di recuperare ciò che la memoria (o un’ignoranza più radicata di quanto si pensi) seppellisce.

In questi giorni di celebrazioni dantesche guardiamo con inedita benevolenza anche il padre delle bambine, che si era messo in testa di avvicinarle al Sommo in tenerissima età. Ne era nata la tipica querelle pedagogica tra noi aspiranti montessoriane e il maschio sterminatore di sfumature: mettendole di fronte a tali difficoltà rischi di farle sentire perennemente inadeguate e sai che il bambino è una spugna (l’ho dice l’ultimo post proposto dall’algoritmo) ma non va forzato, le librerie devono essere ad altezza bambino e tu invece sembri volerle posizionare su una scala altissima. Poi è arrivato in casa persino il Dante di Geronimo Stilton e abbiamo alzato le mani. 

Ora la discussione si fa interessante, un po’ come con la professoressa del liceo, quando uscendo dal torpore adolescenziale si alzava la mano in protesta contro la somma ingiustizia d’aver posizionato Achille, Paolo e Francesca e prima di tutto l’amato Ulisse tra le fiamme dell’inferno. Un po’ affrontiamo Dante come una puntata di Amici, un po’ ci stupiamo del suo aver creato, settecento anni fa, situazioni che ancora oggi ci scaldano e ci coinvolgono. E oggi anche le bambine sono dalla nostra parte: “Bè, dai era certamente più colpa di Paolo che di Francesca e Achille, in fondo, faceva soltanto bene il suo lavoro di soldato!”.


L'era della suscettibilità e le colpe di Sissi

Da Ticino7 del 27 marzo 2021

 “Alla gente è stato insegnato a concepire un libro come uno specchio, invece che come una porta – o una finestra, insomma: un modo di guardare fuori”. La citazione di Fran Lebowitz è utile a spiegare perché L’era della suscettibilità (Guia Soncini, Marsilio) è un libro diverso da ciò che pensavamo fosse. Qui s’era pronti a lodare la capacità di tirare al respiro d’un saggio ciò che poteva essere detto nello spazio di uno degli articoli di giornali cui l’autrice c’ha abituato: il mondo d’oggi fa infinitamente pena con questa sua smania che ogni cosa sia innocua per non offendere nessuno e di gente pronta a offendersi, signora mia, oggi ne abbiamo a palate. “Sotto la notizia d’uno studio sul vaccino per il Coronavirus, i lettori del New York Times commentavano che il nome Imperial College offende i paesi che furono colonizzati dall’Impero britannico. Forse eravamo scemi anche prima, ma non potevamo notificarlo al giornale che leggiamo e al resto del mondo ogni volta che ci portavamo in bagno il telefono”.

Le notizie sono quelle che leggiamo di frequente, alzando gli occhi al cielo come si fa con le cronache dell’assurdo. Come quando la Disney rende disponibili in streaming vecchi titoli come Gli Aristogatti, ma per non incorrere nelle ire degli indignati perenni (i suscettibili, li definisce Guia Soncini) inserisce un disclaimer (trigger warning): “Questo programma include rappresentazioni negative e/o maltrattamenti di persone o culture”. La scrittrice J.K.Rowling viene accusata di essere transfobica per aver twittato in difesa di Maya Forstater, licenziata per aver detto che il sesso biologico esiste. Soltanto pochi giorni fa negli USA Condè Nast revocava l’incarico alla direttrice designata di Teen Vogue, Alexi McCammond, in seguito alle proteste per dei tweet offensivi contro le minoranze etniche pubblicati anni prima e poi cancellati. Le scuse non bastavano, soprattutto dopo che uno dei maggiori inserzionisti del giornale aveva ritirato gli assegni. Non è una tirata lagnosa in favore della libertà di espressione, piuttosto un manuale (Soncini si prende l’ingrato compito di spiegare termini come cancel culture, mansplaining, hate speech, slut shaming) disseminato di riferimenti pop imprescindibili. A un certo punto capirete perché è tutta colpa di una pubblicità L’Oreal degli anni Ottanta, di Lady Diana e della principessa Sissi. Il perché non ve lo anticipo: gli odiatori di spoiler sono particolarmente suscettibili. 



La duchessa e i calzini del principe

 Da Ticino7 del 20 marzo 2021

 “Io adoro le nonne”. Meghan Markle ha un tono giulivo mentre racconta di aver risposto in questo modo ad Harry dopo la proposta di incontrare la nonna e prima di apprendere che il protocollo richiedeva un inchino. Del resto, come lei stessa ha detto nella lunga intervista rilasciata ad Oprah Winfrey insieme al marito, non aveva mai googlato il suo amato. Il fatto che fosse un principe e che la nonna si qualificasse come Regina poteva legittimamente esserle sfuggito. Come ogni capolavoro, l’intervista è un tale insieme di ingenuità, perfidie e assurdità da risultare imperdibile. 

Antropologi ed esperti di politica estera, a rapporto: ci vorreste voi per commentare il candore con cui la giovane accusa di rigidità la monarchia inglese (un’istituzione che probabilmente la rigidità l’ha inventata, come ha scritto qualcuno) e l’assoluta tranquillità con cui sostiene di essere una donna di mondo, perciò abituata a incontrare gente famosa, “sai, vivo a L.A. e qui si incontrano continuamente celebrities”.

Psicologi a rapporto: nessuno a Palazzo, a detta dei due duchi riparati Oltre oceano per sfuggire alla trappola della Monarchia, si preoccupa di come ci si sente, solo di come si appare. E qui arriva il passaggio più esplosivo e problematico per i reali, secondo cui un imprecisato membro della famiglia avrebbe espresso preoccupazioni razziste sul colore della pelle di Archie. 

Harry racconta di aver cercato di incontrare la nonna, ma l’appuntamento prima confermato sarebbe stato annullato per i troppi impegni della Regina. “Quindi la Regina non fa ciò che la Regina vuole?” chiede Oprah maliziosa, giocando su un immaginario pubblico fatto di principesse sul pisello e regine di cuori onnipotenti e ansiose di tagliare teste. 

Eppure, forse la notizia più esplosiva è che guardiamo Meghan e Harry con l’accondiscendenza che si riserva agli innamorati: gente priva di senso del ridicolo, abituata a raccontarsi ciò che vuole e circondata da gente che aveva capito tutto da tempo ma mai si era premurata di dirgli la verità. E la verità, tesoro mio, è che avevi sposato un principe e oggi ti ritrovi con un marito con il calzino a metà polpaccio. O forse è questo il prezzo da pagare per averlo portato in un paese pieno di costumisti ma povero di cerimonieri? 



Orietta, il liscio e il mare

Da Ticino7 del 13 marzo 2021

Nella più completa e totale incoscienza, abbiamo iniziato a prenotare pezzi di vacanze. Oggi le foto di quella casa sul mare ci rendono forti e speranzosi, insieme alle giornate che si allungano. Su quel terrazzo che ricorda quello di Montalbano fantastichiamo di chiacchiere, calici di vino e sigarette a notta fonda. Sappiamo che è molto più probabile che quel mare impetuoso ci veda addormentate prima del tramonto e lo consideriamo comunque un lusso. C’è stato un momento imprecisato dell’inverno in cui abbiamo capito che prenotare ci avrebbe dato forza. E oggi che tremiamo nel pensare cosa ci riserverà il futuro, sappiamo che aver riservato ci dà speranza; un po’ come la giacca leggera comprata pochi giorni prima di essere rinchiusi in casa. 

Quella stessa ingenua speranza che, a ormai una settimana dalla chiusura del festival di Sanremo, ci ha trasmesso Orietta Berti, già destinataria di tutto il nostro entusiasmo prima dell’apertura delle danze. Dal duetto Maneskin-Manuel Agnelli ci aspettavamo i sentimenti strappa mutande che in effetti si sono scatenati, dall’usignolo di Cavriago l’eleganza che abbiamo avuto. “Grazie Amedeo”, ha detto salutando dopo l’esibizione della terza sera. Come quelle zie che ti guardano accondiscendenti quando ti fai il ciuffo di capelli strano e ti fai chiamare in un modo nuovo, magari Amadeus come il conduttore di Sanremo, ma per loro resterai sempre il tuo nome di battesimo. Orietta e con lei i meravigliosi Extraliscio ci hanno fatto venire voglia di qualcosa di antico che oggi appare più rivoluzionario che pensare alle vacanze: ballare.

Coi loro brani da balera ci siamo immaginati alla sagra della tagliatella sulla Riviera Adriatica oppure a quella della bistecca nelle colline dell’entroterra marchigiano. Seduti sulla panca intorno ai tavoli condivisi rivestiti di carta, con il bicchiere basso di vino e le tagliatelle al sugo trangugiate prima di scatenarsi a ballare, restando – noi giovani o presunti tali – a lato della pista, perché il centro è dei vecchi, quelli che si allenano tutto l’anno e volteggiano con una grazia senza pari guardandosi negli occhi, mentre noi fantastichiamo di quanto debbano essere innamorati per farlo. A loro il nostro sentimentalismo non interessa, sanno che il segreto è restare occhi negli occhi senza mai guardare i piedi. Fissare lo sguardo su ciò che dà la direzione, può essere anche una serata in riva al mare.