venerdì 18 gennaio 2019

Marie Kondo e la gioia degli oggetti

Da Ticino7 del 18 gennaio 2019

I momenti peggiori sono quelli del cambio dell’armadio quando siamo sommerse da vestiti che non sono più adatti a noi. Potremmo aprire l’amplissimo discorso dell’età giusta per ogni abito e invece oggi ci butteremo su altro. Ci butteremo nientemeno che sul magico potere del riordino così come esso è descritto (e certificato) dalla guru del settore: la giapponese Marie Kondo. Marie ha un’età indefinita e quell’allure tipica delle ragazze giapponesi. Trasuda ordine, calma e organizzazione da tutti i pori. Marie ha scritto un libro diventato un bestseller, alcuni anni fa, intitolato per l’appunto “Il magico potere del riordino”. A suo tempo ne leggemmo come il manuale perfetto del decluttering (leggi: togliere di mezzo tutte le cianfrusaglie inutili che si accumulano in una casa), oggi il “metodo Konmarie” ha migliaia di seguaci e consulenti certificati nel mondo e promette la felicità. Approcciatelo come me con il sorriso sornione di chi pensa si scomodino temi troppi grossi: in fondo si tratta solo di sistemare un armadio. O no? Dopo cinque minuti di video di Marie Kondo vi ritroverete a pensare che questo modo di piegare le t-shirt è assolutamente da provare. Ma il principio base del metodo di Marie è un altro: tenere in casa soltanto ciò che ci provoca gioia e buttare ciò che non lo fa, senza dimenticare di ringraziare ogni oggetto che finisce nella spazzatura. Da pochi giorni su Netflix è arrivata una mini serie in cui la fatina Marie plana nel regno del disordine, ossia le case di coppie e famiglie americane, per cambiare la loro vita. Vedrete uomini e donne accarezzare i propri vestiti e riempire decine di sacchi neri. Penserete a quanto siamo consumisti e a quante confezioni di pasta anche voi comprate senza ricordare di averne in dispensa un rifornimento annuale. Sorriderete di fronte a questi goffi americani che si innamorano di Marie e della sua promessa di essere più felici tramite il riordino. Penserete che è sciocco pensare di trovare il proprio posto nel mondo trovando quello giusto in casa per lo sbattitore elettrico che usate una volta l’anno e ripiegando i calzini comprati in offerta all’H&M. Penserete tutto questo ma inizierete a piegare le t-shirt in terzi. E a riporle verticalmente perché tutto sia ben visibile nel cassetto. Il magico potere del marketing non fallisce mai.


domenica 13 gennaio 2019

Cambiare i regali è da stronzi?

Da Ticino 7 dell'11 gennaio 2019 

Qualcuno si è tolto il dente subito dopo Natale, interrogandosi in quei giorni pigri e indefiniti che seguono le feste. Qualcun altro ha gingillato fino ad oggi quando siamo ormai prossimi alla scadenza entro cui tutti gli oggetti vanno cambiati o definitivamente accettati. La domanda, rimandata o già evasa che sia, è una: cambiare i regali è da stronzi?
La Ficcanaso ha condotto un’indagine scientifica al riguardo, ma prima di diffondere i risultati quantitativi è importante restituire il contesto che ha portato all’operazione.
L’amica numero uno è riuscita, dopo anni di tentativi, a spingere il marito nel negozio di gioielli giusto. Lui ha speso una cifra considerevole nell’unico oggetto che lei non indosserebbe mai.
L’amico numero due è rimasto di sasso quando lei, aprendo la borsa firmata comprata on line, ha detto la cosa peggiore che si possa dire di fronte ad un regalo: “non mi serve”. Non resta che sperare che quelle parole fossero un diversivo per “non mi piace ed è orrenda” e compilare subito il modulo del reso.
L’amica numero tre ha scartato e immortalato con orgoglio il regalo dell’unico uomo “che da 36 anni non sbaglia un regalo”. Del resto di padri che regalano cappotti cammello di Max Mara azzeccando modello e misura se ne contano davvero pochi.
Di fronte a tutto questo la Ficcanaso ha interrogato Instagram con la fatale domanda. Oltre l’80% delle persone che ha votato ritiene che cambiare i regali non sia un gesto da stronzi; solo il 20% è composto di duri e puri. Gente che probabilmente ha l’armadio pieno di accappatoi rosa confetto con frappe e maniche a pipistrello. O di Balenciaga del colore sbagliato.
La verità, checché ne pensi la maggioranza, è che cambiare i regali è da stronzi. “Ma una cosa del genere io non me la sarei mai comprata”, obiettano le amiche dando voce a quella parte di noi che non sa come smaltire il bomber di Alberta Ferretti in edizione limitata che la fa somigliare a un batuffolo di cotone sovrappeso. Del resto perché qualcuno dovrebbe regalarci qualcosa che ci compreremmo da soli? Un regalo è un rischio, la scommessa che qualcuno fa che ti piaccia qualcosa che non hai scelto. Un regalo è un gesto d’amore e in quanto tale irrazionale, meraviglioso e pericoloso. Ma l’amore ha in sé sempre la necessità di essere stronzi. E non solo in fatto di regali.


Domani è un altro giorno

Da Ticino 7 del 4 gennaio 2019

Discuteremo ancora a lungo di George Soros nominato persona dell’anno dal Time. Spero poi in altre scomode rivelazioni del New York Times contro Facebook. Finito di leggere Moby Dick proseguirò con Guerra e Pace, anche perché l’Ulisse di Joyce mi ha appassionato a tal punto nelle settimane scorse che è impossibile scendere di livello.
È durato sei-sette righe redatte nell’italiano zoppicante di chi si avventura in terre ignote, il mio proposito di mostrarmi una persona seria nel 2019. Mi sono sforzata di non includere nella lista il proposito di smettere di alzarmi alle cinque di mattina nel tentativo di finire ciò che ho lasciato indietro il giorno precedente. Non ho neppure citato l’obiettivo “meno dieci kg” con cui ammorbo chi mi sta intorno da dieci anni. Ho cercato di rendermi presentabile ad un pubblico più ampio e maturo.
Anche perché ho finalmente capito che le persone mature di propositi non ne fanno. Le persone, a questa età che è la mia, hanno raggiunto dei traguardi. Stanno bene con se stesse, qualcuno addirittura con il proprio corpo. C’è gente talmente sicura e appagata da fare numerosi figli. Le persone per bene non hanno propositi ma obiettivi. Nei propositi c’è sempre un retaggio strano, quasi superstizioso o addirittura religioso. Ti proponi di riuscire in qualcosa e fai di tutto per farcela, lasciando a Dio gli adempimenti. In Quaresima noi cresciuti col catechismo facciamo dei fioretti: somigliano a dei propositi e si infrangono con generosità. L’obiettivo, invece, è totalmente razionale, obbedisce a leggi certe. Perché, signora mia, funziona così senza bisogno di scomodare i santi: se non mangi, dimagrisci; se corri, sudi; se resisti, leggi qualunque cosa. Se non vuoi, non t’innamori.
Ebbene, il mio proposito per quest’anno è di farne ancora tanti, di propositi. Mi propongo di non piangere durante il cambio dell’armadio, di non sentirmi in colpa ogni sera, di risparmiare, di correre, di non posticipare le scadenze fino all’ultimo secondo disponibile, di imparare ad usare Excel, di contare i soldi, di smettere di pensare al parka di Saint Laurent che non ho comprato l’inverno scorso. Farò in modo che siano propositi e non obiettivi. In caso di insuccesso, è sempre meglio gridare contro il cielo che allo specchio.

martedì 1 gennaio 2019

Un bagno esistenziale

Da Ticino7 del 28 dicembre 2018
Il vicino del piano di sotto ha bussato alle sette di mattina nell’unico giorno in cui non stavamo suonando il pianoforte sopra la sua testa. Ci siamo guardate terrorizzate, consapevoli di essere momentaneamente sprovviste di un maschio che potesse interfacciarsi col vicinato. Non ci sono mai quando servono, ci siamo dette facendoci avanti, con i nostri bei pigiami e i capelli arruffati. Il vicino non aveva mai sentito il pianoforte, ma quella mattina si era svegliato con l’acqua che gocciolava dal soffitto.
Non so, miei cari amici e lettori maschi, se sarò in grado di significarvi lo scoramento di quegli istanti. Diciamo che noi donne di fronte a un problema idraulico siamo come voi di fronte a un raffreddore. Disorientati, confusi, devastati all’idea che certe cose della cui esistenza non ci eravamo mai preoccupati possano decidere, addirittura, di smettere di funzionare. L’idraulico è arrivato come un’ambulanza al pronto soccorso e il responso non è stato dei più confortanti: lavatrice, lavello e lavastoviglie inutilizzabili fino a nuovo ordine. Certo, c’è la scusa per andare continuamente fuori a cena e mangiare in piatti di carta, ma a lungo andare la prospettiva di lavare i pochi piatti nella vasca da bagno non è confortante.
Vi risparmierò i preventivi e i dettagli, vi basti sapere che siamo entrati nel tunnel dei lavori, che devono ancora iniziare e mi hanno già sfinita. All’architetto (men che meno all’idraulico) è pressoché impossibile spiegare che in questa casa, fino a due anni fa, i quadri non si appendevano ma si appoggiavano ai mobili e alle pareti, spaventati dalla definitività dei chiodi.
I cambiamenti ci spaventano e li troviamo non necessari. Le decisioni, non ne parliamo. Notti insonni per il lavoro, a pensare se cambiare o meno, per poi ritrovarsi dopo poche settimane al punto di partenza, convinte che non saremo mai a nostro agio fino a che non cambieremo noi stesse. Noi che sul bordo dei quarant’anni dovremmo saper scegliere tutto e invece ci sentiamo tremare le gambe di fronte a scelte che potrebbero davvero cambiarci la vita: doccia o vasca?

Feste da morire

Da Ticino 7 del 21 dicembre 2018
Per qualcuno è il soggiorno di casa, rivestito di pop corn nel giro di mezz’ora, per altri è il portafoglio, svuotato per il piacere di vedere i bambini divertirsi e il soggiorno di casa risparmiato. Chi ha figli in età scolare che compiono gli anni d’inverno può comprendere e condividere il cruccio di organizzare una festa per bambini in quei giorni deliranti che precedono il Natale. Per quanto ci riguarda abbiamo mandato gli inviti con un preavviso di circa un mese e mezzo, per poi procedere a un recall sulle madri degli invitati due settimane prima e infine gentilmente minacciare le madri amiche a presentarsi a questa festa che ci costerà un occhio della testa e che abbiamo deciso di chiamare brunch perché nessuno ci guardi male quando metteremo un prosecco sul tavolo del buffet prima delle ore 13. Nel frattempo, dal giorno degli inviti al giorno effettivo dei festeggiamenti, abbiamo assistito a numerose “feste degli altri”, ovviamente con l’occhio clinico del condannato che vede gli altri salire sulla forca. Abbiamo visto soggiorni pieni di mobili del Settecento presi d’assalto da bambini sotto i sette anni, bambini intrattenuti da attori-scienziati, versioni hard core dell’immortale truccabimbi. All’ultima festa ero tra i pochi genitori rimasti ad assistere alle performance degli attori-scienziati. È stato sul finire, quando alcuni genitori stavano già procedendo al ritiro dei figli e noialtre ci avventavamo sulle pizzette avanzate, che sono iniziate le urla. Non sembrava un litigio qualsiasi, la bambina urlava tantissimo e la babysitter inglese non sapeva come uscirne. “Sì mamma, quella bambina urla sempre, anche in classe. E c’è sempre un’insegnante speciale con lei”. L’ho abbracciata e consolata dicendole che anche io avrei voluto urlare. Urlare perché non c’era il prosecco nel buffet e perché queste feste mettono a dura prova anche i miei nervi. Ci siamo abbracciate e siamo rimaste per un bel po’ sul pianerottolo ad aspettare che quella rabbia passasse, che gli altri bimbi andassero via, a raccontarci senza parlare quanto ci sentissimo sole e incomprese. Tornando a casa ho spiegato alle bimbe che mi ero sbagliata: non sempre si urla per maleducazione. Qualche volta si urla per paura. E perché qualcuno ci regali un abbraccio.



Il romando degli ex

Da Ticino7 del 14 dicembre 2018
Ai tempi di quello che mi ha spezzato il cuore con più classe e metodo, io Facebook non ce lo avevo. Scuotete pure la testa mentre vi dico che ho attivato un account anni dopo, quando – buona ultima – ho iniziato a far parte di quegli impresentabili che coi social hanno a che fare per lavoro. A quei tempi mi appendevo ai tre puntini dei suoi sms, privi di emoticon ma pieni di sadismo che a me pareva poesia. A quei tempi ogni tre settimane gonfiavo il petto dicendo che basta, non voglio più vederti, non mi servi a nulla. Poi succedeva che passavo dalle sue parti e io, modestamente, in geolocalizzazione di spezzacuori sono campionessa olimpica anche grazie a lui.
Quattro righe confuse per prendere coraggio e arrivare di schianto a dirvi che questa è una lettera aperta a tutti i nostri ex. A quelli che neppure sapevano di esserlo, a quelli che ancora non si rassegnano ad esserlo, a quelli che ci hanno dedicato canzoni incomprensibili, a quelli che per fortuna se ne sono andati. Nel sussidiario dei sentimenti che sto scrivendo la tassonomia sarà ancora più lunga e completa e soprattutto conterrà un’appendice di grandissima utilità: il diagramma di Gannt dei sentimenti in dismissione, per prevedere e pianificare le sorprese che gli spezzacuori faranno al tuo cuore nel prossimo futuro.
Sotto ai trenta, statisticamente, stanno con un'altra. Lo scopri per qualche like su Facebook e poi è un susseguirsi di dimostrazioni che con la nuova fiamma fanno tutto ciò che si rifiutavano di fare quando stavano con noi. Sopra i trenta, invece, gli ex hanno dei figli. Per qualcuno è un passo difficile da accettare, per altri invece, è il lieto fine inatteso: è arrivato qualcuno che spezzerà il cuore anche a loro. Poi gli ex si sposano e tendenzialmente questo accade in quel decennio pericolosissimo che va dai trenta ai quaranta. Superato lo shock, la maggior parte di noi si trasforma in Enzo Miccio rincoglionito dalla gelosia e sentenzia che un matrimonio così cafone non glielo avrebbe permesso mai. Prima di arrivare agli ex che muoiono, scontato ma sempre dimenticato passaggio, per alcuni ci sono passaggi imprevisti: ex che scrivono romanzi. “Vive in provincia, ha due figli, ama correre”. Ebbene, quello che a vent’anni era trasgressione, poesia, ideali duri e puri, oggi è una borghesissima quarta di copertina. Una veloce ricognizione dei social rivela che negli ultimi mesi ha passato i weekend in giro per città e paesi a promuovere quel romanzo in cui, lo stai leggendo, non c’è traccia di te. Non leggete mai il libro di un vostro ex, o saprete con certezza che vi ha dimenticate.

L'ultima fiaba di Wal Disney

Da Ticino7 del 7 dicembre 2018
Tra pochi giorni sarà di nuovo il suo complemese e noi potremo assistere ai festeggiamenti da privilegiati: come sempre comodamente seduti sul nostro divano o stipati su qualche mezzo pubblico che ci porta ai nostri lavori ordinari. Ci saranno come sempre mamma e papà e in secondo piano gli zii, gli amici, i cognati, gli amici diventati colleghi di lavoro e i colleghi di lavoro diventati amici come solo può accadere (o almeno sembrare di accadere) nel magico mondo dei Ferragnez. Leone Lucia Ferragni, figlio di Chiara e Fedez, è un bambino irresistibile e allegro. Sempre sbaciucchiato da gente con almeno centinaia di migliaia di follower e assolutamente abituato ad essere fotografato. Le madri pedagogicamente consapevoli (tradotto: rompiscatole) hanno già notato che viene esposto a un numero un po’ troppo elevato di cartoni animati. Ma la Ficcanaso ha infinta fede nel potere salvifico dei social e della ricchezza da credere che le ottime scuole che frequenterà gli consentiranno di non risentirne.
Non riusciamo a non appassionarci a questo romanzo popolare per immagini che ha molto più a che fare con l’autostima che con la fortuna. C’è il papà che fa le flessioni sul terrazzo dell’attico, il bimbo che sbava allegro sulle magliette di Gucci, la mamma con le foto sexy in costume e poi le storie da Casa Vianello, con la famiglia spiaggiata davanti a un televisore grande come il nostro bagno a guardare qualche programma trash prima di addormentarsi come chiunque di noi. Le stories di Instagram durano 24 ore ma tutto è scolpito nella nostra memoria. A cominciare dai periodici tour guidati nel guardaroba.
C’è qualcosa di magico e irresistibile in Chiara Ferragni e la dimostrazione plastica l’abbiamo avuta poche settimane fa, quando ha partecipato come madrina alla parata per i 90 anni di Topolino a Disneyland Paris. Quel giorno Chiara ha postato tante frasi di Walt Disney, quelle arcinote sulla potenza dei sogni e sulla determinazione. Quelle che noi usavamo nelle presentazioni aziendali per scaldare i cuori e che in bocca a lei, calata come una principessa in quel mondo di fantasia e di sentimenti zuccherosi creato dal vecchio Walt, sembravano completare perfettamente la sua poetica, quella che ci consuma le batterie dello smartphone ogni sera. “Se puoi sognarlo puoi farlo”, diceva il vecchio Walt. Se puoi postarlo, meglio ancora.

mercoledì 28 novembre 2018

Kafka e il productivity planner

Da Ticino7 del 30 novembre 2018
Il mio productivity planner dice che nessun compito è impossibile per chi sa come affrontarlo e dunque per chi – ovviamente – possiede il productivity planner. A farne molto di più di un’agenda infarcita di frasi motivazionali è la garanzia di piena soddisfazione organizzativa fornita a coloro che impareranno a suddividere i propri compiti in altri compiti più piccoli. Ogni obiettivo può dunque essere raggiunto se affrontato in intervalli da 25 minuti ciascuno. Durante i 25 minuti di lavoro (l’unità di misura della produttività dura meno di un massaggio rilassante) occorre lavorare e basta. Significa che il telefono va messo in modalità aerea, le email non si guardano, è vietato alzarsi e il tempo deve essere scandito da un cronometro, nessuna sbirciatina ai profili instagram degli ex e delle amiche felici è consentita. Si può recuperare al termine di ogni unità di misura da 25 minuti, quando sono previsti 2-3 minuti di riposo per sgranchirsi le gambe e andare in bagno. Alla fine di ogni giornata o settimana è fondamentale darsi un voto, valutando i propri risultati rispetto alle previsioni. Dimenticavo di ricordarvi che la cosa principale è stabilire un ordine di priorità, identificando i cinque obiettivi più importanti della settimana, raggiunti i quali ci si potrà dire soddisfatti.
Così l’altra mattina mentre cercavo di stabilire la top five della settimana al termine della quale mi sarei guadagnata un premio ho iniziato a sfogliare le pagine. Per scoprire che “tutto ciò che vogliamo è appena fuori dalla nostra comfort zone”. Poche pagine dopo ho appreso che anche Kafka si è occupato di produttività, a giudicare dalla citazione da lui attribuita secondo cui “produttività è essere capace di fare cose che non saresti mai stato capace di fare prima”. Eccomi, ho pensato: il bilancio di casa è alla mia portata a colpi di sessioni da 25 (il tempo di una messa in piega). Altre due pagine di obiettivi raggiunti, mi sono detta, e farò dei post con #ilovemylife e #ilovemyjob, gli hashtag delle persone soddisfatte. Fino a che ho girato pagina e ho trovato un’altra citazione detta: “You don’t need more time in your day, you need to decide”. Ora ho 25 minuti per concludere che non ce la farò mai.