martedì 31 dicembre 2013

Natale e la maledizione del fotoregalo

Dal Giornale del Popolo del 27 dicembre

Confessatelo. Guardatevi allo specchio e almeno adesso che Natale è passato dite la verità a voi stessi e a chi vi sta intorno. La maledizione del fotoregalo ha colpito anche voi e ora vi ritrovate oggetti domestici da cui spuntano, plastiche e sorridenti, le facce dei vostri cari. Nove volte su dieci si tratta di bambini, perché è l'arrivo dei pargoli in famiglia che rende dilagante la tentazione di un regalo francamente inimmaginabile prima dell'improvvisa ventata pro life nelle nostre case. Il calendario con le foto delle zie? La tazza con il primo piano di quel simpaticone del cugino più attraente? Niente di tutto questo sembrava rientrare nei criteri della decenza, neanche in preda della più acuta disperazione da regalo natalizio. Poi, come spesso accade, sono arrivati i bambini e i nostri criteri estetici ed etici sono stati sovvertiti prima che faccessimo in tempo a dire: «Ah». L'abbondanza di siti che permettono di caricare le foto direttamente dal telefono e di riceverle a casa stampate su qualunque oggetto (dai libri, alle tazze, passando per i più classici calendari) fa il resto. Così adesso avrete dodici mesi per osservare la nascita dei dodici denti di vostri nipote, immortalate da una donna un tempo normale che uno smartphone e la maternità hanno trasformato in una scattratrice seriale di fotografie. Vi consolerete ingollando bevande calde accompagnate dagli avanzi del panettone. Fino a che l'immagine del cuginetto alla prima cacca nel vasino non farà capolino sulla tazza tra i fumi del té. 

Rotto un presepe se ne fa un altro?

Dal Giornale del Popolo del 20 dicembre

Il presepe comperato in un impeto equo e solidale ai tempi della taglia 42 reale è andato in pezzi. Pezzi relativamente ordinati che hanno lasciato inalterate le fattezze di Maria e Giuseppe, ancora peruviani e sorridenti intorno all'unico superstite della famiglia: Gesù. Lui è scampato al risvolto inevitabilmente distruttivo della curiosità della bambina di meno di due anni che aveva deciso di farne la conoscenza. Lo ha salvato il suo essere tozzo e piccolo: certo, che è caduto anche lui un paio di volte, ma ha dimostrato di avere il fisico per resistere. Ora abbiamo un presepe improbabile fatto di un paio di statuine napoletane, quel che resta di Maria e Giuseppe e un Gesù bambino piazzato nella composizione prima di Natale giusto per non lasciare totalmente sguarnita la capanna. Sarà che negli stessi giorni andavano in pezzi altre pseudocertezze e immagini, ma il segno da queste parti è stato interpretato con la scaramanzia che solo abbondanti dosi di ormoni e malinconie prenatalizie possono produrre. Perché quel presepe faceva ridere tutti tutti gli anni, ma di fronte alle critiche razziste degli amici per niente progressisti dava sempre qualcosa di cui discutere. Ora è tutto in pezzi. E noi dobbiamo attrezzarci con una sacra famiglia come si deve (e Dio solo sa quanto sia difficile trovare al giorno d'oggi un bambin Gesù che non somigli al piccolo crucco della confezione dei Kinder) e soprattutto pecorelle in plastica, pronte a migrare in ogni parte della casa agli ordini della bambina che non ha mai distrutto niente. Se non il presepe contro cui il padre tifava da anni.

venerdì 13 dicembre 2013

Il marketing di noi stesse

Dal Giornale del Popolo del 13 dicembre

I parti perfetti sono come i figli perfetti. Sono quelli degli altri. Non importa che lo siano veramente, importa che lo siano nelle parole di chi li sponsorizza perché capace di un marketing sincero ed efficace della propria vita. Io e l'amica improbabile ci guardiamo negli occhi ogni tanto e ci capiamo subito: se solo sapessimo tenere in alta considerazione noi stesse come l'amica di riferimento domestico tiene in alta considerazione il suo detersivo per il bucato. Neanche il tempo di ordinarne una confezione dalla sua tintoria di fiducia, confuse e contente come davanti a una bancarella alle fiere di fine estate, e ci domandiamo cosa manchi a noi per avere un briciolo di una sicurezza simile sul resto della nostra vita. Perché noi ancora non siamo del tutto convinte che sia una buona idea avere dei figli, quali favole leggergli, quando iniziare lo svezzamento e se la frutta non sia un inizio troppo audace. E poi asilo nido o baby sitter, scuola statale o privata. E poi ci sono quelle di noi che si avventurano nel secondo figlio e dal primo non hanno imparato niente ed è tutto ricominciare con le indecisioni: dal dove partorire, al credere in un travaglio che sembra impossibile o prenotare un cesareo espresso. Tutto a creare una buona dose di confusione pre parto che non sai ancora se ti sconterà un po' di quella (tradizionale) post partum. Però sappiamo che sarà un'altra femmina. Ha anche una ipotesi vagamente probabile di nome e di sicuro finché la sua cute sarà di nostra competenza non indosserà mollette di Hello Kitty e altri animali zoologicamente indefiniti. Non è poco.

domenica 8 dicembre 2013

L'amore è un grande progetto di design

Dal Giornale del Popolo del 6 dicembre

C'è la sedia per il mal di schiena di Irma. C'è la poltrona-letto per far dormire Giovanna nella casa al mare, quella ricercatissima e signorile per Carlo. E poi le lampade per l'altra figlia. E tutte le cose inventate per se stesso e dunque perfette per tutti, a cominciare da un posacenere per cui varrebbe la pena riprendere a fumare. Decine e decine di oggetti che abitano le nostre case in maniera discreta e solida, come sentinelle schierate per ubbidire a quel comandamento che Achille Castiglioni dava ai suoi progetti: «Gli oggetti – diceva – devono fare compagnia». Visitare lo Studio Museo di Achille Castiglioni a Milano è come entrare in una casa in cui siamo sempre stati. I ragazzi delle scolaresche in visita riconoscono cose che hanno visto nelle soffitte delle nonne o in qualche angolo  di casa. Ci sono persino interruttori che sono in tutte le lampade del mondo e quasi nessuno sa che a progettarli è stato proprio Achille Castiglioni. E queste, racconta la figlia Giovanna che apre le porte dello Studio Museo a chi prenota una visita, sono le cose che gli davano più soddisfazione. Sulla funzione delle cose non si dilungava troppo: è evidente che un cucchiaio da maionese deve servire a pulire bene tutto il barattolo, o no? Per la sua Irma ha inventato una lampada con luce direzionabile, perché lei potesse leggere la notte a letto mentre lui dormiva. L'ha chiamata Gibigiana, il termine lombardo con cui si indicava il gioco dispettoso dei bambini che si divertivano a riflettere i raggi solari con uno specchietto. Come a dire che l'amore è un dispettoso corteggiarsi per fare pace la sera. E anche un grande progetto di design.

giovedì 5 dicembre 2013

I vantaggi del passare del tempo e i nuovi campionati

Dal Giornale del Popolo del 22 novembre

«Tu sottovaluti i vantaggi del passare del tempo». È per amici come questi che dovremmo ringraziare ogn'ora il Signore che così ci permette di non cadere in depressione nei momenti di pausa forzata dal lavoro, quelli in cui patiamo terribilmente la mancanza di qualcosa per cui lamentarci. E il lavoro, si sa, è sempre la cosa migliore. Perché se ti lamenti del peso forma vieni giudicata frivola, mentre gli strali contro i ritmi impossibili, l'impossibilità di conciliare eventuali famiglie, l'assoluta mancanza di soddisfazione personale, l'ottusità dei capi di oggi sono il jolly di ogni conversazione contemporanea. Diverso è il caso del prendersela con l'andare del tempo, pericoloso perché insinua subito nell'interlocutore il sospetto che il lamento sia interessato (come se non lo fosse sempre) e che fondamentalmente la donna che si esibisce in analisi sociologiche approfondite abbia semplicemente guardato nell'armadio e trovato vestiti da buttare non perché passati di misura ma perché passati d'età. Le più ardite di noi ci hanno anche provato, a eliminare i giovanilismi, a selezionare capi di un unico stile di riferimento adatto al campionato in cui si sentono di giocare adesso. Il punto è capire quale sia, questo benedetto nuovo campionato. I giocatori a fine carriera vanno in paesi esotici in cui le loro stelle passate brillano come in passato. Ma il dubbio che il nostro campionato esotico sia quello della bellezza interiore ci costringe in panchina. O nella disperata rincorsa dei campionati che furono.

E siccome è facile incontrarsi anche in un grande social network...

Dal Giornale del Popolo del 29 novembre

L'abbiamo provata tutti quella sensazione di qualcosa che sfugge e scorre via proprio nel momento in cui pensavamo di avere le cose sotto controllo. Di certo influisce il freddo polare di questi giorni e il fatto che con le tazze di tè con cui siamo costrette a scaldarci vadano a nozze biscotti al burro e pensieri non meno ingrassanti dei biscotti. Di certo ha influito anche il fatto di aver ricevuto un messaggio di Whatsapp dalla cuginetta cui insegnavamo le filastrocche di Natale e che oggi ha una foto profilo in bianco e nero da far invidia alle modelle delle agenzie. Di certo ha influito questa sensazione di essere sull'orlo di una guerra e di affrontare, ancora, cambiamenti troppo grandi per le nostre povere ossa. Comunque, per un motivo o per l'altro, alcune di noi si sono messe a ripensarli tutti, gli uomini. E alcuni hanno foto dei figli su Facebook, altri annunciano matrimoni sobri, altri professano religioni nuove e non meno fondamentaliste di quelle di prima. Altri, semplicemente, li abbiamo sepolti talmente bene che ora fatichiamo a soddisfare curiosità resuscitate. Perché siamo donne e fiorellamannoiamente abbiamo troppa fantasia e se diciamo una bugia è una mancata verità. E così oggi, anni e figli e matrimoni dopo, pagheremmo una bella cifra per sapere se quella cena indefinibile, di cui tra poco ricorre l'ennesimo anniversario, per lui significasse qualcosa oppure no. Sono tante le domande oziose, con questo freddo. E ci scalderemmo molto rinfacciandogli che lui nemmeno se lo ricorda, l'anniversario dell'inizio del diluvio.

venerdì 15 novembre 2013

Ancora contro la consapevolezza alimentare

Dal Giornale del Popolo del 15 novembre

Siamo rimaste in poche e dobbiamo esserci distratte tutte nello stesso momento. Quel momento che è bastato per trasformare le nostre amiche in appassionate di cucina, sperimentatrici di ricette e instragrammatrici seriali dei propri piatti. Se non lo sono hanno sposato qualcuno che sa farlo al posto loro e con cui condividono la religione che infesta il decennio, quella della consapevolezza alimentare. Conoscono gli alimenti in un modo molto diverso da noi ragazze sotto perenne minaccia della dieta. Loro non contano le calorie né distinguono i grassi da girovita contro quelli da girocoscia. O almeno fingono di non farlo. Si mostrano mentre valutano la genuinità dei cibi, si vantano di leggere le etichette al supermercato senza accontentarsi del packaging accattivante. Se capita modificano anche le ricette a seconda dei propri gusti, mentre la vera inadatta in cucina si riconosce perché se tra gli ingredienti compare il “sale di Maldon” esce di casa anche in mutande pur di avere quel che serve. È talmente a disagio in quel campo non suo che sa che anche la minima improvvisazione potrebbe innescare tragedie assortite e irreparabili. Piuttosto che cucinare per un uomo l'inadatta lo invita a cena fuori tutte le sere. Ma almeno è spietatamente sincera quando si guarda allo specchio e sa che non ci sono proprietà degli alimenti da addurre come scusanti: l'unico modo per dimagrire è digiunare

Vanno, partoriscono e ritornano

Dal Giornale del Popolo dell'8 novembre

Vanno, partoriscono, ritornano. E se prima le foto dei social network erano dominate da pancioni e finte battute autoironiche sulla propria mole, poi arrivano le facce non richieste dei figli, giusto il tempo per tornare in forma e sfogggiare un dimagrimento come si deve. Se la duchessa di Cambridge avesse Twitter potremmo aver conferma di tutto questo e invece ci tocca accontentarci di Kim Kardashian e affini. Da un po' non si hanno notizie di Jessica Simpson, probabilmente impegnata a onorare il suo contratto con Weight Watchers che prometteva di rimetterla in forma dopo due gravidanze ravvicinate. Ma non dovremo aspettare molto affinché anche la burrosa Jessica ritorni per immortalare in ogni dove le sue ossa ritrovate. E allora non ci saranno più scuse. Weight Watchers ne mette in forma una per educarne cento e tutti i vostri alibi si riveleranno per quello che sono: patetici. L'allattamento, l'età, la stagione invernale, il bambino prematuro, la forma del bacino che cambia, l'anno di decompressione da far passare con pazienza. Nulla più giustificherà quello che siete. Ormai maternità significa tornare in ufficio e in pubblico più splendenti e magre come non siete mai state. Se per farlo è necessario nutrirsi di finocchi per un'intera stagione cominciate a riempire il frigo. Nessuno vi farà sconti.

venerdì 25 ottobre 2013

Poveri bimbi (e madri) di

Dal Giornale del Popolo del 25 ottobre

Per qualcuno sentirsi chiamare “mamma” potrebbe avere l'effetto di vedere una sorella ecologica e atelevisiva su Whatsapp. Sgomento, sorpresa, un po' di gioia e la netta sensazione che presto ci saranno troppe domande a cui rispondere. Eppure la maggior parte delle persone trova indispensabile parlare dei propri figli e del proprio approccio alla maternità. C'è chi omaggia il cliché ostentando una vita in cui nulla è cambiato e chi lo fa esibendo la fine della propria vita sociale come un trofeo. È un tema, quello della maternità, che non interessa per nulla la Ficcanaso. Le interessano le creme migliori, le interessano i vestiti che non facciano sembrare i piccoli perennemente in pigiama o addobbati tipo albero di Natale. Le interessano i consigli (quei pochi utili) per l'allattamento, le interessa spiare le mamma ancorate con una mano all'altalena e con l'altra alla timeline di Twitter. Le interessa immalinconirsi sui poveri bimbi di Milano di gucciniana memoria, felici di giocare in quegli spazi recintati ricavati in mezzo alle aiuole. Le interessano i tormenti di neomamme che fissano l'esserino sentendosi terribilmente inadeguate, devastate dall'idea di non sentirsi il cuore scoppiare come dovrebbe di fronte a versi che altri parenti giudicano tanto espressivi. Le interessano le cose che succedono a lei e poche altre. Michelle Hunziker ha tutto il diritto di tornare a lavorare mezz'ora dopo il parto e altre madri di piangere pensando a quanto sia impegnativo affrontare le scale per uscire di casa con un bambino che da un momento all'altro potrebbe trasformarsi in un roditore di seni. Perché ci sono molti diritti, ma il primo è quello a farsi beatamente gli affari propri. A meno che non si tratti del Royal Baby, certo.

venerdì 18 ottobre 2013

Al Bano, Romina e i giri immensi degli amori


Lei che intima di non interrompere, lui che dice che certo che li mangia anche lui i cibi sani e lei non ha nessun diritto di utilizzare un concerto in Russia per tentare di vendere il suo olio biologico. E poi le note del giornalista sul fatto che hanno ancora una bella voce, che si capiscono ancora, che sanno ancora cantare insieme. Che dopo 14 anni da divorziati, quattro figli di cui una misteriosamente scomparsa, c'è ancora il tempo e la voglia di punzecchiarsi come una coppia qualsiasi. Perché si può divorziare, lasciarsi e odiarsi come si deve ma tutto quel patrimonio di consuetudine che si è stratificato addosso negli anni di un amore travolgente e precoce non finirà mai. Tornerà sempre, almeno come diritto di rinfacciarsi cose e correggersi piccole maleducazioni. “E non mangiare in quel modo e non mordere il pane e tienila bene la forchetta”. Il giorno in cui ti ascolti dire certe frasi pensi con orrore che ti stai trasformando nella madre del tuo uomo. E poi accade che passa il tempo e ci si ritrova molti anni dopo che la parola fine è stata pronunciata. Per caso o per un ingaggio milionario, come è successo ad Al Bano e Romina convinti da un riccone russo a cantare insieme per una piccola tournèe. E la cronaca della vigilia della loro riunione artistica, centinaia di migliaia di km lontani da Loredana Lecciso e da New Orleans, rendeva imperdibile un trafiletto del Corrieredi ieri. E riappendeva noi facilmente impressionabili a quel verso malandrino di un Venditti da dimenticare: certi amori, non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano.

venerdì 11 ottobre 2013

Pur di non parlare di Michelle Hunziker

Dal Giornale del Popolo dell'11 ottobre

E così è passato anche il matrimonio di Belen, criticabile e invadente come ogni matrimonio (perché l'istituto non sarà mai redento dalla sua connaturata cafonaggine nemmeno dall'anticliché della cerimonia intima). Ora che Stefano ex ballerino di Amici ha fatto di Belen Rodriguez una donna onesta, possiamo concentrarci su quel che conta e spulciare dal basso del nostro inesistente tono muscolare (ormai certificato da professionisti) le foto della cerimonia. Perché di quel vestito vergognosamente scollato e pacchiano vogliamo parlare? E che dire del velo da principessa? Ma non vi sarà mica sfuggito il dettaglio delle scarpe? Il sottotesto di ogni dichiarazione o chiacchiera da bar è che c'è una folta schiera di donne abbastanza realista da sapere di non poter competere nei contenuti, ma fermamente convinta che, se mai fosse dotata di quell'ingente patrimonio di fascino e bellezza, saprebbe sicuramente gestirlo meglio della legittima proprietaria. Siamo noi, noi che la sappiamo più lunga di tutti, le fruitrici principali delle fotogallery dei giornali on line che indignano i nostri uomini. Noi, che pur di evitare l'ennesimo commento acido e scontato sul nome scelto da Michelle Hunziker per la sua seconda figlia (dopo Aurora, Sole), ci riduciamo a spulciare una notizia vecchia di settimane, come il matrimonio di Belen.

venerdì 4 ottobre 2013

Ode a Olivia Pope, che ci fa credere che non c'è casino inaggiustabile

Dal Giornale del Popolo del 4 ottobre

In ogni relazione la scoperta delle serie tv ha infuso nuova linfa, creato nuovi stimoli, salvato matrimoni a corto di parole, scaldato inverni interminabili e dato un senso a estati torride in città con l'aria condizionata al massimo e i bambini in villeggiatura. Il motivo per cui le serie tv (soprattutto quelle americane) avvicinano gli uomini e le donne è che possiedono per natura ciò che ogni amore perde con l'inesorabile andare del tempo: un'ottima sceneggiatura, tempistiche serrate e colpi di scena che ti fanno venire voglia di andare avanti, soprattutto se quell'avanti è un nuova puntata di trenta (o al massimo 60) minuti a notte fonda («Dai, solo un'altra e poi andiamo a dormire»). Trenta minuti sono il tempo giusto per non addormentarsi, il tempo per tenersi per mano nei momenti salienti dell'azione senza sentirsi ridicoli, per amare quei personaggi costruiti per rapirci il cuore. L'ha fatto Grey's Anatomy; l'ha fatto (e pare un secolo fa) Sex and the city (invero adatta poco agli uomini e molto alle donne); lo fa (e ha ricominciato a farlo ieri sera con la terza serie iniziata negli Usa), Scandal, la serie ambientata nei palazzi del potere di Washington che gira intorno a Olivia Pope, di professione “fixer”. Letteralmente “aggiustatrice”. Il suo motto è “everything can be fixed”: tutto si può aggiustare, tutto si può risolvere. Si tratti di matrimoni, corna, scandali sessuali, trame, casini politici, accuse ingiuste. Olivia Pope ci crede e sa farci credere che è vero. Per numerosissime sessioni di sessanta gloriosi minuti. E quando spegni la tv pensi che tutto si possa aggiustare. Persino la maledetta luce dello sgabuzzino su cui vi scannate da giorni.
Dal Giornale del Popolo del 27 settembre
Sono le occasioni più difficili, quelle in cui il fatto di avere una discreta dose di tempo a disposizione richiede che il margine d'errore venga ridotto al minimo. Sono le occasioni in cui essere assolutamente impeccabili perché sai già cosa succederà e chi incontrerai e non c'è sorpresa da accampare come scusa per la sciatteria. Perché non sei in giro per la città con le scarpe da tennis e i capelli pinzati in testa. Non stai portando fuori la spazzatura in infradito. Non sei appena uscita a un ospedale in fiamme. Anche ammesso che ognuna di queste occasioni giustifichi l'impresentabilità di sicuro essa non può venire tollerata in una occasione fissata da tempo, in cui la buona creanza impone d'essere premeditatamente perfette. Così – dato che non sei certo una pivella – avevi programmato la parrucchiera, l'estetista, la sessione di shopping efficace ed efficiente senza distrazioni né amiche né pargoli tra un piedi. Avevi pensato a tutto prima che una concatenazione di malattie, sfortune e tempeste tropicali si abbattesse sul tuo quartiere. Così ora hai una piastra con cui improvvisare una piega, uno smalto da sistemare alla meglio e l'insistente preghiera che almeno gli altri siano ingrassati.

venerdì 20 settembre 2013

Io, te, iOS7 e un videomessaggio

Dal Giornale del Popolo del 20 settembre

Degli aggiornamenti si occupa qualcun altro. Accade anche con le bollette, il calcolo delle tasse e tutta un'altra serie di cose il cui disbrigo rende desiderabile la presenza non saltuaria di un uomo nella vita. Quelle di noi che hanno a tal punto bisogno dell'assistenza tecnica e tecnologica da fidanzarsi o sposarsi ne hanno approfittato anche per l'ultimo aggiornamento software dell'iPhone. Lui ha avviato la procedura prima di dormire, noi siamo andate a letto con il presentimento che nulla sarebbe più stato come prima. E in effetti la sveglia è stata traumatica: i colori sgargianti, i caratteri paurosamente snelli a confronto di icone enormemente invadenti nel design e nei colori. Per non parlare delle novità di contenuto (upgrade, li chiamano) che ci siamo rifiutate di esplorare e che hanno amplificato paurosamente la sensazione di possedere un oggetto che sappiamo usare per un quarto delle sue potenzialità. Per carità: niente di irreparabile per le fan dell'accumulo felice che possiedono diverse decine di borse e paia di scarpe e ne indossano abitualmente tre. Eppure l'episodio aggrava la diagnosi di inguaribile resistenza al cambiamento. Il barista di fiducia, sorpreso che quella mattina mangiassi una brioche invece del solito panino, ha detto che devo solo abituarmi. Che è tutto più facile, comodo e che devo solo dare tempo al mio cervello di capire che qualcosa sta cambiando. Insomma devo farmene una ragione. Ma io ho registrato un videomessaggio in cui la mia tesi sul complotto è esposta in maniera combattiva e decisa. E sicuramente troverò centinaia di migliaia di persone pronte a dirsi d'accordo con me.

mercoledì 18 settembre 2013

Voltagli le spalle e vedrai che t'amerà (a qualunque età)

La sera prima al telefono sospirava come insegnano nei film o in quelle pubblicità che la maggior parte di voi è troppo vecchia per ricordare. Quelle di quando l'amore si diceva e non si chattava saltellando con le dita su uno smartphone e bastava una cornetta a trasmettere i sentimenti. «Anna, amore mio, ci vediamo domani!». Poi domani arriva ed è sempre un altro giorno e non sempre è un bene. Così arriva domani e col domani quell'altra. Peggio vestita di lei, con scarpe improbabili e abbinamenti inutili, non ha niente di invidiabile né di attraente. Solo, è un'altra. È nuova, non s'era mai vista prima e a lui basta per allungare mani, tentare baci allungando il collo per non essere ostacolato dalla scarsa altezza. Lei, quella che la sera prima era oggetto di sospiri telefonici, guarda perplessa, come ogni vera donna sul crinale dell'unica scelta binaria che conta: reagire con le lacrime o con l'indifferenza? La risposta arriva dopo pochi minuti quando un altro maschio, più grande, fa il suo ingresso, trova due sciocchi che si tengono per mano e un cuore spezzato in via di guarigione. Non è necessario avere più di un anno e mezzo per capire che un maschio si comporterà sempre come quando aveva tre anni ed arrivava la bimba nuova all'asilo. E una vera femmina troverà sempre un maschio più grande con cui giocare coi Lego.

venerdì 6 settembre 2013

Quando cominci a spiare gli adolescenti sui bus è già troppo tardi


Probabilmente è un altro di quegli spietati rivelatori di età, come la consapevolezza che i talloni vanno idratati. Quelle scoperte o manie che ti ritrovi addosso da un giorno all'altro e ti fanno finire di diritto in una fascia umana e antropologica dove la scusa della post adolescenza non si puó più sfoderare neanche per i giustificare i traumi più irrisolti. Si sta parlando di quella sorta di istinto materno (essenzialmente culturale e non affettivo, dunque totalmente slegato dall'eventuale presenza di prole) che ti conduce ad osservare gli adolescenti sui mezzi pubblici. E ad ascoltarne i discorsi, signora mia. Perché quelli ne sanno di politica, tv e sesso più di quanto noi immaginassimo nelle ripetute sessioni amorose di Barbie e Ken che inscenavamo alla loro età. E così, appollaiati su gambe lunghissime scoperte da calzoni cortissimi (ma allora, ai nostri tempi, eravamo tutti grassi o vittime di una moda mortificante?) parlano con scioltezza di corna, amori, sotterfugi dai genitori, fughe al mare, ragazzi spezza cuore più grandi di loro e promesse di vita insieme scambiate in chat notturne e ad alto tasso di confidenza. Origliamo pensando che dovremmo preoccuparci che le nostre figlie diventino così, con problemi da adulte e cervelli da ragazzine prima che noi possiamo spiegar loro la differenza tra la french e la fish manicure. Ci pensiamo per un istante, appesi al futuro con timore e tremore come adulti qualsiasi. Finché ci accorgiamo che più preoccupante è il non avere in borsa la loro fresca follia adolescente, ma solo un'ottima crema idratante per i talloni.

venerdì 30 agosto 2013

L'investimento estetico di Monica da cui tutte dovremmo imparare

Dal Giornale del Popolo del 30 agosto
Dunque Monica Bellucci e Vincent Cassel si sono lasciati e pare che l'attrice abbia (o almeno abbia avuto) una storia con un magnate russo di non proprio gentile aspetto. Eufemismo: lui infatti è tarchiato, bruttino, sovrappeso. Sul web girano sue foto con una pelliccia improbabile e video in cui si diverte in feste cafone terribilmente adatte all'esibizione della sua ricchezza. Di lui si sa che avrebbe pagato cifre impossibili per aver Mariah Carrey alla sua festa di compleanno a intonare un Happy Birthday e ovviamente la scelta della cantante è più grave della cifra pagata. Ecco io non capisco di cosa vi scandalizziate, voialtri. Ogni giorno una Monica Bellucci lascia un Vincent Cassel per un uomo infinitamente più brutto, ogni giorno una bella ragazza lascia l'uomo che tutti consideravano esteticamente abbinato a lei per legarsi a un bruttino capace di farla sganasciare dalle risate. Solo che se il bruttino è un simpatico umorista va tutto bene, ma se è ricco da far spavento cominciano le malignità. E invece Monica ha fatto un ottimo investimento per la mezza età e non pensate al portafoglio. Il fascino malandrino e maledetto del bel Vincent andava bene per una post ventenne in forma smagliante, ma a un certo punto bisogna pensare alla vecchiaia, o almeno alla mezz'età. E non c'è investimento migliore di quello che ti consenta di giocare in un campionato in cui tu reciterai sempre la parte della bellezza trapiantata in un mondo non suo. Persino con dei film importanti alle spalle. Sempre e indiscutibilmente più bella e affascinante della compagnia che ti circonda, con la possibilità di sbaragliare la concorrenza giovane e soda a colpi di charme senza età.

venerdì 23 agosto 2013

Aver così sonno da fidarsi

Dal Giornale del Popolo del 23 agosto
È un po' come guardare negli occhi la persona a cui ti sei legata piuttosto seriamente e realizzare che non conosci il suo segno zodiacale. Un giorno ti guardi allo specchio e realizzi che no, non lo hai fatto mai: mai una indagine seria e approfondita sul suo telefonino. Mai niente che eccedesse le sbirciatine occasionali. Mai il confronto tra i numeri e i nomi, ma il goglaggio seriale delle femmine della rubrica. Eppure poteva esserci materiale abbondante. A cominciare dai gorgoglii dopo mezzanotte e anche la più spicciola letteratura sul tema insegna che ogni messaggio o comunicazione telefonica dopo quell'ora viene automaticamente catalogata come sospetta. E invece al massimo a casa nostra quei suoni hanno provocato disprezzo manifesto per il fatto che fossero colleghi maschi e neppure conoscenti femmine, il tutto aggravato dalla confusione per il fatto che c'è un suono per le notizie, uno per i tweet, uno per i messaggi, uno per i whatsupp. E a volte sono la pigrizia e un sonno pesante a renderci donne che si fidano. Ma nessuna fiducia è per sempre. Perché anche le più assonnate sanno che se l'occasione fa l'uomo ladro è altrettanto vero che siamo tutti talmente ladri dentro che sappiamo cercarcele quelle occasioni di furto con scasso o innocenti rapine. Ci attrezzeremo. Perché il terrore che questa fiducia venga dal troppo amore o dal disinteresse ci sta togliendo il sonno.

mercoledì 21 agosto 2013

Oprah e la provincia nel dna

Dal Giornale del Popolo del 16 agosto
Era una storia perfetta, in grado perfino di scomodare il riferimento alla scena di Pretty Woman in cui una Julia Roberts ancora vestita da donna della strada viene cacciata dalle commesse arpie di un negozio di Beverly Hills. Nel film Julia tornerà giorni più tardi a fare sbavare di rabbia le arpie dopo una sessione di shopping violenta con Richard Gere, colui che si prende la briga di insegnarle ciò che noi ragazze impariamo presto e a nostre spese: «Non sono mai gentili con la gente, sono gentili con le carte di credito». Ecco, a Zurigo qualche settimana fa, Oprah Winfrey sarebbe stata vittima di un episodio di razzismo. Se fossi stata bianca, è il ragionamento della regina dei talk show americani, la commessa di quel negozio chic non avrebbe avuto alcuna esitazione a mostrarmi una borsa da 35mila franchi. In alcune interviste successiva ha addirittura detto di essersi agghindata di tutto punto per lo shopping: una gonna di Donna Karan e i capelli in ordine per non essere presa per una pezzente qualunque. Ecco, Oprah. Sbagliato. Una vera provinciale sa che la battaglia più difficile è quella con le commesse, portatrici sane di discriminazione con chiunque non sembri abbastanza inserito nel loro mondo e addirittura paia sforzarsi di farne parte. Un commesso gay non le avrebbe impedito di vedere la borsa, sarebbe riuscito a convincerla che non si abbinava con il suo peso e Oprah l'avrebbe accettato, incurante dell'aggravante razzista contro i grassi (la più frequente nei negozi fighetti). Raccontando (e invero ridimensionando) l'episodio Oprah ha persino voluto notare che trentacinquemila franchi per una borsa sono una cosa «immorale». Oprah, è lì che ti sei tradita. Lì che ci hai fatto capire, a noi che di provincia ci intendiamo, che dalla provincia, sia quella geografica o quella del sovrappeso, non si esce mai. Neanche coi capelli in ordine e una gonna firmata.

venerdì 9 agosto 2013

Che noia i manifesti


Dal Giornale del Popolo del 9 agosto
Non ho mai capito perché la gente adori fare delle proprie scelte un manifesto, un proclama, il paradigma di ciò che tutti dovrebbero compiere o che non compiono non sapendo, “cosa si perdono”. Lo fanno le pasdaran del matrimonio, lo fanno le pasdaran della singletudine. E poi i giornali fanno il loro mestiere, così il Time ha da poco dedicato una copertina a raccontare che esistono coppie soddisfatte e felici senza figli. Apriti cielo. In un batter d'occhio ci siamo divise nei soliti due fronti stucchevoli: di qua le madri che si autodipingono come eroine per aver avuto e aver ancora il coraggio di procreare in questo mondo cattivo; di là quelle che non ci pensano neanche e considerano una minaccia alla propria libertà chiunque proclami le gioie della maternità. In entrambi i fronti è viva la convinzione granitica di essere una minoranza incompresa e dunque di  dover sbandierare la ragione nella palude dell'ottusità altrui. E a chi dimora nell'eterno crinale tra qualunquismo e buon senso non resta che pensare che una dose di fatti propri farebbe bene a tutti e che la libertà è un grande benefit da usare con cautela. Soprattutto nel tempo dei social network, mezzi che ognuno usa come promozione di sé e recensione inflessibile degli altri. Perché con l'ansia di avere un post da scrivere o uno status da scegliere ci siamo trasformati tutti in volenterosi compilatori di manifesti. Noiosi a prescindere dai contenuti.

mercoledì 7 agosto 2013

D'estate non si conquista un bel niente

Il mio psicologo di riferimento sostiene sia una visione del mondo che va bene per quel paio d’anni (direi uno, più realisticamente) in cui gli ormoni superano a tal punto il livello di guardia da orientare l’intera vita di una persona. Sostiene, insomma, che dopo i 17 anni sia impossibile ritenere l’estate il periodo della conquista e dell’amore. Men che meno della passione. Perché diavolo dovrebbe essere naturale fare gli occhi dolci a qualcuno quando al bar della spiaggia cerchiamo di studiare le nostre forme riflesse nel cartellone dei gelati? O esplorare il campo mentre saltiamo per inquadrare almeno il decolltè nello specchio minuscolo che qualche bagnino saggio ha piazzato vicino alla doccia? Non vanno meglio quelle che la propria conquista ce l’hanno, e magari da parecchie stagioni, distesa a fianco, spesso su un telo mare di spugna che si usava negli anni Ottanta. Dio solo sa quanto avete aspettato questo momento in cui vedervi più di cinque minuti al giorno, mangiare pesce in riva al mare, chiacchierare di fronte a un prosecco e non per decidere chi andrà a pagare le bollette. L’aspettavate con ansia tutto questo solo che poi lui ha dimenticato la zanzariera della bambina, voi avete lasciato a casa il golfino nell’unica serata fredda dell’estate, senza contare che gli avete rovinato il piano abbronzatura mettendo in valigia solo creme con filtro solare sopra il 30. Così, mentre lui comunicava solennemente quanto sia dannoso aprire i finestrini con l’aria condizionata accesa, anche in una macchina infuocata da sei ore di parcheggio sotto il sole, avete capito che nessuno si può amare e men che meno sopportare. Almeno finche non torna un po’ di fresco.

giovedì 1 agosto 2013

Kate, il Royal Baby e le favole giuste

Dal Giornale del Popolo del 26 luglio
Kate Middleton è uscita dall’ospedale dove ha partorito il principe più atteso dell’anno in forma meravigliosamente imperfetta. Le penne, compresa questa, che mesi fa si erano esercitate sulla impossibile prestanza fisica delle dive dopo il parto (Belen Rodriguez in testa) hanno trovato pane per i loro denti e la prima grande notizia di questa estate è che per una volta l’oggetto di interesse dei giornalisti e quello di noialtri impegnati nelle prime grigliate vacanziere coincide. La visione dell’inconfondibile pancia post partum della duchessa fa tirare un sospiro di sollievo a molte, persino provare un senso di superiorità ad alcune che raccontano senza mentire di essere uscite dall’ospedale coi jeans pre gravidanza. Ora la moglie del principe William ha compiuto il passo più importante, e forse definitivo, per la messa a punto del cocktail fondamentale per la popolarità che s’ottiene mescolando intelligentemente possibilità di immedesimazione e irraggiungibilità. Perché ci serve sapere che anche Kate è uscita dall’ospedale con una pancia impresentabile, ci piace pensare che in giro con un bimbo di pochi giorni incontrerà qualche cretino che le chiederà se ne aspetta un altro, forse anche lei sarà tormentata dai consigli sull’allattamento di tutto il parentado. Ci serve tutto questo per raccontare le favole giuste alle nostre figlie. “C’era una volta un principe e la sua mamma, appena nato, lo avvolse in una copertina. Proprio identica a quella in cui eri avvolta tu. Sai, bambina, il destino a volte è burlone, ma non dimentica mai i dettagli estetici”.

venerdì 12 luglio 2013

Domani si sposa il mio ex

Dal Giornale del Popolo del 12 luglio

La parte migliore la giocano sempre le madri, insuperabili nel descrivere i preparativi del sontuoso matrimonio di un ex, soffermarsi con dovizia di particolari sui regali alla futura moglie e buttare lì a bruciapelo: «Certo che hai perso un buon partito». Importa poco che, come in questo caso, il buon partito avesse sei anni, tu tre e il vostro gioco preferito fosse sposarvi in interminabili pomeriggi di vacanza in riva al mare e aspettare la settimana bianca per il divorzio. Sessioni di Beautiful precoce ci avevano insegnato la disinvoltura sentimentale e applicarla ci sembrava senza indubbio un gesto di maturità. Credo che i matrimoni siano scomparsi intorno ai 10 anni di lui, perché come sempre sono gli uomini che si tirano indietro. Poi succede che ci si distrae, si ripongono in soffitta le Barbie e le macchinine e nel frattempo qualcuno diventa grande, colleziona fidanzatine e fidanzate vere fino al giorno in cui arriva la partecipazione per posta e ti domandi se ci sia un galateo per il matrimonio degli ex sotto i cinque anni d'età. Se il vestito rosso a indicare un cuore spezzato e mai vinto, se un vestito bianco da prima comunione a cantare l'innocenza del fidanzamento, se un abito nero perché non c'è ex che non meriti un lutto sentimentale, per quanto simbolico. Perché in fondo non c'è ex più rappresentativo della categoria di un ex infantile.
Come eravamo:

Prima del consueto divorzio invernale

venerdì 5 luglio 2013

Coppie e motori

Dal Giornale del Popolo del 5 luglio

Non è neanche la comunione dei beni. Non è l'indizio di una vita nuova in cui si condivide tutto. Le coppie moderne hanno una macchina sola in ossequio a princìpi di risparmio, di sobrietà. La macchina fa parte di quei beni cui si sceglie di rinunciare a cuor leggero per ridurre le spese e fregiarsi di targhette “no oil” da attaccare alle biciclette. I veri radical chic a cui ci sforziamo di assomigliare prendono un taxi se necessario, scroccano agli amici quando possibile. In coppia, generalmente, ne hanno controvoglia una sola, comprata magari dopo l'arrivo di un figlio, perché prima affitti e car sharing risolvevano ogni esigenza di mobilità. «E comunque adesso non la usiamo mai», dicono quasi aspettandosi i complimenti di qualcuno. Il dramma di una sola macchina è il motivo per cui davvero il matrimonio gay risulta una soluzione: solo due persone dello stesso sesso possono infatti condividere l'uso, la percezione e la cura di un mezzo del genere. Perché il giorno in cui un maschio prende la tua bicicletta che cigola a ogni pedalata, ti prende in giro bonariamente. Il giorno in cui usa il tuo motorino mentre il suo scooter è dal meccanico lo trova divertente, esotico, un tuffo nell'adolescenza in cui si truccavano le marmitte e si importunavano le ragazzine. Ma se prende l'auto dopo che l'hai usata tu ogni graffio o segno di disordine nell'abitacolo è il detonatore di un disastro, di una cascata di “tu non sei attenta, tu non ci tieni, tu non me lo avevi detto, tu hai mentito”. Allora c'è solo da ignorarli e prendere un taxi. Perché non c'è momento come la virile difesa dell'automezzo in cui un maschio assomiglia di più a una femmina isterica.

venerdì 28 giugno 2013

L'attrazione per il mago del fai da te

Dal Giornale del Popolo del 28 giugno
Siamo andati sulla luna, abbiamo inventato lo smalto semi permanente, trasformato omosessuali libertini in pasdaran della vita matrimoniale, superato il dogma della scarpa abbinata alla borsa, eliminato l'obbligo di calza ai matrimoni. Siamo così cambiati dal punto di vista del costume che da qualche angolazione sembriamo pure progrediti, progressisti, nuovi. Abbiamo rivoluzionato il mondo, soprattutto noi donne, che diventiamo madri quando ci pare e se ci pare e anche una volta che lo diventiamo siamo in grado di farlo in maniera dinamica. Certo, ci sono ancora quelle che si ostinano a sedersi su scarpe comode e capelli sfatti e a convincersi di farlo per il bene della prole, ma in generale facciamo passi da giganti verso una direzione, che, se non è sempre migliore, sicuramente è nuova, inesplorata. Per questo un pomeriggio di giugno di fronte a un uomo che si offra di riparare il lavello senza chiamare l'idraulico noi rabbrividiamo. Perché se noi abbiamo smesso di ricamare l'abbiamo fatto perché voialtri non dobbiate andare a far legna nel bosco, a provvedere al sostentamento mentre noi curiamo la prole. L'abbiamo fatto per essere legittimate a chiamare professionisti esperti che riparino lavelli e imbianchino case per la sola soddisfazione della fattura e non per dare prova della propria virilità. L'abbiamo fatto per non essere costrette, una volta che quel lavello sia magicamente e perfettamente riparato, a dover reprimere l'incontenibile e atavica attrazione per il mago del fai da te.

venerdì 21 giugno 2013

Lorenzojova al cuore di Milano


Dal Giornale del Popolo del 21 giugno 
Un pentolone di sugo al tonno, tavola apparecchiata, fagiolini solo da scaldare. Vanno bene per la creatura e per il padre che se ne occuperà. Dice che ha preparato tutto. Lei intanto da stamane pensa cosa mettersi e, mentre il tempo si mostra incerto, a come arginare la pioggia che prevedibilmente si abbatterà su San Siro. Da giorni si studia il mezzo di locomozione, la procedura di ritiro dei biglietti, l'orario giusto per non arrivare proprio insieme alle adolescenti ma nemmeno all'ultimo secondo con gli anzianotti. Del resto, si sa, ci saremo proprio tutti. Da Fabio Fazio a Selvaggia Lucarelli, dall'amica single a quella a due settimane dal parto. Ognuna col suo posto, chi il prato, chi un secondo anello rosso giustificato senza richiesta: “Sai, non c'erano altri posti disponibili”. Con il presentimento, vago e non del tutto sbagliato, che un posto numerato a un concerto sia peggio della carta di identità tatuata sulla schiena. Comunque in un modo o nell'altro ci saremo e mentre voi leggerete queste righe io sarò già andata a non perdermi l'ennesimo concerto di Lorenzo Jovanotti, il primo tour negli stadi, la seconda data a San Siro. «Si trovano taxi da quelle parti?», ho chiesto con l'aria di chi sembra partire per un safari in terra ignota. Quando leggerete probabilmente sarò andata a letto da poche ore e avrò superato l'idiosincrasia per la quantità di gente con cui condivido l'unica passione smodata della mia esistenza. E nella testa avrò solo che “il più grande spettacolo dopo il Big Bang siamo noi”.
(E qui un'antologia del perché il cuore ce l'ha preso in tempi non sospetti:  Jovanotti Deluxe; Il gioco dei concerti; Loré)

venerdì 14 giugno 2013

Dottore, questo callo mi ucciderà

Dal Giornale del Popolo del 13 giugno
E pensare che è una delle mie crociate più frequenti: mai cercare informazioni su internet informazioni circa presunte malattie. Anche la più innocua richiesta su un callo dell'alluce vi trascinerà sul forum di alfemminile.com dove signore che conoscono il proprio gruppo sanguigno e la storia vaccinale di figli e pronipoti vi sveleranno che basta un niente perché un callo diventi cronico e vi conduca a una morte di stenti e unghie incarnite. Meglio non va se si cercano immagini di sfoghi o dermatiti: ne emergeranno bambini tumefatti da una qualche sostanza che sicuramente voi avete appena somministrato al pargolo agendo in buona fede. Le donne incinte dovrebbe usare cautela doppia perché nei forum on line c'è sempre qualcuno che per quello stesso valore sballato nelle analisi del sangue ha visto la morte in faccia ed è sopravvissuto solo per mettere in guardia il prossimo sulla rete. Ripetendomi il mantra di una ragionevolezza ancora più preziosa perché ottenuta autonomamente ho pensato che non ci sarebbe stato niente di male a fare un piccolissimo strappo alla regola. Avevo resistito una settimana senza sapere che cosa significasse quel nome assurdo nelle mie analisi. Ora Google mi ha risposto. E adesso non so se arriverò viva a giovedì prossimo (cosa di cui del resto non si può mai essere totalmente sicuri). Tra qualche giorn il dottore mi rassicurerà o mi ricovererà. In ogni caso, avrò guadagnato parecchi giorni di malumore.

venerdì 31 maggio 2013

Riderà chi ride ultimo. Variazioni sul tema di uno strazio

Dal Giornale del Popolo del 31 maggio

C'è un pantheon di canzoni che occorre sapere a memoria per dimenticare e combattere con granitica convinzione. In quel pantheon, insieme a quel concentrato di maschio paraculismo che fu Vedi Cara di Guccini, c'è anche Riderà del compianto Little Toni. Ascoltarla almeno una volta l'anno, durante la replica obbligata di Sapore di Mare, è come riaprire il diario del liceo. Poiché infatti si odia compiutamente ciò che si è amato disperatamente, occorre ricordare che per qualche tempo l'abbiamo ascoltata con quello struggimento sterile e inconsolabile che solo l'avere un utero ci consente di provare. È la favola dell'uomo che si fa da parte per amore della sua donna, il principe azzurro che molla il cavallo bianco allo scudiero e gli affida la principessa a cui lui rischia di spezzare il cuore. È l'idea che sia in qualche maniera nobile rinunciare all'amata invece che lottare per amarsi nel migliore dei modi possibili, è l'idea maliziosa e pericolosa che se amore e morte (cioè sofferenza) sono inesorabilmente intrecciate come ci ha insegnato l'epica greca, l'unico modo per limitare la sofferenza è diminuire un po' l'amore, passando la mano all'uomo non eroico ma ordinario che la farà ridere «perché ha pianto troppo insieme a me». Variazioni sul tema di uno strazio ben riassunte da un verso di Claudio Baglioni: “Ti ho fatto male per non farne alla tua vita”. Robe che ti fanno sognare e piacevolmente disperare. Finché un giorno realizzi che chi le cantava aveva solo nuove risate da suscitare altrove e vite diverse da preservare.

venerdì 24 maggio 2013

Le storie edificanti anti crisi e le insalate di Belen

Dal Giornale del Popolo del 24 maggio

Le storie positive degli altri devono essere una controindicazione della crisi, delle difficoltà economiche che sfiorano anche in più impensabili, impensieriscono persino gli scialacquatori seriali e provocano nei media un sussulto di coscienza che li spinge a dispensare pillole di positività e speranza in un mondo in cui tutto è precario. Così, per contraddire l'adagio cinico secondo cui “fa più notizia un albero che cade che una foresta che cresce” si sentono in dovere di dedicare uno spazio alla positività minimalista e tenace della foresta che cresce. Sotto questa categoria si annoverano decine di storie imprenditoriali di successo, racconti edificanti di giovani e donne (le categorie svantaggiate funzionano narrativamente meglio di tutte le altre) che grazie a una idea geniale hanno rivoluzionato la propria vita, inventandosi lavoro e fortuna. C'è la madre di tre figli che mette su un business casalingo e redditizio per lavorare da casa dopo la maternità; c'è l'altra madre (l'elemento pro life dev'essere considerato positivo nelle storie di questo genere) che inventa un blog di successo inspiegabilmente visitato da altre madri e incredibilmente oggetto di investimenti pubblicitari; c'è la ragazzina che comincia autofotografandosi davanti allo specchio (per gioco, perché chi comincia seriamente non va mai da nessun parte) e finisce fashion blogger di successo con inviti alle sfilate di tutto il mondo. E poi c'è Belen Rodriguez. Che dichiara di mantenersi in forma mangiando insalate. E un altro albero, rumorosamente, cade.

Angelina Jolie e la nuova definizione di coraggio

Dal Giornale del Popolo del 17 maggio

Ebbene sì. Ora i nostri uomini hanno un motivo per parlare delle tette di Angelina Jolie senza essere oggetto dei nostri insulti, anzi mostrando addirittura la volontà di coinvolgerci in uno di quegli argomenti socialmente irrinunciabili, il passepartout che ha aperto le porte dei nostri aperitivi a termini come bisturi, capezzoli, sangue, tubi. E da domani non cercheremo più mastectomia sul dizionario e ogni volta che lo faremo su Google ci comparirà l'immagine di lei, la fidanzata di Brad Pitt che ha voluto diminuire il rischio genetico di cancro immolando il suo decollete universalmente ammirato e sostituendolo con uno artificiale. Il risultato è ottimo, ha assicurato Angelina spiegando al mondo la sua scelta coraggiosa. E così, da un paio di giorni, il coraggio è un'altra cosa. Non la forza di sopportare il male, ma la capacità di fare tutto quel che è necessario per prevenirlo, la non paura del dolore fisico, accettato al prezzo di scongiurare il dolore più grande, la paura più vera che è quella incontrollabile. Noi che non ci siamo mai neppure operate di tonsille per la paura. Noi che nemmeno la chirurgia plastica abbiamo mai considerato per il terrore del dolore. La nonna che a settant'anni suonati doveva operarsi a una gamba e la sera prima dell'intervento chiamò tutti i parenti possibili nel tentativo di trovare complici per la fuga dall'ospedale. Noi ormai siamo delle cacasotto e irresponsabili, assimilabili forse solo a coloro che si rimpinzano di cibo spazzatura. La paura è una cosa che non è più ammessa se non come passaggio provvisorio prima del grande salto di coraggio, quello di privarsi di una parte di sé per diminuire la probabilità di soffrire domani. E anche questo, un po', ci fa paura

venerdì 10 maggio 2013

L'indispensabile fiaba a rischio circo

Dal Giornale del Popolo del 10 maggio

Una lista degli invitati compilata con i nomi in neretto nei giornali di gossip. Un abito da principessa vergine per cui hai l'obbligo morale di ringraziare non solo lo stilista (Ermanno Scervino) ma anche l'Isola dei famosi e la Tisanoreica che hanno riportato la ciccia nei confini delle curve. Un'esplosione di fiori bianchi abbaglianti. Una Barbie appositamente creata per l'evento col solo scopo di farci domandare se sia nata prima Valeria Marini o la sua bambola personalizzata. E poi ancora i testimoni assortiti come i biscotti di una vecchia scatola di Ore Liete (da Gigi D'Alessio a Fausto Bertinotti, passando per Ivana Trump) e infine l'arcidiscussa diretta sulla Rai dal sagrato, perché, ovviamente, l'interno della cerimonia è stato blindato per proteggere le coronarie del celebrante. C'è talmente tanto da discutere del matrimonio di Valeria Marini col suo imprenditore Giovanni Cottone che occorre dichiararne l'assoluta indispensabilità. Quel matrimonio ci serve e ci è servito. A sentirci superiori alla marmaglia armata di smartphone che immortalava gli invitati e cercava di sbirciare dietro gli ombrelli bianchi che proteggevano la sposa. Abbiamo avuto modo di cliccare sulla foto successiva mormorando «ve lo meritate Beppe Grillo». Il fatto è che c'è qualcosa di inevitabilmente cafone nel dichiarare al mondo, sia esso rappresentato da 3 o da 700 invitati, che si ha la presunzione di passare la vita con la persona che in quel momento ci pare ragionevole non lasciare andare. Ecco. Ma allora tanto vale un'esplosione come quella di Valeria Marini, dove ogni inquadratura sembra gridare: ma quando mi ricapita? Molto meglio di Keira Knightley, l'attrice androgina che s'è sposata con pochi amici in un paesino in Provenza con un vestito già messo e i capelli “phonati” di fresco. Com'era? Voglio la fiaba. Ecco, w la fiaba. Anche se somiglia più spesso a un circo.

mercoledì 8 maggio 2013

«Stiamo insieme, ma non è una cosa seria». Pd e Pdl e la trombamicizia in politica

Qui e su Revolvere.net
Trombamici. È un termine che usiamo solo noi nati prima degli anni Novanta, noi generazionalmente schiavi delle definizioni. È il termine della terza via, quella, pericolosa e divertente, per cui non si stava insieme ma ci si comportava come se. Quella, per molti di noi, è stata una tappa importante, non tanto a livello di istituto (che è sempre esistito), quanto di definizione. C'era finalmente una parola per dire quello stato che anni dopo persino Facebook avrebbe riconosciuto e identificato con un nome più discreto. Il sospetto che Pd e Pdl fossero legati da qualcosa di molto simile alla trombamicizia ci ha lambito la prima volta qualche giorno fa, quando al termine di un lungo editoriale di Ezio Mauro su Repubblica ci è parso di capire quanto segue: questo governo lo facciamo perché s'ha da fare, ma chi pensa che questo significhi amnistiare culturalmente il ventennio berlusconiano si sbaglia di grosso: siamo diversi (noi migliori degli altri) e non sarà certo un governo Letta a farcelo dimenticare. Il secondo indizio è arrivato sabato mattina con l'intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera. Con garbo e lessico da romanziere Walter ha invitato entusiasti e cinici rispettivamente a scendere dal pero o tirare un sospiro di sollievo: destra e sinistra esistono ancora, eccome se esistono. Perché certo nella lunga intervista c'erano le ipotesi complottarde su Preiti, le riflessioni sulla formula giusta per il Pd, ma più di tutto c'era la rivendicazione di una diversità irriducibile e benedetta. Almeno fino a lunedì mattina. Quando torneremo a metterci le mani nei capelli per le Biancofiore e i Brunetta coi Fassina e le Bindi. E giù
a mettere il veto su Berlusconi alla Convenzione per le riforme, come se 'sto governo fosse nato come un'erbaccia di nascosto e il nome del cavaliere ce l'avesse infilato dentro qualcuno a tradimento. È questo puzzle di una maggioranza assurda che non accetta se stessa ad aver fatto diventare questione di interesse nazionale persino l'inutile scelta dei sottosegretari. È qui che vengono in mente i trombamici, che la sera si prendono la sera, ma il mattino dopo non si salutano. È solo che quella della trombamicizia non è mai una relazione biunivoca. C'è sempre uno dei due (non sempre lo stesso, i ruoli si scambiano di frequente) che vorrebbe qualcosa di diverso. Il classico “qualcosa di più” di fronte a cui l'altro srotola le frasi sul che cosa è in grado dare in questo momento, le ex ingombranti, il passato difficile, il proverbiale bisogno di capire se stesso (che è sempre più facile che non ritrovare la formula giusta per il Pd). Insomma, in questa fase il Pd è quello che esclude categoricamente una cosa seria. «Però domani ci rivediamo, eh?». 

venerdì 3 maggio 2013

Carla Bruni, il grasso e la saggezza delle rughe

Dal Giornale del Popolo del 3 maggio

Dopo il terzo cambio dell'armadio con un terzo degli abiti inservibili perché fuori misura, la nostra si è armata di pazienza. O forse di furore. Di sicuro di coraggio. Sacchetti interi hanno preso la via della pattumiera. Dentro non c'era niente di grave, magliette di sette otto stagioni fa, consunte, inservibili, di sicuro troppo corte per certe stagioni della vita e della meteorologia. L'amica del repulisti lo racconta con un misto di fierezza e senso di colpa, come se avesse risposto dopo anni alla avance di un molestatore non troppo disprezzato. Emozione, brivido, non sai se hai fatto la cosa giusta ma intanto l'hai fatta e questo ti procura ogni volta una sensazione ambigua. Carla Bruni ha raccontato a Vanity Fair di essersi messa un giorno di fronte all'armadio e di essersi posta, dopo la gravidanza della sua seconda figlia, la domanda a cui la metà di noi ragazze rinuncia a rispondere per mesi, a volte anni: «Butto l'intero guardaroba o provo a dimagrire?». Seguono molte frasi importanti, che compiono egregiamente l'importante funzione sociale a cui sono destinati i giornali femminili: raccontare i vip come se fossero persone normali, che affrontano i nostri medesimi problemi e alla fine ne escono, perché l'intento didattico rende interessante ogni storia. Carla racconta poi di essere stata in analisi e di esserlo ancora. Quando l'età avanza, dice, è ancora più importante. «Le rughe senza saggezza sono noiose. Io voglio diventare matura. Voglio diventare saggia». È qui che ci siamo sentite legittimate a non buttare nessuna taglia 42. Ognuna, in fondo, ha il diritto di stamparsi in testa un traguardo che le permetta di sognarsi diversa e sufficientemente conformista.

venerdì 26 aprile 2013

Belen, il parto e i jeans delle altre

Dal Giornale del Popolo del 26 aprile

Si va dai postumi dell'allattamento al fatto che bisogna pazientare per almeno un anno. Le motivazioni per le maniglie dell'amore che ci appesantiscono la vita conoscono molteplici ed esotiche evoluzioni dopo un evento come il parto. E, come accade per ogni necessaria scusa, ognuno ha la sua teoria. Perché se quando ci sono i mondiali siamo tutti allenatori della Nazionale, quando una donna è incinta o ha partorito siamo tutti medici e ostetriche. Per questo la pancia di Kate Middleton è stata oggetto di un'intervista a un esperto sul Daily Mail. Il dottore ha rassicurato l'opinione pubblica e anche noi cittadini onorari del Regno: la pancia della duchessa è piccola, ma non c'è da preoccuparsi per la salute del pupo. Intanto nelle nostre case si sprecano gli aneddoti di amiche che, incinta di sei mesi come la nuora di Diana, non riuscivano neppure ad allacciarsi le scarpe. Peggio va alle neo mamme come Belen Rodriguez. L'abbiamo vista in palestra dopo una settimana dal parto, in giro a fare shopping, ad allattare nel parco mentre, nei suoi panni, la metà di noi stava in casa ad asciugare le lacrime e cercare su internet espressioni scabrose come ingorgo mammario. Abbiamo cercato tutte le motivazioni possibili, dai soldi che permettono tutto (fonti bene informate ci dicono che prima dell'uscita dalla clinica un parrucchiere di Coppola abbia fatto visita alla puerpera), fino ai trucchetti (l'amica esperta sostiene che sicuramente si è fatta indurre il parto prima del tempo per evitare l'ultimo mese, quello del disfacimento). Le abbiamo inventate tutte per spiegarci perché noi siamo qui a fare una malattia di quei cinque maledetti chili e lei sembra vivere in un altro pianeta. Lei, e come lei, le amiche (esistono!) che sono uscite dall'ospedale con i jeans che indossavano nove mesi prima. No, non capita solo alle donne belle e famose. Capita, semplicemente, alle altre.

lunedì 22 aprile 2013

Son tutti liberali, coi figli degli altri

Dal Giornale del Popolo del 19 aprile

Da quando abbiamo realizzato che le attuali veline sono nate negli anni Novanta, noi ragazze di un'altra era televisiva abbiamo iniziato a concentrarci su quel che ci compete: la maturità dei divi che erano giovani e rampanti al tempo della nostra adolescenza. E quei volti ancora appesi nelle nostre camerette ormai abbandonate oggi sono alle prese con tematiche nuove, travolgenti e divisive come lo furono, un tempo, le loro vite sentimentali. Perché una volta Madonna ci dava in pasto schiere di ex mariti rottamati in fretta, da Sean Penn a Guy Ritchie. Oggi, che pure continuiamo ad arrovellarci sullo spreco di tanto ben di Dio coniugale, la cantante ci interroga anche per l'educazione sentimentale impartita alla figlia, Maria Lourdes. Pare infatti che la popstar sia contraria al fidanzatino della figlia 16enne, dimostrandosi possessiva e rigida come solo le ragazze che ne hanno fatte di tutte i colori possono essere una volta adulte. Quel che Beautiful insegna egregiamente col passare delle generazioni, il mondo dello spettacolo conferma e le nostre esperienze di vita rendono granitica certezza. Non c'è niente da fare: l'idea di preservare gli eredi dai nostri errori è più forte di qualunque afflato liberal. Così per una Madonna in cerca del fidanzato giusto per la figlia (o più probabilmente intenta a recitare il mantra di ogni madre: «Non c'è niente di male, ma è troppo giovane»), c'è una Gwyneth Paltrow che dichiara di tirare su le creature senza carboidrati e a suon di cibi sani. Non c'è niente di meglio per riempire il mondo di ragazzine con grilli per la testa e amanti smodati del cibo spazzatura.

venerdì 12 aprile 2013

La verità è che non ti piace abbastanza

Dal Giornale del Popolo del 12 aprile

Pensavate che le pensose settimane a interrogarvi sulla digeribilità delle lenticchie rosse vi avrebbero messo alle spalle tutto e invece. Gli anni passano, le stagioni si surriscaldano, i carboidrati tornano irresistibili, alcuni jeans entrano di nuovo e altri sono ancora lontani. I bambini arrivano, i nipoti mettono i denti, amiche insospettabili si fanno cogliere in flagrante consultazione di volumi come “La gioia del parto”. I passeggini diventano più leggeri, Prada propone i calzini con le infradito, Dolce e Gabbana ricicciano la solita Monica Bellucci in paesaggio siculo (ma stavolta dotata di foto a colori). A Lugano ci si prepara al voto e a Milano torna il Salone del Mobile con la città infarcita di gente con occhiali più grandi del proprio cervello. Twitter diventa un luogo affollatissimo e ai limite della frequentabilità. I libri sul comodino si ammucchiano e prima o poi vi cadranno addosso in piena notte. I colleghi si alternano, la manicure diventa più cara. Tutto cambia e tutto torna, diverso e fondamentalmente uguale. Così per ogni maschio che teme delle relazioni stabili si crea una donna che si inventa relazioni con gradi di stabilità modulare (impegno massimo, medio, minimo), autoinfliggendosi sessioni di training autogeno per crederci davvero. Ci si lascia via sms o email con il buon proposito, prima o poi, di chiarirsi faccia a faccia. E per ogni maschio che promette di chiarire c'è una ragazza che crede davvero che delle parole ordinate possano farle accettare l'inaccettabile: la verità è che non gli piaci abbastanza. E che non ti piace abbastanza. Abbastanza da dimenticare l'ex ingombrante (come se esistessero ex non ingombranti), guarire l'allergia ai legami o trovare il modo di digerire i legumi.

venerdì 5 aprile 2013

Verità inconfessabili e saldi irrinunciabili

Dal Giornale del Popolo del 5 aprile

Per molti sono le epifanie della domenica sera dopo una giornata in famiglia, verità di cui ci si vergogna profondamente, pronunciate a mezza bocca al termine di una giornata trascorsa in un'atmosfera domestica molto lontana dalle atmosfere del Mulino Bianco. «Per fortuna che domani si va a lavorare!». E ancora: «Ma come fanno a resistere le babysitter che ci stanno tutto il giorno?». Il giorno in cui le considerazioni imbarazzanti diventano confidenza, si scopre che di genitori snaturati, in giro, ce ne sono parecchi. Ed è un enorme sollievo. Il mondo è pieno di gente che ha seriamente combattuto con gli istinti violenti suscitati da un pianto incomprensibile e inconsolabile, persone felicissime della propria vita ma anche in grado di spegnere le candeline esprimendo il desiderio di un'ora per giocare col cellulare senza essere oggetto dei tentativi di scalata dalle caviglie da parte di un esserino partito a razzo in fondo alla sala, maniaci dell'iPad che sbuffano ogni volta che lo trovano pieno di briciole e impronte di dita minuscole. Il maggior sollievo è scoprire che si può anche essere donne e avere tutti questi istinti non materni, che l'avere un utero non ti obbliga ad amare l'insonnia né ad accettarla col sorriso. Che in fondo avere a che fare con un affarino è come costruirsi un buon guardaroba: ognuno deve trovare la propria via, senza imporsi modelli insensati. Farlo a dispetto dei guru e dei blog, che siano quelli per mamme perfette o quelli per madri snaturate e fiere di esserlo. Farlo nell'unico modo possibile, ossia con una rubrica giusta, con numeri da chiamare in piena notte per chiedere come si diluisce il latte artificiale e poi passare alle cose serie: «Quindi il negozio di riferimento ha iniziato gli sconti al 50 per cento?». 

venerdì 29 marzo 2013

Vestivamo alla grillina, dalle Camper al pullover blu tendenza Pizzarotti

Violando il contratto di esclusiva che la lega al presente blog, la Ficcanaso ha cianciato di costume grillesco per gli amici di Revolvere.net

«Inquadratele, queste scarpe sporche, sono le stesse con cui sono andato al Quirinale». Il Vito Crimi reduce dalla manifestazione No Tav non è quello che manda a quel paese i giornalisti, gestisce la situazione dribblando lo scontro, indirizza lo sguardo delle iene dattilografe su un particolare soddisfacente per entrambi. Per loro è una curiosità fotografabile, per lui la prova di un corso politico nuovo in cui i parlamentari sono cittadini portavoce che consumano (e sporcano) le suole delle scarpe per sostenere battaglie cruciali sul territorio. Al Quirinale, pochi giorni prima, insieme a Crimi e Roberta Lombardi, capigruppo per il Movimento Cinque Stelle al Senato e alla Camera, c'era anche lui, Beppe Grillo. «Avete visto ieri Grillo? È andato da Napolitano travestito da dittatore dello Stato libero di Bananas...». È toccato a un Berlusconi vedente, vegeto e scatenato sul palco di Piazza del Popolo dire quel che la nazione aveva pensato di fronte al cappotto grigio eccessivamente lungo e abbottonato del comico genovese. Per un Beppe con cappotto fuori luogo (con tutta la retorica da provinciale che s'agghinda per andare in città che facilmente ne deriva), c'era un Crimi con giaccone sportivo e una Lombardi con anonimo tailleur nero e zainetto sulle spalle. Della serie: mi si nota di più se mi vesto mediamente bene o se mi presento con la monovolume? Nel dubbio, i tre volti simbolo del M5S hanno scelto di fare entrambe le cose. 
Una settimana prima, la presentazione dei candidati eletti al Parlamento trasmessa in diretta streaming ci aveva permesso di iniziare il faticoso lavoro di collocazione estetica dei marziani in Parlamento. Ragazze in finto elegante, madri di famiglia o disoccupate con impegni più importanti della messa in piega, pesi medi a impatto zero con molti tatuaggi, calzoni comodi e facilmente sospettabili di odori patchouli e aromi d'incenso. Ancora. Abbigliamenti originali e low cost tipici dei post-Erasmus, quelli che si credono scaltri nel mixare i capi, poi un bel giorno scoprono che l'ingrediente che rendeva vagamente sopportabile il loro stile era eccezionale ed effimero. Si chiama giovinezza e una volta scomparsa si ritrovano con un carico non smaltibile di scarpe Camper che rendono le donne papere e i maschi inavvicinabili. Per il resto, la più larga parte dei maschi grillini sembra essere quella dei professionisti del pullover, più Pizzarotti che Marchionne, non un vezzo ma una divisa ordinata e rassicurante per ogni occasione.
L'estetica grillina pesca riferimenti in maniera imprevedibile e creativa come fa coi voti: dai sinistri fan del cotone organico ai moderati comodamente assestati sulla camicia azzurra. Non coltivano l'originalità estetica ad ogni costo (tra loro mancano in toto le ascendenze radical chic e il tempo ci dirà se sia un male), né si sognano di trasferire nei propri guardaroba i canoni dell'abbigliamento del leader. E fieramente si stringe il cuore a pensare quanto sia lontana l'immagine di un Berlusconi pre bandana che passeggia nel giardino di Villa Certosa seguito da una squadra di collaboratori in total white.
Se la disciplina cromatica era la cifra distintiva del comunemente disprezzato bipolarismo muscolare, il nuovo corso politico prende il via da un rompete le righe estetico senza precedenti. Una rivoluzione colorata ma non troppo, per ribadire il rifiuto di ogni frivolezza e l'eterna preminenza del significato sul significante, la sacralità dei contenuti indisponibili ad ogni mercanteggiamento. I venti punti del programma cinque stelle sono l'accessorio irrinunciabile, da portare su tutto perché in grado di nobilitare e dare senso all'insieme come fanno un paio di scarpe da quattrocento dollari su un vestito da venti dollari (insegnamento fondamentale che dovremmo giustamente attribuire a Sex and the city, se il genere non fosse ormai inquinato dalle folle che hanno scoperto Manolo Blahnik con una serie tv). Eppure è questa la dinamica dell'accessorio che nobilita uno stile, ciò che gli altri non capiscono e invece è la cartina di tornasole della serietà di una proposta come di un outift. Se è così Pier Luigi Bersani dovrebbe capire che ha poco da contrattare, con costoro. Perché venti paia di scarpe non sostituiscono l'unico paio giusto. E lo stile, contrariamente a quanto crediamo nei momenti di sbornia da saldi, non è cosa per gente che pensa al risparmio né per ragazze tentate dall'accumulo. I cittadini-portavoce sono inflessibili sui contenuti ed esteticamente indecifrabili. Di sicuro, lo shopping è l'unica cosa che non fanno on line. 

Sigaretta elettronica, col vizio vanno in fumo anche le scuse

Dal Giornale del Popolo del 29 marzo
Che la sigaretta elettronica è un po' come il sesso virtuale lo dicono generalmente quelli che non hanno provato nessuna delle due cose e che però, per partito preso o semplice testardaggine, si ostinano a ritenere migliori le cose di una volta rispetto a quelle riviste e corrette dal progresso. Intanto ci sono gli elementi per osservare il cambiamento dell'ennesima abitudine comportamentale durante le nostre cene. Niente più incursioni nel terrazzo degli amici o fuori dal locale. Chi ha scoperto i meravigliosi vantaggi della sigaretta elettronica la mostra agli altri commensali con l'orgoglio di lasciarsi alle spalle un'epoca di privazioni: basta colpi di freddo e interruzioni di conversazioni appassionanti. E soprattutto basta con lo sguardo di disapprovazione di chi non capisce il vizio e ti guarda come uno smidollato che non è in grado di trattenere i propri istinti. «Proprio non mi ricordo di quella cosa importantissima che dici di avermi detto. Sicuramente ero fuori a fumare». Finisce così anche l'era delle scuse. Ora resteremo lì, attaccati ai nostri tavoli resi vivaci dai fumi dell'alcol e dal fumo inodore delle nostre sigarette non viziose. Noi reazionarie per natura ci interroghiamo su cosa resti di un vizio che non fa male. E siamo tentate di pensare che tanto varrebbe darsi alle parole crociate. Cominciamo a scuotere il capo, corrugare la fronte per gli scenari orwelliani dietro l'angolo: ancora un po' e inventeranno i matrimoni senza litigi, l'amore senza sofferenza e i bambini non rompiscatole. E se un giorno ci togliessero tutta la complessità che tanto ci tortura ma ci rende vive? Ci poniamo grandi problemi culturali per nascondere la domanda che ci toglie il sonno: adesso che non possiamo più alzarci a fumare che scuse troveremo per controllare i cellulari che abbiamo appena bandito dalle nostre tavole?

venerdì 22 marzo 2013

Il difficile shopping del maschio etero

Dal Giornale del Popolo del 22 marzo
Sanno cos'è la cavitazione, non si allarmano se proclamiamo l'urgenza dei colpi di sole. I nostri uomini non sono totalmente inetti ai lati femminili del vivere come i nostri padri, eppure continuano a non essere integrati come saranno i nostri figli. Quelli che le post trentenni si trovano intorno oggi sono esemplari di maschi mediamente omofobi per cui andare a fare shopping è diventato un problema. Una volta andavano trascinati recalcitranti fino al negozio più adatto, ma poi la vanità superava qualunque idiosincrasia all'acquisto. Adesso che il commesso eterosessuale è diventato più introvabile del principe azzurro e della scarpa comoda col tacco, i problemi iniziano dove un tempo finivano. L'ultima volta siamo usciti correndo, io tenevo ancora in mano un paio di camicie a prova di virilità quando quell'altro pestava i piedi sul marciapiede. «Non ce la faccio», diceva sottilmente orgoglioso di questo suo non sapersi adattare a un mondo che va al contrario, dove il commesso che vende le camicie consiglia depilazioni a uno che è cresciuto misurando la propria forza coi peli sul petto. Ai cugini adolescenti dal petto ancora glabro mio padre diceva di tirarsela proclamando che «sulla roccia non cresce l'erba». Quelli lo dicevano, ma poi al primo pelo sospiravano di sollievo per lo scampato pericolo di esclusione da quel circolo adulto e macho. Oggi quei ragazzi non capiscono i nostri vestiti, per loro le nostre maglie con inserti in pizzo somigliano sempre e solo ai centrini della nonna e si imbarazzano enormemente di fronte a commessi gay. Sono fieramente non integrabili in un mondo metrosexual. D'altronde se lo fossero ce li porteremmo dietro per lo shopping invece che aprirgli le porte delle nostre camere da letto.

venerdì 15 marzo 2013


Dal Giornale del Popolo del 15 marzo  
Fratelli dispersi in guerra, padri morti, sorelle buone e amate, fratelli pazzi, nipoti arcigne e cattive contro la più bella della famiglia. E poi un marito bruttino ma interessante, la figlia malata, la preghiera prepotente alla Madonna del paese e poi la spedizione familiare a Parigi, con le cognate che vanno fin lassù per fare le notti in ospedale e poi una capatina da Vuitton nei momenti liberi. Solo le vite delle nonne possono avere tutto della sceneggiatura senza avere niente della finzione. Quella di mia nonna è una di quelle e ora stiamo cercando di rimettere insieme i pezzi perché sebbene la storiografia familiare sia una pratica molto diffusa in casa, adesso c'è l'ansia di mettere per iscritto, fissare nella memoria. Perché certi dettagli potremmo dimenticarceli. Non certo quello del litigio di gelosia col nonno, con lei che gli tira dietro gli zoccoli e lo lascia senza cibo per tre giorni. Non quello degli spogliarelli in mezzo ai prati della montagna, dove il senso del pudore veniva volentieri barattato per un'abbronzatura come si deve. Non le corse urlanti dietro ai nipoti che regolarmente distruggevano col pallone i suoi amati gerani. Non il magistrale respingimento di un malcapitato che tentava di corteggiarla, lei ormai vedova e ultrasessantenne, alla fermata dell'autobus. Non una chiesa che si riempie per una 96enne in un giorno feriale. Possono riuscirci solo certe nonne come la mia. Perché certe sceneggiature non ti deludono mai sul finale.

venerdì 8 marzo 2013

Un 8 marzo contro i food blog


Dal Giornale del Popolo dell'8 marzo
Con nostro sommo dispiacere è finito il decennio in cui cucinare era un'occupazione per signore annoiate e schiave di una visione retrograda di se stesse. Il tempo suggellato dal gesto sommamente liberatorio di Carrie Bradshaw che in Sex and the city usava la cucina come guardaroba facendo concludere a noi ragazze di provincia che c'è un qualcosa di inspiegabilmente affascinante e modaiolo nel non sapere come si cuoce un uovo sodo. Poi ci siamo distratte un attimo e la gente ha scoperto i social network, i blog e l'insopprimibile desiderio di mostrare al mondo le proprie prodezze, anche culinarie. In fondo i food blog sono per gli over trenta quello che i fashion blog sono per gli over venti. Nei fashion blog giovani donne informi ci mostrano in tutte le salse i vestiti appesi a se stesse, spesso diventano pure famose con il risultato che i grandi marchi della moda le invitano agli eventi e - eccolo quello che non va giù a noi che prosciughiamo il conto in banca per vestirci come non potremmo permetterci - regalano loro abiti e borse. Il food blog, all'apparenza più innocuo, è la vetrina dei perfettini, quelli che con leggerezza rotolano nel miele lonze di maiale, irrorano di latte l'arrosto e impiattano il tutto senza sporcare i loro maglioni finto casual prima di essere ritratti da una macchina fotografica digitale. Il food blog, signora mia, è davvero ciò contro cui noi donne, oggi, in questo ennesimo e inutile 8 marzo, dovremmo ribellarci. E rivendicare il nostro diritto a cucine illibate.

venerdì 1 marzo 2013

Il tempo della consapevolezza alimentare


Dal Giornale del Popolo del 28 febbraio
In quei negozi a chilometro zero e filiera corta che si trovano a ogni angolo di strada (scovare un supermercato normale è diventata un'impresa) la donna con passeggino è un agnello che trotterella nella tana del lupo. Nella tana ci sono generalmente giovanotti tatuati molto affascinanti e vegetariani che ci conoscono fin troppo bene. Sanno che se le nostre madri s'erano liberate dell'incombenza della torta fatta in casa grazie al Mulino Bianco (che allora si comprava per le sorprese e non per i dialoghi con le galline del Banderas mugnaio zen), noi invece perseguiamo il ritorno alle cose genuine di una volta in nome della consapevolezza alimentare della famiglia e della sicurezza alimentare delle creature: «Glieli faccio io i biscotti, così so cosa ci metto dentro». Solo che poi, e questo i giovanotti tatuati lo sanno bene, tra il dire e l'impastare c'è di mezzo di tutto (manicure compresa), così ricorriamo ai loro prodotti a filiera corta, accettando volentieri il sovrapprezzo come tassa sulla pigrizia che ci ripromettiamo di combattere domani. Così accade che i nostri bambini mangino solo roba sana, nutriente e infarcita di fibre, una sorta di vaccino preventivo per il momento in cui chiederanno di essere portati da McDonald's e baratteranno i biscotti di farina biologica con un Happy Meal. Ormai nei mercati a km zero c'è di tutto: una volta solo fricchettoni e gente inspiegabilmente vestita da trekking, oggi si va dallo studente fuori sede alle manager che non ci vede più dalla fame ma non si farebbe mai beccare con una Fiesta in mano. Eccolo, il capo più di moda in questi tempi: la consapevolezza alimentare. Che si porterà ancora per un po' perché in questo mondo di intolleranti/allergici al glutine sapere cos'è la Quinoa ti dà più punti che avere sul frigo la foto del bambino adottato a distanza.

giovedì 28 febbraio 2013

A proposito di decrescita felice

Probabile che in questo programma generalizzato di decrescita felice ci metteranno a dieta. 

mercoledì 27 febbraio 2013

Toglietevi quegli occhiali

Per noi che portavamo occhiali da nerd prima che li scoprissero gli hipster questi sono anni difficili

lunedì 25 febbraio 2013

Cosa ci ha lasciato il Diavolo veste Prada


La peggior eredità del Diavolo veste Prada non è neanche la diffusione di finte collane Chanel ma Anne Hathaway

venerdì 22 febbraio 2013

Ma tesoro siamo sicuri che ti chiami proprio così?


Dal Giornale del Popolo del 22 febbraio
Telefonate da controllare, luoghi di nascita da inserire su Google, conti della spesa da spulciare minuziosamente perché il risparmio record che ha sbandierato tornando a casa con la nuova tessera fedeltà non è assolutamente credibile. Il caso di Oscar Giannino ci ha precipitato nelle sabbie mobili dell'incertezza e del perenne sospetto, per cui non c'è più niente che possiamo concederci il lusso di accettare a scatola chiusa. Pochi giorni fa il giornalista è stato costretto a svelare di non avere mai conseguito le millantate due lauree né il famoso master a Chicago. Poche ore più tardi l'affondo è arrivato dal mago Zurlì, anima dello Zecchino D'Oro, che ha negato che il festival abbia mai avuto un Oscar Giannino bambino tra i suoi partecipanti. Ora non c'è frase che il povero Oscar pronunci senza scatenare gli eserciti del fact-checking, pronti a trovare conferme o smentite per quel che lui va raccontando. Ma la conseguenza più grave è quel che è successo alla gente comune, improvvisamente in crisi perché si rende conto di non aver mai visto il diploma di laurea del marito. E che dire dei nostri uomini che vanno sempre in un'altra stanza per rispondere al telefono? Chi si dice che non sia un impostore invece che una persona semplicemente riservata ed educata? Come accade dopo Truman Show, quando sapere della presenza di una porta nel fondale finto fa rimbalzare il dubbio della artificiosità su tutto, il fatto di scoprire delle bugie ci fa sospettare che tutto quel che incontriamo sia solo una bugia non ancora smascherata. Ecco cosa succede, a dissacrare il mago Zurlì.

giovedì 21 febbraio 2013

Fashion Armageddon

Poi, un giorno, sono arrivati anche i calzini con le infradito. E i soprabiti con fiori applicati, un ibrido tra Guru e Desigual che ancor m'offende. Poi dicono che i Maya sbagliavano.