venerdì 26 maggio 2017

Coi bambini si passa di sgomento in sgomento

Dal Giornale del Popolo del 26 maggio
“Mamma quando cambierà la mia vita? Mi sveglio, gioco un po’, vado all’asilo, torno, gioco ancora un po’, vado a letto. Ma quando - e dico quando - cambierà qualcosa?”. Spesso il male di vivere ho incontrato e a lungo ho sospirato alla luna e sul diario segreto, ma a cinque anni neppure il mio alter ego più strutturato, che di nome faceva Barbie, aveva tali preoccupazioni. Di fronte a frasi di questo genere, della cui veridicità non sto a fornivi garanzie, noi adulti presenti ci siamo guardati con il solito sgomento che si riserva ai bambini quando se ne escono con frasi assurde. Abbiamo cercato insieme riferimenti bibliografici: libri, film, discorsi dei grandi che abbiano origliato per imparare parole del genere. Il padre ha garantito di non aver condiviso con la creatura i saggi impresentabili che legge, la madre ha giurato di aver sempre cercato di lamentarsi a bassa voce della monotonia della propria vita e di aver comunque presentato lo shopping come un rimedio efficace contro la noia. Punti sul vivo, ad ogni modo, abbiamo cercato di ribattere facendo notare che nel weekend si fanno cose diverse. “Andiamo alla Messa, giochiamo alla wii, pranziamo fuori, ma quando cambierà la mia vita?”. Alle strette abbiamo cercato di proporre qualcosa per non infilarci in spiegazione assurde. Quando, con la velocità tipica dei bambini, ha trovato la sua macchina fotografica di legno per iniziare a fare foto finte. “Mamma è incredibile: Dio ti ha fatto così bella, ma nelle foto vieni sempre male, anzi malissimo!”. E forse coi bambini se ne esce solo così: non uscendone mai davvero, ma passando di sgomento in sgomento.
Dal Giornale del Popolo del 19 maggio

Il maschio che ha sbagliato il numero di scarpe, per la prima volta nella sua vita, si commuove di fronte alla politica di reso di Zalando: semplice, senza costi, a prova di bambino (e dunque di maschio). La collega in ufficio, intanto, disapprova ad alta voce lo shopping on line, rivendicando il gusto di girare per negozi e provarsi le cose in un camerino sudato con specchi truffaldini, anziché nell’impietoso comfort della propria casa, per poi restituire tutti gli eventuali articoli sbagliati senza nessuna difficoltà. Ognuno, sullo shopping on line, ha i suoi riti e le proprie credenze e contrariamente a quanto ci immaginiamo la pratica è più amata dai maschi che dalle femmine. Eppure temo che solo alcune (pochissime) di noi riescano a cascare in tutte le pubblicità ingannevoli di questo mondo, che abbondano sui social che frequentiamo pericolosamente. Qualcuna, addirittura, lo fa puntualmente ogni anno comprando un costume on line. Il modello sembra poco pericoloso, il pacco arriva ma non è accolto con il misto di emozione e giubilo che accoglie i fattorini nei nostri uffici. No: questo è a tutti gli effetti un pacco sospetto e la malcapitata lo guarda con paura e terrore di provarlo e scoprire l’amara verità. Perché la prova costume, non ha politica di reso customer friendly. Per nessuno. 

Io Chiara, tu Fedez

Dal Giornale del Popolo del 12 maggio

In una delle ultime dirette Instagram all'aba dall'ennesimo aeroporto, con le felpe di Gucci, gli occhiali da sole e il telefono sempre in mano, lui lamenta che alle cinque di mattina lei trovi li tempo e la voglia di filmare la loro attesa, lei ribatte che i suoi follower sono internazionali e per questo l'orario non è un problema per nessuno. I maliziosi dicono, infatti, che a spingere Fedez ha legarsi a Chiara Ferragni sia il bisogno di diventare famoso anche fuori dall'Italia, che per un rapper di Buccinasco-Rozzano è comunque una motivazione tutt'altro che banale. La proposta di matrimonio in diretta all'arena di Verona ha messo all'opera i nostri migliori commentatori, con l'obiettivo, ininfluente quanto ricercatissimo, di capire se tutto quello spettacolo fosse costruito. Tutti rispondono assolutamente sì, riservando un'espressione di compatimento a quelli che hanno qualche dubbio. Da quando seguo la coppia da milioni di follower, come tutti la chiamano, ho capito quanto faticosa sia la loro vita pensando seriamente a un titolo di dottorato per qualche valente studioso in comunicazione: Dell'impossibilità di non amare Fedez e Ferragni che si dedicano al proprio egocentrismo con uno zelo e una costanza che noi non riusciamo a mettere in campo neppure per le creature che abbiamo partorito. Loro hanno invece partorito e costruito con anni di sacrifici quello che sono. Certo, qualcuno obietterà che non si capisce che sacrificio sia vestirsi ogni giorno in un modo nuovo e diverso e fotografarsi con la bocca a cuore, lo sguardo complice, il sorriso spontaneo. Invece io li capisco. Il loro amore è certo più fotogenico dei nostri, ma ne condivide le gioie da Sandra e Raimondo. E forse, per questo, è più autentico di quanto pensiamo.

Come Filippo ed Elisabetta

Dal Giornale del Popolo del 5 maggio

All'annuncio di una conferenza stampa speciale di Buckingham Palace la mia rubrica contatti è letteralmente impazzita: non si dimetterà forse la regina? Il tempo e un po' di pazienza ci hanno fatto scoprire che ad essere prossimo a un ritiro dalla scena pubblica altri non è che il principe consorte di Queen Elizabeth. Di lui sappiamo che è un proverbiale gaffeur e che ha sempre recitato il ruolo del simpatico consorte, attirando costantemente su di se l'unica attenzione che gli poteva essere concessa: quella del "marito di" sempre perfetto in secondo piano. Così anche l'annuncio ufficiale della sua pensione (ma che lavoro farà mai? Continuiamo a chiederci noi plebei) non poteva che essere l'ennesima occasione per una bella fotogallery sulla regina. Ce le siamo gustate tutte continuando a domandarci quale possa essere l'occupazione principale di un regale consorte. E poi, all'improvviso, un'idea: che non abbia forse lo stesso ruolo dei nostri (certo meno regali) consorti? Consolare, ridimensionare, aggiustare, rimettere le cose nella giusta prospettiva cioè quella, tendenzialmente superficiale ma spesso provvidenziale, dei maschi di casa. Proseguendo nel parallelismo noi tutte dovremmo essere regine impassibili e dignitose, allergiche a scenate e uscite fuori luogo in pubblico. E con queste poche righe, ancora una volta, abbiamo dimostrato che certi maschi sono insostituibili; ancora più dei sudditi e del Regno. Insostituibili nel farci sentire piccole ma indispensabili regine.

Giudicare i matrimoni degli altri dall'alto (o dal basso) dei nostri

Dal Giornale del Popolo del 28 aprile

Nell’ampia documentazione sul candidato alla presidenza francese Macron e sua moglie (di svariati anni più grande di lui) la cosa più interessante l’ho sentita in tv. Pare che in occasione del loro matrimonio abbiano detto una frase del tipo “Non siamo come gli altri, non abbiamo avuto una storia normale. Però esistiamo”. Per un momento ho rischiato di appassionarmi a questa storia nel senso sbagliato: nel senso della libertà dell'amore, dell'impossibilità a contenerlo e indirizzarlo, nell'impossibilità di porvi dei limiti, a cominciare da quello dell'età. Ho rischiato insomma, un po' come tutti di questi tempi, di pensare che al cuore non si comanda e che c'è del romanticismo irresistibile nelle storie che lo dimostrano. Ed è davvero questo - mi sono domandata - che ci attrae nella storia di Macron e di sua moglie? Non è piuttosto l'idea di poter dire la nostra, di poter curiosare nella vita di due persone così in vista? E allora: che cosa c'entrano la giustizia dell'amore e la purezza dei sentimenti? O, peggio ancora, il presunto sessismo di chi fa notare che se ad essere enormemente più grande fosse stato l'uomo e non la donna nessuno si sarebbe scandalizzato? Certo che ci saremmo scandalizzati, o quanto meno avremmo avuto di che discutere. Perché, in fondo, l'amore non c'entra nulla coi principi né con la giustizia, ma solo con l'incontenibile curiosità di farsi gli affari degli altri e giudicarne i matrimoni dall'alto (o dal basso) dei nostri. 

venerdì 21 aprile 2017

"Ce l'hai ancora il motorino?"

Dal Giornale del Popolo del 21 aprile 2017
“Ce l'hai ancora il motorino?”. Io e l'amica ci facciamo questa domanda ogni primavera, quando, puntuale come l'indolenza tipica di questa stagione, arriva la newsletter che promuove il festival di musica alternativa che ci faceva uscire di casa, tanti anni fa, e restarci fino a notte inoltrata. Sfidavi il freddo con una borsa a tracolla e stivali senza calze per fare quelle cose che si fanno bene soltanto nei festival: flirtare, parlare di cose inutili e di musica difficile, sfidare la notte in motorino e usare il casco come pochette. Sarà stata la birra che scorreva a fiumi o la memoria che migliora tutto come un filtro di Instagram ma quelle sere le ricordiamo con emozione e nostalgia. E non è soltanto un tema di età (che comunque ha un suo innegabile peso se pensiamo che le stagioni di questi tempi le scandiamo con le serie tv e le fiction in uscita). Quello che ci manca è la leggerezza di quei tempi in cui ci si innamorava di musicisti e si credeva sinceramente di essere come loro: troppo importanti e alternativi per dirselo. Poi ci siamo distratte e il tempo è passato insieme alla voglia di scompigliarsi i capelli sotto il casco. Così quando arrivano quelle newsletter ci guardiamo negli occhi: facciamo quelle che non hanno tempo perché impegnate in troppe cose importanti o cerchiamo di rientrare nei jeans di dieci anni fa? Saremo, come ogni anno, indecise fino all'ultimo prima di finire ad accomodarci sul divano?



Genitori confusi. Molto confusi

Dal Giornale del Popolo del 14 aprile 2017

Al parchetto dominano tate e babysitter. Sorvegliano i nostri bambini che si arrampicano sullo scivolo e schivano le altalene chiacchierando tra di loro. Alcune diventano amiche, per circostanza e consuetudine, come accade alle mamme che hanno i bimbi nella stessa classe. Di mamme, al parchetto, ce ne sono molto poche. Sono in qualche ufficio a struggersi per non essere al parchetto, a cercare di tornare a casa in tempo per vedere almeno le creature in pigiama. Quelle poche che ci sono, al parchetto, a volte telefonano alle assenti. Recensiscono le tate degli altri bambini, si permettono di dirti (“perché ti assicuro che se accadesse a mia figlia vorrei che qualcuno me lo dicesse”) che l'ultima volta che l'hanno vista attraversare la strada non è stata molto attenta né particolarmente affettuosa con le creature. Tu sprofondi nel panico. I sensi di colpa cronici diventano acuti e come sempre ti ritrovi a chiederti: ma cosa sto facendo? Immagini di licenziarti in tronco, di avere improvvisamente una marea di tempo a disposizione per andare dall'estetista senza andarci con la delegazione delle bambine che osservano mentre quella poveretta stende lo smalto alla velocità della luce prima che la pazienza delle ragazze finisca e inizino a protestare. Pensi a come sarebbe organizzarsi diversamente e a quanto ti faccia paura tutto. Tutto. Dicono che da adulti si abbiano più certezze e tranquillità e invece è tutto il contrario. Non ci si capisce più niente. Per fortuna ci sono le mamme degli altri bambini che hanno un sacco di certezze.

A volte avere torto è bellissimo

Dal Giornale del Popolo del 7 aprile 2017
Comincia uno che alza la testa timidamente: “Cliegia al plurale fa?”. Chi controlla su Google senza dirlo, chi scuote la testa dicendo che non è possibile andare avanti così perché il computer ci ha reso tutti ignoranti, chi alza una mano con la soluzione che mette tutti d’accordo: “Ma sì ormai sono accettati entrambi i modi di scrivere”. Cominciamo con la grammatica delle elementari “Su qui, quo e qua l’accento non va”, “di, a, da, in, con, su, per, tra, fra”, cercando nella memoria di quelle cantilene imparate da piccoli una risposta ai dubbi di oggi. Ci salvano, appunto, soltanto quelle frasi fatte che la maestra di secoli fa ci ha fatto entrare in testa, tutto il resto sono dubbi e incertezze e ricerca disperata di una regola che ci orienti e ci faccia fare la figura, se non degli acculturati, almeno dei meno ignoranti della compagnia. Speriamo che ai nostri bambini non tocchi in sorte tanta ignoranza, ma sappiamo che molto probabilmente le nostre speranze sono vane. Perché sapranno molte parole in inglese, che gli insegnano fin dall’asilo (“giallo si dice IELLON, l’ho imparato oggi, mamma") ma poche regole grammaticali e pochi congiuntivi. E mentre ci disperiamo arriviamo a casa. E sul tavolo c'è una poesia: "È quella di Pasqua, l'ho imparata a memoria perché tu la potessi ascoltare". A volte avere torto è bellissimo.



Dei David di Donatello e di un grande momento di teatro in tv

Dal Giornale del Popolo del 31 marzo 2017
A forza di fare scorpacciate di tv spazzatura siamo diventati ansiosi di mostrarci spettatori intelligenti, in grado di “riconoscere” - nel piccolo schermo – ciò che è vero e ciò che è finto. Come se davvero importasse. Arrivando al punto vorrei dirvi che la performance di Valeria Bruni Tedeschi sul palco dei David di Donatello è stata meravigliosa. I David di Donatello sono gli “Oscar” del cinema italiano e Valeria Bruni Tedeschi (sorella di, sia detto per dare ancora lavoro alla sua psicanalista) è salita sul palco per ritirare il premio come miglior attrice ottenuto grazie a La Pazza Gioia, film di Paolo Virzì in cui interpreta, al fianco di Micaela Ramazzotti, una donna malata di mente. Salendo sul palco Valeria ha ringraziato l'analista, gli uomini che l'hanno amata e quelli che l'hanno abbandonata, l'amichetta che ha condiviso con lei la focaccia il primo giorno di scuola facendola sentire meno sola. Il dibattito (se di questo si può parlare) si è scatenato perché a tanti è sembrata pazza davvero. Pazza come la protagonista del film, non in grado – come siamo tutte noi in certe sere devastanti ma meravigliose – di dire una parola senza piangere e ridere insieme. È stato un grandissimo momento di televisione e di teatro e, francamente, non si capisce cosa c'entrino la verità e un improbabile fact checking delle emozioni. Diversi Sanremo fa un tizio minacciò di buttarsi dalla balaustra dentro l'Ariston e l'eterno Pippo Baudo corse in diretta a salvarlo. Oggi non so ancora se la scena fosse scritta nel copione oppure no. Immagino di sì ma mi interessa relativamente. Nessuno di noi, durante la Traviata, corre sul palco a verificare che Violetta abbia smesso di respirare. È perché lo stesso spettacolo va in scena da qualche centinaio di anni? Perché abbiamo imparato a conoscerlo? O perché abbiamo imparato a godercelo? Un'altra domanda e arrivo alla filosofia, citando la tragedia greca come se gli studi classici mi fossero serviti. Ma mi fermo e ringrazio i David di Donatello per averci dato un meraviglioso momento di teatro e di tv, nell'anno disgraziato in cui persino alla Cerimonia degli Oscar hanno fatto irrompere alla realtà con la storia della premiazione sbagliata a La La Land.



Buonanotte bambine libere (e non per forza ribelli)

Dal Giornale del Popolo del 17 marzo 2017
Non c'è madre che conosco e che non si sia accaparrato il libro delle storie della buonanotte per bambine ribelli. Storie semplificate di donne grandi e intelligenti, che hanno fatto della propria vita qualcosa di utile senza necessariamente sposarsi a un principe azzurro dotato di cavallo bianco. Rita Levi Montalcini, Cocò Chanel e tante altre sono le protagoniste di una raccolta di racconti che dovrebbe strapparle agli stereotipi della Disney (ormai fin troppo evoluti anche loro) e restituircele “ribelli”. Niente può trovarmi più d'accordo, in linea di principio, poi la diffusione quasi virale di questo libro mi ha fatto pensare. Forse mi ha fatto pensare perché negli stessi giorni in cui se ne parlava sui social network (erano i difficili giorni della Festa della Donna), la bimba di quattro anni se ne usciva con “il corpo è mio e decido io per il mio corpo”. Niente di più intelligente da dire di fronte alla sorella di 3 anni che minacciava di spalmarle la crema sui puntini della varicella, ma mi sono domandata: davvero vogliamo che siano “ribelli”? Ribelli a che cosa? Per loro desideriamo che siano mature, intelligenti, capaci di decidere con discernimento senza farsi abbindolare da qualche maschio sciocco, vogliamo che non siano sciocche abbindolatrici di maschi, vogliamo che studino, speriamo che siano in grado di mettere in fila due parole in italiano corretto e che sappiano far di conto. Vogliamo che siano intelligenti come il papà e più sicure di noi. Vogliamo che possano fare il lavoro che gli piace e che non siano costrette un giorno a sentirsi dire che è impossibile farlo volendo anche occuparsi dei propri figli. Desideriamo che credano che il cielo non è vuoto e che sappiano leggere grandi romanzi senza stancarsi mai. Vogliamo, in una parola, che siano migliori di noi. Soprattutto di noi che non siamo state ribelli abbastanza da costruirci una vita da finire sui libri per bambine. Vogliamo che siano felici. E, forse, più che la ribellione c'entra la libertà.



Mortadella e champagne

Dal Giornale del Popolo del 10 marzo 2017
Ultimamente, dalle nostre parti, si stappano bottiglie di champagne. Tutti a chiedere cosa festeggiamo e noi a rispondere, con quella nonchalanche degli snob, che noi festeggiamo ogni giorno, che ci godiamo la vita ogni secondo. Non riveliamo neanche sotto tortura che stappiamo bottiglie pregiate ricevute a Natale per via del provincialissimo timore che lo champagne, nel nostro sgabuzzino che tutto contiene, si senta fuori posto e vada a male. Quando oggi pomeriggio ci ha chiamato la maestra annunciando che quei puntini rossi nella pancia della bambini sono senz’altro varicella, dato che c’è un’epidemia, abbiamo pensato alla bottiglia di champagne. Il tempo di una esclamazione lasciata a metà e subito abbiamo pensato che poteva andare peggio. Poteva ammalarsi nell’unica vacanza dell’anno ai Caraibi. Poteva ammalarsi prima della festa del suo compleanno, organizzata da mesi ingaggiando l’animatrice che, a detto della quasi cinquenne, trucca bene e e fa bene i palloncini (“Io conosco le sue capacità, mamma”). Poteva ammalarsi in un periodo di lavoro più intenso di questo. Poteva ammalarsi in un giorno diverso dal giovedì, non fornendomi alcun materiale per questa rubrica che scrivo di corsa prima di andare a sincerarmi, io snaturata, delle sue condizioni. Poteva succedere, soprattutto, quando avevamo finito le bottiglie di champagne.




A Carnevale ogni vestito vale

Dal Giornale del Popolo del 24 febbraio 2017

Sarà un'istintiva e spontanea selezione delle occasioni di fatica, ma il carnevale dei bambini lo trascuriamo da tempo. La domanda "da cosa vestirai la creatura?" ci mette più in difficoltà dell'appuntamento -sempre rimandato - con la bilancia. Principesse? Cavalieri? Fatine? Per una che nella sua vita si è vestita (nell'ordine) da fiore, topo, suora e Mami di Via Col Vento, i vestiti da principesse smorfiose sono inaccettabili esteticamente e moralmente. Le maestre dell'asilo devono pensarla come noi, così hanno dato ordini chiari perla festa della scuola: maglietta con mezzo di trasporto e costume realizzato dai genitori. Lo scorso anno, con direttive analoghe, abbiamo portato a casa un costume da coccinella realizzato con orlo svelto e Vinavil, che la sera si era già completamente disfatto. “Mamma perché i miei pallini da coccinella si staccano sempre?”, chiedeva l’innocente. Anche quest’anno affrontiamo l’annuale appuntamento col bricolage. Armate di pennarello indelebile e colori per la stoffa faremo del nostro meglio, anche se i costumi sono due. E la direttiva è realizzare un camion e una mongolfiera. Del resto chi non penserebbe a una mongolfiera come agile mezzo di trasporto per evitare il traffico?

E lo sconto per genitori confusi?

Dal Giornale del Popolo del 17 febbraio 2017

Generalmente, quando andiamo al ristorante, ci armiamo di giochi, matite, penne e colori. Puntualmente il colore che serve alle creature è quello rimasto a casa. Oppure quel punto di blu che la sorella sta utilizzando è che ovviamente serve a entrambe nello stesso medesimo istante. Pur di non farle schiamazzare in luogo pubblico estraiamo dalla borsa di tutto, i più sfrontati di noi - genitori pronti a chiudere un occhio sulla presentabilità educativa per non perdere quella sociale - estraggono il cellulare e consumano tutti i Giga del proprio abbonamento per far tacere le creature con un cartone. Farle tacere è spesso l'unica preoccupazione che abbiamo in luogo pubblico. Come all'ultimo matrimonio, quando la quattrenne ha esternato ad altissima voce il suo scontento per la bomboniera: "Ma mamma il regalo è bruttissimo", ha detto a portata di orecchie di troppe persone estraendo il crocifisso fatto a mano scelto dagli sposi. E noi, che le mandiamo pure a scuola dalle suore, ci siamo messi una mano sulla coscienza, pensando a quel ristoratore di Padova, che ha applicato uno sconto "bimbi educati" a una comitiva i cui figli facevano le tabelline mentre gli adulti mangiavano. Chissà quando arriverà lo sconto per noi, genitori confusi che non sappiamo come far abbassare i toni ai pargoli.

Leotta contro Balivo, o del vallettismo che torna a Sanremo (per fortuna)

Dal Giornale del Popolo del 10 febbraio 2017
Chi legge da tempo questa rubrica sa che non si scappa: oggi ci tocca parlare di Sanremo. Per ribadire il nostro amore in questo tradizionale evento televisivo, per batterci valorosamente contro chi lo disprezza, per ribadire la libertà di chiunque di vestirsi come accidenti gli pare, anche (e soprattutto) di procaci giornaliste che si presentano con un abito che possono permettersi per parlare di violazione della privacy. Il catfight social è noto. Diletta Leotta, giornalista Sky di esagerata bellezza, si presenta sul palco dell’Ariston, non già per adornarlo con la sua avvenenza, ma per parlare di un caso di hackeraggio del suo telefono che l’ha portata, diversi mesi fa, a vedere spiattellate ovunque alcune sue foto osè scattate nell’intimità. L’idea - discutibile – di andare sul palco dell’Ariston a parlarne è stata aspramente criticata da Caterina Balivo, presentatrice Rai, che ha twittato che non si può parlare di privacy con un vestito tanto provocante. La cosa ha scatenato una bufera e pure noi poveracci in sala mensa, il giorno dopo, ci stracciavamo le vesti. La sottoscritta difendeva ovviamente a spada tratta la signorina Leotta di fronte a un nutrito gruppo di uomini e donne baliviste. Leotta contro Balivo e un po’ bionda contro mora, pin up contro ragazza normale, procace contro seriosa. E non possiamo che tirare un sospiro di sollievo all’idea che questo festival scandalosamente privo di veline scateni del vallettismo alla bisogna. Quanto meno su Twitter.



Il nostro contributo al dibattito sulla post verità

Dal Giornale del Popolo del 3 febbraio 2017

“Tu cosa ne sai delle regole dell’asilo? Tu mi porti e poi te ne vai, io invece ci rimango tanto tempo, quindi le so io le regole dell’asilo”. Le discussioni in punta di diritto le facciamo alle sette e mezza del mattino, dopo aver lungamente dibattuto su quale sia l’abbigliamento adatto per andarci, all’asilo; dopo aver scartato abiti con lustrini che abbiamo limitato alle feste comandate e cerchietti improbabili con fiocchi da uovo di Pasqua in testa. Al colloquio la maestra, che parrebbe più titolata a conoscere le regole dell’asilo visto che ci passa un congruo numero di ore giornaliere, spiega che ci capisce molto bene. Che certe battaglie dialettiche con la quattreenne avvocatessa in erba le ingaggia anche lei. Spiega che comunque è una brava bambina, molto precisa, attenta, piena di fantasia, con le idee molto chiare su quale sia il compagno dell’asilo con cui convolerà a nozze tra molti anni (“No, non voglio invitarlo a giocare a casa mia. Tanto da grandi ci sposeremo e avremo tutto il tempo”). Spiega che è molto educata e che le piacciono molto le storie. Noi ci domandiamo quale figlia abbia conosciuto e osserviamo con mestizia che probabilmente è soltanto con noi che rivendica diritti e regali (“Non è giusto che tu lavori tutto il giorno e poi ci fai vedere solo un cartone. Bisogna trovare una soluzione che vada bene a tutti e quindi si fa come dico io”). “Comunque si vede che è una bambina molto seguita”, conclude la maestra; dando un contributo inconsapevole ma significativo al dibattito sulla post verità. incredulo. 

venerdì 27 gennaio 2017

L'amore è restare svegli

Dal Giornale del Popolo del 27 gennaio
Non ce ne parlavano le rubriche rosa che leggevamo, di nascosto, da adolescenti. Non ce ne parlano i rotocalchi, neppure quelli maschili sempre attenti a fornire manuali pronto uso per la seduzione e la buona vita di coppia. Non ce ne parlano le amiche. Nessuno ci aveva mai detto che più degli istinti, più dei tradimenti, più delle idee politiche, più della lontananza e più anche dei bambini, che arrivano a sconvolgere le nostre vite, più di tutto a tenere lontani un maschio e una femmina, sono i ritmi di sonno-veglia. Al magico mondo delle serie tv, del resto, ci siamo avvicinati proprio perché non cera possibilità di tenere gli occhi aperti per i 120 minuti di un film. Alcuni di noi hanno abbandonato presto anche le maratone di serie tv, perché alla seconda puntata di Homeland, anche se attesa da settimane, si risvegliavano ai titoli di coda. Il finale di The Young Pope, anchesso atteso con trepidazione, ce lo hanno raccontato. Abbiamo provato anche con le vecchie glorie, ma chiudere gli occhi molto prima delle supercazzole di Amici Miei è imperdonabile. Così basta. Non si guarda più nulla, del resto chi ha tempo di calendarizzare anche una visione insieme in mezzo a mille altri impegni? Poi arriva lultima sfida, quella a cui lei si presta per cercare di salvare il salvabile e che lui lancia come ultimo disperato appello. Stasera andiamo al cinema?. Lui arriverà direttamente dal lavoro, lei si presenterà bella fresca. Sempre che le lascino recuperare un po di sonno in ufficio nel pomeriggio. Lamore, in certi momenti della vita, è restare svegli. O almeno aprire gli occhi un attimo prima dei titoli di coda

giovedì 26 gennaio 2017

La verità, Melania, è che non sono gentili con l'arancione

Dal Giornale del Popolo del 20 gennaio

In quella che fu una commedia di formazione di più generazioni, una meravigliosa Julia Roberts in abiti da poco di buono (era pur sempre una prostituta) non riusciva a fare shopping in Rodeo Drive. “Io ho tutti questi – disse tornando in lacrime al manager dell’albergo con un mucchio di soldi stropicciati in mano – e non ho un vestito per stasera”. Il manager la mandò da una commessa amica, che capì la situazione e le procurò un elegantissimo abito da cocktail. Fu l’intervento di quella commessa di buon cuore (ne esistono davvero poche) a salvare Julia Roberts dall’imbarazzo e a regalare a noi una delle scene più divertenti e istruttive di tutti i tempi. Sì perché sappiamo tutte come andò a finire, con Richard Gere, cliente della prostituta Julia Roberts in Pretty Woman, che portò la sua donna a svaligiare i negozi più eleganti, dandoci una lezione per la vita: “Non sono mai gentili con la gente, sono gentili con le carte di credito”. Ora ci troviamo nella situazione di avere una first lady in pectore a cui non mancano né danaro né conoscenze, eppure l’impresentabilità politica del marito le chiude le porte degli atelier più famosi. Con una sorta di obiezione di coscienza fashion gli stilisti di mezzo mondo hanno deciso di non vestire la - pur bellissima e statuaria – consorte del presidente americano, per non avallarne le idee politiche. La verità, Melania, è che non sono mai gentili neppure con le carte di credito, ma solo con il colore più di moda. E l’arancione non vive un periodo di grande popolarità.

Santa Maria dell'Ariston

Dal Giornale del Popolo del 13 gennaio

Non ha messo becco sui contenuti, partecipa a puro titolo gratuito, ha scherzato sulla possibilità che la vertiginosa assenza di vallette propriamente detta venga compensata dalla presenza di valletti maschi. E tutti noi abbiamo pensato a quella involuzione vanitosa del maschio che sono i tronisti e che la santa patrona della tv italiana ha contribuito a introdurre nella società. Maria De Filippi sarà a Sanremo e sembra impossibile che una tale rivoluzione culturale sia da addebitare a un normalissimo (eppure impeccabile) presentatore come Carlo Conti, che probabilmente ha avuto il merito di essere l'unico ad aver trovato il coraggio di chiederglielo. La conferenza stampa di presentazione si è svolta in puro stile defilippiano, con quella dose di indifferenza ben modulata che è il suo marchio di fabbrica. L'idea che tutto questo possa andare in scena sul palco dell'Ariston emoziona quelli di noi che aspettano Sanremo per scatenarsi su Twitter, per dire la propria con gli amici, per rivalutare l'istituzione del festival o per denigrarla. L'emozione ci fa sopportare ogni banalità e retorica, compresa quella frase che ha detto la Maria nostra in conferenza stampa sull'importanza di un Sanremo dedicato alla musica, un attimo prima di scherzare sull'assenza delle vallette. Ma chi ha bisogno di musica e vallette quando sullo schermo c'è Maria De Filippi? Comunque vada sarà un grande momento di televisione, per il quale varrà la pena battersi contro il sonno e per la supremazia sul telecomando.

Coccodrilli

Dal Giornale del Popolo del 30 dicembre

Della calorie ingerite, degli sforzi indolenti per smaltirle prima di gennaio, delle morti vip del 2016 e della preoccupante assenza in pubblico della regina Elisabetta. Nell'ennesimo Natale non passato ai tropici siamo qui a scaldarci discutendo gli argomenti più in voga sui social network con i parenti di vario ordine e grado. Carrie Fisher e sua madre, Debbie Reinolds, ci hanno lasciato pochi giorni fa, il giorno di Natale è toccato a George Michael e nei mesi precedenti icone e miti di diverse generazioni (da David Bowie a Mohamed Ali, passando per Bud Spencer) hanno fatto l'unica cosa prevedibile e scontata delle proprie vite, l'unica che li accomuna ai loro fan: morire. Chi lo ha fatto in questi giorni di festa ha avuto la gentilezza di regalare ai cronisti un contesto interessante (ma non inusuale) per ambientare la non notizia più interessante di sempre. E noi che le feste le abbiamo passate così, con un umore nero che non dipendeva certo dalle morti vip ma che ha condizionato tutte le foto e le chiacchiere alcoliche coi cugini che si vedono una volta all'anno, non abbiamo potuto che indossare, ancora una volta, la maschera cinica del parentado. Eh sì, cari amici, perché oggi voi non ci pensate e vi occupate di cambiare i regali sbagliati e smaltire la rabbia contro chi neppure un pacchetto vi ha fatto trovare sotto l'albero. Ma il futuro ci riserva un branco di coccodrilli di ex concorrenti di Amici e di Grandi Fratelli. Com'era il detto? Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.

Di figli, parole e minacce


Dal "tira su le maniche quando lavi le mani" all'arcinoto "questa casa non è un albergo" e "io non sono mica la cameriera assegnata a questi 85 metri quadrati". L'infanzia di tutti noi è piena di frasi che giuriamo di non ripetere mai quando per caso dovessimo diventare genitori. Arrivano i bambini e partiamo con il piede giusto ripetendo a destra e a manca che le maniere forti non portano a nulla e che le minacce sviliscono innanzitutto chi le fa, rinvigorendo gli istinti indisciplinati e pestiferi di chi le subisce. Poi arrivano le bambine giudiziose che sviluppano anche doti retoriche. "Tu non vuoi mai avere torto, ripeti solo le cose che ti dico io ma in maniera diversa, ma non hai ragione!". Sotto Natale diamo il peggio di noi e tiriamo fuori la minaccia del sempre efficace Babbo Natale: "Guarda che non porta regali ai bambini disobbedienti!". "Se non li porterà mi dispiacerà un po' e poi mi passerà". Continuiamo a cercare merci da prendere in ostaggio, giocattoli da negare, cartoni da censurare. Fino a che non ci accorgiamo che sono carne della nostra carne ma sono inesorabilmente distanti da noi. Hanno la forza di volontà e la decisione che noi non abbiamo avuto mai e incolpiamo il DNA del padre, che inevitabilmente deve avere preso il sopravvento e forse pure l'inesistente metodo educativo con cui le abbiamo tirate su. Poi arrivano risposte come quella di poche righe sopra e alziamo le bracci: non possiamo farci niente. E a Babbo Natale chiediamo tanta pazienza. Oltre alla borsa firmata giusta, si intende!