
venerdì 23 maggio 2008
Gone with the closet

martedì 20 maggio 2008
Morgan, o dell'importanza

Il resto dell'intervista parla dell'amore spezzato con Asia e non lo riportiamo, perché è giusto che restino affari suoi (condivisi coi lettori del noto settimanale, è vero, ma noi qui vogliamo avere rispetto lo stesso). E comunque sono parole autentiche. Mi è venuta in mente quella frase lì: "Se d'amore è proprio vero che non si muore. Che cosa faccio nudo per strada mentre pio.ove. E c'è di più. Non dormo da una settimanaaa. Per quel cuore di puttana. Sono andato al cinema e mi han mandato vi.iia. Perché piangevo forte e mangiavo la sua fotografia"
venerdì 16 maggio 2008
God save the shopping
Dal Giornale del Popolo del 16 maggio
Io vado a lezione di inglese. No, mamma, non lo faccio perché i soldi che avete speso per mandarmi tutte le estati in Inghilterra, Irlanda e America sono stati inutili. No, mamma. Là ho visto il mio primo Body Shop, mangiato la mia prima Pizza Hut e ho pure trovato il mio primo fidanzato l'ultimo giorno della vacanza (astenersi commenti sulle relazioni lampo e fuori tempo massimo, please). Lezione di inglese, dicevo. Lo faccio "to practice", ché non è mica come la bicicletta. Certe cose si dimenticano. Siccome chi si somiglia si piglia ho trovato l'insegnante più shop aholic e amante del buon vino che si potesse reperire fuori dall'America. Lontani i tempi dell'English Grammar in Use e in spregio a qualunque paradigma dei verbi irregolari, noialtre ci esercitiamo con eterne discussioni sull'alta moda e dopo un litro di vino rosso in due non sbaglio più neppure le esse della terza persona plurale. Ogni settimana ci raccontiamo i rispettivi acquisti, discutiamo i film visti, trepidiamo insieme per l'uscita di Sex and the city. Ebbene, l'altro giorno la mia maestra, di ritorno dagli States, sfoggia le scarpe che ho seriamente rischiato di rubare dai piedi di una tizia lungo l'ottava avenue di New York due mesi fa. Mi scateno, scopro il nome della stilista, trovo il sito, faccio ricerche. E cosa scopro? Che l'unica soluzione per trovarle è comprarle su internet. Perché questa diavolo di globalizzazione a metà ci rimpinza di McDonald ma ci lascia a digiuno delle scarpe più introvabili. Ora, ammettiamo che io riesca a superare l'ostacolo di una spesa da duecento dollari fatta attraverso un formulario in inglese, poi cosa dirò in giro? Che ho comprato le scarpe su internet come una lettrice di Moccia qualunque? My goodness.
Io vado a lezione di inglese. No, mamma, non lo faccio perché i soldi che avete speso per mandarmi tutte le estati in Inghilterra, Irlanda e America sono stati inutili. No, mamma. Là ho visto il mio primo Body Shop, mangiato la mia prima Pizza Hut e ho pure trovato il mio primo fidanzato l'ultimo giorno della vacanza (astenersi commenti sulle relazioni lampo e fuori tempo massimo, please). Lezione di inglese, dicevo. Lo faccio "to practice", ché non è mica come la bicicletta. Certe cose si dimenticano. Siccome chi si somiglia si piglia ho trovato l'insegnante più shop aholic e amante del buon vino che si potesse reperire fuori dall'America. Lontani i tempi dell'English Grammar in Use e in spregio a qualunque paradigma dei verbi irregolari, noialtre ci esercitiamo con eterne discussioni sull'alta moda e dopo un litro di vino rosso in due non sbaglio più neppure le esse della terza persona plurale. Ogni settimana ci raccontiamo i rispettivi acquisti, discutiamo i film visti, trepidiamo insieme per l'uscita di Sex and the city. Ebbene, l'altro giorno la mia maestra, di ritorno dagli States, sfoggia le scarpe che ho seriamente rischiato di rubare dai piedi di una tizia lungo l'ottava avenue di New York due mesi fa. Mi scateno, scopro il nome della stilista, trovo il sito, faccio ricerche. E cosa scopro? Che l'unica soluzione per trovarle è comprarle su internet. Perché questa diavolo di globalizzazione a metà ci rimpinza di McDonald ma ci lascia a digiuno delle scarpe più introvabili. Ora, ammettiamo che io riesca a superare l'ostacolo di una spesa da duecento dollari fatta attraverso un formulario in inglese, poi cosa dirò in giro? Che ho comprato le scarpe su internet come una lettrice di Moccia qualunque? My goodness.
venerdì 9 maggio 2008
La professionista di matrimoni
Ci sono abitudini che vanno tenute sotto controllo, come quei nei che il dermatologo dice: “niente di grave, ma li tenga d'occhio”. Solo che, esattamente come non si può riconoscere a occhio nudo lo stato di un neo, così è alquanto complesso capire quando la abitudini che mettono alla prova la carta di credito e la vita sociale, diventano veri e propri vizi. Il punto di non ritorno è riconoscibile solo quando abbondantemente superato. Per dire. Io, se mi invitano a un matrimonio, tendenzialmente ci vado. Non mi sembra carino declinare, se non in casi estremi. Poi accade che Cupido, lavoratore stagionale, colpisca tutti nel medesimo periodo e così i fiori d'arancio sbocciano l'uno dietro l'altro. E tu ti attrezzi: mettendo da parte soldi per un regalo dignitoso e studiando una strategia alla Rommel che ti permetta quanto meno di non indossare lo stesso abito ai matrimoni che condividono buona parte della lista degli invitati. Devo ammettere che in questi ultimi due anni ho dribblato tutti gli ostacoli. Fino al primo maggio scorso. La Ficcanaso (intesa come rubrica) non è uscita perché la Ficcanaso (intesa come persona) presenziava all'ennesimo matrimonio. Il tavolo è il solito delle amiche della sposa: coppie che non conoscono nessuno se non te e poi il classico posto vuoto. Chi sarà? Un bel giovane con cui navigare in questi fiumi di champagne? Si siede invece il fotografo che, bontà sua, ho incontrato ad almeno dieci degli ultimi venti matrimoni di questi anni. Mi fissa e se ne esce: “Ma di professione vai ai matrimoni? Dimmi la verità: ti invitano o ti imbuchi tutte le volte?”. Provate voi, a sentirvi dare dell'imbucata con addosso un prezioso vestito di Marc Jacobs, e ditemi se non vi sareste buttate a capofitto sullo champagne.
lunedì 5 maggio 2008
Stupendi
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